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100 PASOLINI

PASOLINEIDE

di Stefano Lanuzza

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                                                                    “L’essere che deve morire splende almeno prima di dissolversi, 
                                             e questo splendore costituisce la sua giustificazione”

(Albert Camus, L’homme révolté, 1951)

 

I. In un paese orribilmente sporco è il sottotitolo del libro Garzanti del 1977 Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (a cura di Laura Betti), che riprende una frase di Pier Paolo Pasolini tratta dalla sua dichiarazione di voto per il Partito comunista italiano, lui ventisettenne insegnante della provincia friulana espulso e vilipeso nel 1949 da un omofobo Pci per omosessualità e “indegnità morale”: “So che in questo paese non nero ma orribilmente sporco c’è un altro paese: il paese rosso dei comunisti. […] Voto comunista perché ricordo la primavera del 1945, e poi anche quella del 1946 e del 1947. Voto comunista perché ricordo la primavera del 1965, e anche quella del 1966 e del 1967. Voto comunista, perché nel momento del voto, come in quello della lotta, non voglio ricordare altro”. Sono parole di un ‘discorso ai giovani’ dell’8 giugno 1975 tenuto presso il cinema Jolly a Roma, prima che il 10 giugno il testo, intitolato Pasolini: il mio voto al PCI, appaia su “l’Unità” a preannunciare l’imminente grande avanzata del partito di Enrico Berlinguer… Il Partito comunista italiano – scrive più tardi Pasolini nell’articolo Che cos’è questo golpe? – è “un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico” (“Corriere della Sera”, 14 novembre 1974). 

Per la sua tempestività, il libro curato dalla Betti mi appare prezioso: così me ne occupo in un servizio per “Giorni/Vie Nuove” (25 gennaio 1978), rivista fiancheggiatrice del Pci fondata da Luigi Longo nel 1946 con tra i collaboratori, dal 1960 al 1965, lo stesso Pasolini (invitato da Maria Antonietta Macciocchi, direttrice della rivista dal 1956 al 1961); e diretta, dal 1969 fino alla chiusura definitiva nel 1978, dallo scrittore e giornalista Davide Lajolo, il partigiano “Ulisse”… “Fa un effetto in qualche modo toccante” scrive Mario Lunetta “rileggere una dopo l’altra le risposte che il giovane Pasolini dette ai corrispondenti di ‘Vie nuove’ in una rubrica da lui tenuta sul settimanale comunista dal 1960 al 1965. […] Il Pasolini che inizia calorosamente questo rapporto diretto con un pubblico prevalentemente giovanile e di sinistra, perlopiù di studenti e di lavoratori, è un Pasolini ancora ‘gramsciano’” (Dispacci senza replica, 2016): gramsciano per la fiducia nelle possibilità dei comunisti di conquistare l’egemonia politico-culturale, e con un occhio al Marx critico della civiltà delle macchine adoperate ai fini della produzione capitalistica e aggravando lo sfruttamento della mano d’opera.  

 

           

Nel volume garzantiano, di circa quattrocento pagine, si raccolgono testimonianze di intellettuali – tra cui Alberto Moravia, Stefano Rodotà, Tullio De Mauro, Paolo Volponi, Francesco Leonetti, Franco Fortini, Gianni Scalia, Mario spinella, Andrea Zanzotto – e si analizzano le vicende vissute da Pasolini in un periodo di circa trent’anni. 
   A tali testimonianze aggiungo, sulle pagine di “Giorni/Vie Nuove”, uno scambio condotto a Firenze con l’obliato insegnante, giornalista e poeta mondadoriano (Poesie, 1958) Antonio Rinaldi, trasferitosi giovane dalla natia Potenza a Bologna. Allievo, in quella università, del critico d’arte Roberto Longhi, nel 1937 insegna al Liceo Galvani di Bologna e negli anni 1938-’39 ha tra i suoi alunni Pasolini, di cui diviene buon amico. 
   Arrestato più volte per antifascismo negli anni 1943 e 1944, Rinaldi milita nel Partito d’Azione e aderisce nel 1953 al Partito socialista. Collaboratore dei quotidiani “l’Unità” e “Il Resto del Carlino”, e delle riviste “Il Ponte” e “L’Approdo letterario”, è così ricordato da Pasolini introducendo una scelta delle proprie Poesie antologizzate per Garzanti nel 1970: “Bologna, al Liceo Galvani, nel ’37: anno in cui un professore supplente – Antonio Rinaldi – lesse in classe una poesia di Rimbaud. […] È vero che io non ero più fascista ‘naturale’ da quel giorno del ’37 in cui avevo letto la poesia di Rimbaud” (in realtà, Pasolini mantiene ancora un’attenzione per il fascismo se nel 1942, ventenne militante nei Guf, Gruppi universitari fascisti, è con Giaime Pintor e Vittorini presente a Weimar in occasione d’un raduno degli scrittori europei).   
   Nella medesima introduzione a Poesie (che costituisce un ineludibile stralcio dei migliori versi di Pasolini e forse il suo impensato capolavoro: comprendente parti di Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa), intitolata A un lettore nuovo, l’autore tiene a ricordare: “Ciò che mi ha spinto a essere comunista è stata una lotta di braccianti friulani contro i latifondisti, subito dopo la guerra. […]. Io fui coi braccianti. Poi lessi Marx e Gramsci”.

