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100 PASOLINI

SU PASOLINI

di Mario Lunetta

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Da inguaribile neoromantico intriso di maledettismo a buon mercato, Pier Paolo Pasolini sconta un’aporia irrisolvibile, che è qualcosa di più della sua contraddizione princeps (tensioni al marxismo senza mai peraltro soffermarsi sul crinale di un’analisi di classe, perché poggiate su una base di mai completamente espulsi spiriti arcaico-cattolici): un’aporia che fa di lui, paradossalmente, una figura intellettuale già in vita anacronistica. Pasolini è spinto in continuazione dalle sue contraddittorie pulsioni (le “buie viscere” e il “cuore”, che appaiono in un testo capitale della sua produzione come Le ceneri di Gramsci) a leggere la realtà in termini creaturali più che analitici e dialettici. Di qui, l’energia della sua passione e la debolezza delle sue diagnosi, specialmente quando il poeta, in veste di analista e di polemico maitre à penser, le sferri “di prima”, in modo violento e, per così dire, “generalista”. Si loda tuttora da molte parti la capacità anticipatrice del poeta, la sua lettura quasi veggente di un’Italia e di un mondo in via di accelerata conformizzazione e perdita dei pregressi caratteri particolari e distintivi: ma si evita di sottolineare come inadeguata risulti la sua ottica fondata su una scala sociologica primitiva e quasi “razzista” (sottoproletariato enfatizzato a scapito del proletariato, in quanto presunto depositario di “valori” naturali che il secondo avrebbe perduto per assumerne altri squallidamente “piccoloborghesi”; empatia verso l’illuminazione-redenzione ad opera di una sessualità violentemente astorica in contesti storicamente determinati, ecc.).

Presenzialista come nessuno degli scrittori italiani dei suoi anni, senza posa esposto dietro vetrine di mercanzia svariata, furiosamente implicato nel fuoco dell’Attualità, Pasolini è quasi un’icona dei qui e ora più effimero condannata a consumarsi senza sosta per non far spegnere la sua luce un po’ livida (la “disperata vitalità” che egli stesso si attribuisce con orgoglio dolente).

 

Personalmente, non cessa di stupirmi il sempre acceso interesse mediatico sul suo Personaggio più che sulla sua opera (letteraria in specie): ma forse basterebbe, a più che parziale spiegazione, il fatto che lo scrittore-cineasta ha sempre realizzato nel proprio vissuto quella – neoromantica, appunto – confusione o commistione tra arte e vita ripetutamente dichiarata e teorizzata, nei suoi versi o nei suoi interventi di autoriflessione.

Pasolini vive febbrilmente il morbo dell’Attualità mentre coltiva, non di rado secondo curvature schematiche quando non “reazionarie”, una sua nostalgica mitologia di umile Italia rurale, e – una volta trapiantato a Roma – il sogno brutalmente “realistico” di un leggendario sottoproletariato di borgata portatore di una pretesa purezza fondata sull’ignoranza e l’incoscienza (non solo di classe). Siamo ai limiti di un affettuoso “razzismo” bio-letterario.

In un’intervista televisiva dei tardi Sessanta del secolo scorso, egli dirà, da “privilegiato” cantore dei bassifondi, di riuscire ad amare e trovarsi in sintonia solo con gente che non abbia superato la soglia di un’istruzione da “quarta elementare”, dal momento che gli studi ulteriori distruggerebbero irrimediabilmente quel patrimonio pressoché angelico, trasformando degli adorabili semianalfabeti in orrendi piccoli borghesi omologati, pronti per il nuovo fascismo della società dei consumi.

Ancora una volta, Pasolini è in difetto di ironia. La sua corda si tende soltanto dal pathos al sarcasmo, dall’emozione malinconica all’invettiva. C’è insomma, nel suo corredo psichico e nel suo sistema di sensibilità, una carenza di distanza da se stesso e dal mondo: e tutto questo si riversa immediatamente nelle macro e nelle microstrutture del suo linguaggio creativo. Il suo è un occhio unidirezionale, tarato sul calibro di uno sconfinato narcisismo autodistruttivo (ma tuttavia, sempre intento all’autocelebrazione). Un occhio esclusivamente frontale, cui è negata qualsiasi modalità di visus retro/introspettivo. L’occhio del Pasolini poeta e saggista è inabilitato a individuare dettagli e frammenti di realtà se non filtrandoli attraverso la sessualità elevata a strumento misterioso di redenzione o di morte (come si vedrà clamorosamente in un film decisamente irrisolto come Salò o le 120 giornate di Sodoma e in un macroromanzo postumo come Petrolio).

Ovvio è che per un poeta che ha scritto Il pianto della scavatrice l’elegia e il patetico siano sempre in agguato. In termini quasi didattico-pedagogici lo conferma ad abundantiam soprattutto la prima parte di Divina mimesis (1975, prima opera postuma dello scrittore e suo sanguinolento auto-identikit), di cui appena uscito scrivevo: “E’ chiaro, ed è appena doverosamente generoso non pesare Pasolini su un libro come Divina mimesis, che egli probabilmente non avrebbe licenziato nello stato attuale: ma è altrettanto chiaro che anche questo libro gli appartiene totalmente, appartiene all’ideologia regressiva e sempre più misticheggiante con la quale, come un San Sebastiano sempre più trafitto e scoperto nella sua sete di martirio, egli continuava imperterrito ad aggredire il mondo, più che a conoscerlo (e contribuire a cambiarlo) con gli strumenti della ragione”.

 

Autore sostanzialmente patetico e viscerale, Pasolini – a dispetto della sua generosità ideologica – manca di radicalità di pensiero, quindi di radicalità formale. E’ questo che determina l’ambiguità del suo “espressionismo” e lo stempera in cadenze di sommesso epicedio autoreferenziale. Un’ambiguità che in tutta la sua opera (di poeta, di narratore, di drammaturgo, di saggista, di cineasta) si prova a costruire al proprio interno un apparato di strutture coese, che trova soltanto in un tasso (evidentissimo, e a più riprese denunciato dallo stesso autore) di religiosità forte, quanto si voglia “laicizzato”, ma in tutti i casi persistente e significativo, il proprio background e il proprio collante: una sorta di ideologia con tutti i crismi, negata nei suoi termini confessionali eppure innegabilmente “spiritualistica”, e comunque incompatibile con quella laicità e direi con quel materialismo integrale che resta, pur nella sua condizione minoritaria, il nerbo profondo e veramente antagonista della nostra cultura moderna.

Sono queste le ragioni per cui il vivissimo talento dell’autore di Ragazzi di vita e di Poesia in forma di rosa mi ha sempre messo in sospetto. Pasolini rimane, per tutti i suoi lasciti positivi e negativi,  una figura intensamente emblematica del passaggio italiano tra anni della ricostruzione capitalistica e anni della massificazione piccoloborghese della società e delle coscienze: e sarebbe stato davvero il caso, anziché continuare a alimentare fino ad oggi il pulverulento rituale della Celebrazione dell’Eroe Caduto, di sceverare il grano dal loglio nel corpo dell’opera (e della pratica operatività) dello scrittore; di valutare insomma sine ira et studio la dialettica del Personaggio e dell’Autore dentro gli anni che gli fu dato vivere, in una proiezione meno deformante e agiografica. Senza santificazioni, perciò. Senza equivoche consacrazioni. E non si potrà fare a meno allora, credo, di convenire ancor oggi col giudizio conclusivamente severo di Franco Ferrarotti, per il quale Pasolini rimane, malgrado tutti i suoi sforzi in contrario, “un intellettuale tradizionale, un’edizione aggiornata del ‘lupo della steppa’ di Hermann Hesse, con la sua autonomia illusoria, la sua posizione fondamentalmente astorica e aclassista, la confusione fra dato e prescrizione in nome d’una suprema ‘liricità’, che opta per il mito e l’irrazionalità contro la storia e contro la politica”.

Davvero, aggiungerei, in una divisione del Sé al tempo stesso detestata e adorata, ma mai ricomposta in una dinamica superiore.