“Il mio vero incontro e la mia ulteriore conoscenza con Pasolini” spiega Rinaldi “avvennero nel 1948, quando egli mi invitò a casa sua, a Casarsa, dove trascorremmo quattro giorni discutendo quasi ininterrottamente, spesso polemizzando. Io arrivai a rimproverargli la comoda vita d’allora, l’attaccamento alla madre e certi suoi atteggiamenti tardodecadenti… Dopo quella volta ci furono altri incontri, anche se radi e occasionali, a Bologna e a Roma”.
   Tu credi – chiedo a Rinaldi – che dal libro Garzanti su Pasolini, un atto d’accusa contro il sistema giudiziario italiano e una società perbenista, élitaria e piccolo-borghese, votata al conformismo e all’ipocrisia, appaia la figura di una vittima predestinata, di un uomo che, come scrive Moravia nella Prefazione, ha quasi “il dovere di morire”? Così Pasolini, nell’incompiuto, postumo La Divina Mimesis (iniziato a scrivere nel 1963), dantesco libro di “frammenti infernali”, fingendo il reperimento d’un foglio tenuto in tasca da un alter ego trovato cadavere scrive, alludendo al Convegno del Gruppo 63 a Palermo che lo stigmatizza e ‘bastona’, l’autoreferenziale profezia: “Egli è morto, ucciso a colpi di bastone, a Palermo”.  
   “In quel suo modo estremamente lucido e razionale di esporre,” è la risposta “Moravia rende bene l’idea. È vero: davanti all’opinione pubblica era come se si fosse determinato, per Pasolini, addirittura l’obbligo di morire. La persecuzione tende sempre a provocare la morte del perseguitato. La morte è stata, così, espressione conseguenziale della personalità di Pasolini, della sua psicologia e della sua sociologia in un ambiente che diventava sempre più reazionario. Ricordo che una volta, durante un dibattito, disse: ‘Io ogni notte patisco il fascismo sul mio corpo’. Per i fascisti, Pasolini era un nemico da abbattere senza pietà. Ecco, credo che, con la violenza, anche il terrorismo, frutto di degradazione del senso dell’umano, sia un aspetto della mutazione antropologica ravvisata da Pasolini; il quale, in concomitanza con la sua coscienza della nuova mutazione sociale, andava in giro non più con la vecchia Giulietta odorosa di cicche di cui parla in La religione del mio tempo, ma con la macchinona metallizzata, floreale e preraffaellita che aveva dato luogo a una critica di Pintor sul ‘Manifesto’”... Vero che lo scrittore ha qualche dandistica frivolezza: “Sì, amava circondarsi di cose belle” racconta la cugina ed erede Graziella Chiarcossi. “Si vestiva anche con grande accuratezza: giubetti di pelle, giacche con i reversi di velluto, calcolate geometrie di righine. Aveva un debole per le scarpe, che portava con qualche centimetro di tacco per essere più alto. […]. Le sue cravatte le ho volute conservare” (“La Repubblica”, 30 ottobre 2015).

È un esecutore del delitto oppure un’esca il minorenne borgataro Pino Pelosi, secondo taluni complice d’una spedizione di manovalanza mafiosa ingaggiata dallo squadrismo nero (pare che lui e Pasolini siano andati all’idroscalo per un appuntamento con qualcuno allo scopo di recuperare le pizze rubate del film Salò)?
   Del resto, come riferisce lo stesso Pelosi durante la trasmissione di Rai Tre Ombre sul Giallo del 7 maggio 2005, gli energumeni che s’accaniscono su Pasolini – 1,65 cm d’altezza per appena 59 kg di peso – parlano in siciliano e lo insultano chiamandolo comunista fetùso (sporco comunista) e jarrùso (prostituto, omosessuale: dall’arabo arùs. Da cui anche carùs, ‘carusu’, ragazzo).
   “Pasolini mi voleva bene. Non ci siamo incontrati per caso quella sera come hanno detto tutti” racconta in seguito Pelosi alla giornalista Anna Maria Liguori in una conversazione pubblicata da “la Repubblica” (2 gennaio 2012). “Ci vedevamo da quattro mesi e lui con me si confidava. […]. Una sera mentre mangiavamo mi ha raccontato del senso di colpa che lo tormentava. Diceva di aver spinto lui il fratello a partire partigiano [il fratello Guido, morto nel 1945, era nel Partito d’Azione, ndr], di averlo accompagnato al treno e di non averlo mai più rivisto. Mentre parlava piangeva […]. ‘È colpa mia’ disse. […]. Una volta per tutte voglio raccontare quello che ho vissuto con lui, quello che ci siamo detti quella notte prima che morisse. Prima di farmi sette anni di galera per niente. Da quando mi ha fatto una carezza un minuto prima che scendessi dall’auto fino a quando gli ho sentito urlare ‘aiuto mamma’. […]. Io me lo scordavo proprio chi era, mi pareva che eravamo uguali. […]. Ho chiuso finestrino e portiera, mi sono girato, sono andato verso una rete per fare la pipì. Un minuto dopo non si è capito più  niente. Qualcuno ha cominciato a picchiarmi. Mi sono girato, lo stavano massacrando. È stato allora che ha urlato ‘aiuto mamma’. Dopo non ha detto più niente”.   
   Irriconoscibile il corpo di Pasolini, ritrovato la mattina del 2 novembre 1975 a Ostia Lido in Via dell’Idroscalo: l’hanno percosso con bastoni e catene, la sua camicia è inzuppata di sangue, il volto escoriato, la testa schiacciata, ciocche di capelli strappate, dieci costole rotte, le dita della mano sinistra spezzate… In tre sentenze processuali (Primo grado, 26 aprile 1976; Processo d’Appello, 4 dicembre 1976; Corte di Cassazione, 26 aprile 1979), Pelosi è condannato per omicidio volontario dapprima in un preordinato “concorso con ignoti” e poi come unico responsabile. Di parere contrario è l’avvocato di parte civile Guido Calvi che, nella sua arringa del 24 aprile 1976, ricostruendo la dinamica dell’omicidio e considerando la martirizzazione del cadavere di Pasolini, parla della “presenza di più aggressori” secondo quanto dimostrato dalla perizia sui vestiti del cadavere dove si scoprono cinque diversi profili genetici di altrettante persone. 
   Sono elementi che dapprima non fanno cambiare opinione a Walter Siti, il maggiore studioso di Pasolini il cui assassinio – scrive Siti – è “da ricercare nei rischi della sua vita privata. Invece il mito di massa preferisce la tesi del complotto politico” (Il mito Pasolini, “Micromega”, n. 6, 2005).  In qualche modo correggendosi il 13 settembre 2015 su “la Repubblica”, quando afferma: “Il sospetto che Pelosi non fosse solo apparve più che fondato […] gli indizi restano molti, troppi […] certo la versione vulgata all’epoca (il giovane marchettaro che si ribella a pratiche sessuali non previste) non regge più”. 

Dalla fine degli anni Cinquanta, Pasolini prende a frequentare l’Italia del Sud attratto dal clima e dal contesto antropologico oltre che per girare, più tardi, nelle zone dell’Etna, alcune suggestive sequenze dei suoi film (Il Vangelo secondo Matteo, 1964; Teorema, 1968; Porcile, 1969; Racconti di Canterbury, 1972). 
   A Catania ha una casa in Via Firenze, soggiornandovi frequentemente... “Avevo sempre pensato e detto che la città dove preferisco vivere è Roma, seguita da Ferrara e Livorno. Ma non avevo visto ancora, e conosciuto bene, Reggio, Catania, Siracusa. Non c’è dubbio,” scrive in un reportage commissionatogli dalla rivista “Successo” nel 1959, stesso anno della pubblicazione di Una vita violenta ambientato a Roma come il precedente Ragazzi di vita, “non c’è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: vivere e morirci, non di pace, come Lawrence a Ravello, ma di gioia. […] non so dire in cosa consista l’incanto: dovrei viverci degli anni. Comunque è chiaro che quello che si vocifera sul Sud, qui c’è. Ed è anche molto pericoloso”. Ma si fa degli amici, e qualcuno lo saluta dicendo “Iddu ‘u core bono l’ave!” [‘Lui ha il cuore buono’] – “E solo perché ho parlato un po’ con loro, dei loro problemi, del loro futuro”… Il testo, pubblicato tra luglio e settembre di quell’anno, è poi stampato in volume da Guanda col titolo di La lunga strada di sabbia (2017) e un’introduzione di Paolo Mauri.   
   Accade che verso il 1973,  negli anni appena precedenti la sua morte, Pasolini frequenti le zone etnee in cerca di attori e, nell’articolo Le mie Mille e una notte uscito nello stesso anno su “Playboy”, scriva animosamente di ragazzi inurbati e sottoproletari, teppa predatrice che aliena la propria identità e il proprio naturale dialetto ricco quanto una lingua, “giovani impazziti, o ebeti o nevrotici [che] vagano per le strade di Catania coi capelli irti o svolazzanti, le sagome deformate da calzoni che stanno bene solo agli americani: vagano con aria soddisfatta, provocatoria, come se fossero depositari d’un nuovo sapere. Sono, in realtà, paghi dell’imitazione perfetta del modello di un’altra cultura. Hanno perso la propria morale, e la loro arcaica ferocia si manifesta senza forma”. Sono quegli stessi ragazzi, torvi marchettari prediletti e disprezzati, dei suoi amori casuali pagati e consumati di notte nella città deserta, nei vicoli, nei prati, fra “vecchi palazzi consunti e i nuovi palazzi sfolgoranti sulle strade secche d’immondizia e di fango”. 
   E c’è, nel vecchio quartiere catanese San Berillo, Via delle Finanze presidiata da prostitute in attesa sulla strada o davanti alla porta di miserabili casupole: “Sesso, consolazione della miseria! / La puttana è una regina, il suo trono / è un rudere, la sua terra un pezzo / di merdoso prato, il suo scettro / una borsetta di vernice rossa: / abbaia nella notte, sporca e feroce / come un’antica madre: difende / il suo possesso e la sua vita. / […] // I figli si gettano all’avventura / sicuri d’essere in un mondo / che di loro, del loro sesso, ha paura. / La loro pietà è nell’essere spietati, / la loro forza nella leggerezza, / la loro speranza nel non aver speranza” (La religione del mio tempo).
   Mentre a Catania – riprende Pasolini nel citato Le mie Mille e una notte – una furia “si è abbattuta sugli omosessuali. […] Sono stati bastonati, accoltellati, spogliati, uccisi, perseguitati, non se ne vede più uno in tutta la città. Quel piccolo mondo di Sodoma è stato distrutto da una Gomorra feroce”. Ed è come se quell’omosessuale tragico e individualista isolato, irriducibile a qualsivoglia integrazione in autarchiche comunità gay, voglia prevedere, tornato a Roma per un appuntamento col paventato destino, la stessa furia che l’insegue e presto lo coglie.
   Si tratta di delitto politico-mafioso, dunque? 
   “Ne sono stato sempre convinto” asserisce Rinaldi. “Aggiungo che il volume curato dalla Betti fornisce la prova del nove che si è trattato veramente di delitto politico. In Italia, il nemico numero uno da colpire, data anche la notorietà nazionale e internazionale, era diventato proprio Pasolini”… Che paventerebbe il peggio se il I novembre 1975, poche ore prima della sua esecuzione, nella predittiva intervista a Furio Colombo uscita su “La Stampa/Tuttolibri” (8 novembre 1975), persuaso che qualcuno stia progettando di ucciderlo, esclama: “Siamo tutti in pericolo. […] Mentre stiamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. […]. Qui c’è la voglia di uccidere. […]. Ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. [...] io scendo all’inferno […,] ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. […] la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte”… E il fraterno ribelle Camus di L’homme révolté, avvisa che, per un insieme di circostanze incontrollabili, è “sempre possibile, come vediamo comunemente, farsi uccidere”. 
   Non passano venti anni dalla morte di Pasolini che un’Italia in pezzi, da lui clamorosamente descritta contro la pigrizia intellettuale in auge, assiste nel 1994 all’avvento del berlusconismo corruttore, piduista e mafioso avallato da una maggioranza di elettori frastornata dalla propaganda mediatica.

Un secondo dialogo, sempre sullo stesso numero di “Giorni/Vie Nuove”, lo avvio con Gianni Scalia – sodale di Pasolini insieme a Roversi, Romanò, Volponi, Leonetti e Fortini ai tempi della post-ermetica rivista “Officina” (1955-1959), attenta alle indicazioni di Contini sull’influenza di Pascoli (oggetto della tesi di laurea di Pasolini) nella nuova poesia italiana –, critico letterario, ideologo presente del dibattito politico-culturale in Italia, animatore delle riviste “Per la critica” (1973-’74), “Il cerchio di gesso” (1977-‘79), “In forma di parole” (1980-2014) e autore del saggio La crudeltà di Pasolini incluso in Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte. “Questo libro” secondo Scalia “è un atto d’amore, un atto d’accusa e un atto ‘politico’. Esso dimostra come la storia di Pasolini sia la storia di una ‘persecuzione’ che finisce nella ‘esecuzione’. Persecuzione, criminalizzazione in forme implicite ed esplicite, ideologiche e materiali, da parte della classe dirigente e della stampa, della magistratura, della cultura letteraria, delle istituzioni… ‘Arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato’ – scriveva Pasolini stesso: che voleva anche scrivere sui suoi processi. Ed eccolo il libro sui processi, allestito con tanta pazienza e collera e, ripeto, amore. Il libro è un atto politico, credo (malgrado non lo consideri tale lo stesso editore, che in parte se ne dissocia con un a suo modo appassionato ma singolare post-scriptum!), perché, oltre il resto, pone l’assassinio di Pasolini come un caso ancora aperto, denunciando i silenzi – organizzati? –, le ‘conclusioni’ inaccettabili, il fermarsi di fronte agli ‘ignoti’ ecc. ecc. e ci costringe e impone (o dovrebbe) a continuare, in particolare, il dissenso di Pasolini, la sua pratica ‘corsara’. Almeno, questa è la mia persuasione”.
   Puoi meglio precisare il tuo uso della parola dissenso?
   “Dissenso è un termine (diventato) difficile, anche equivoco, e io l’ho adoperato polemicamente; se ne possono impiegare altri. L’importante è che non si finisca, come si sta facendo, col ‘recuperare’ Pasolini (magari con lo stesso successo mondano del libro di cui stiamo parlando): sistemarlo e collocarlo, commemorandolo; riconoscerlo, senza ascoltarlo di nuovo; continuare a farne un poeta ‘civile’ e datato, un intellettuale ‘provocatore’ (e muto), un personaggio ‘inquietante’ (che non fa più domande, e a cui si può non rispondere più); rimettere nelle buone navigazioni il corsaro…”.
   Appunto, nel tuo saggio definisci Pasolini “dissenziente”.
   “Pasolini ci ha detto parole che sono, ancora, ‘insopportabili’; per questo ho giudicato di dover definirlo dissenziente, nel senso semplice e profondo (e temibile?) del termine. So che questa definizione (come l’altra, che ho già da tempo avanzato, di intellettuale disorganico, presto catturata) è vociferata anche pubblicamente da amici comunisti, che lascio nell’anonimato, come ‘aberrante e arbitraria’ o, più tenuemente, come ‘formula stiracchiata’, eccetera… Ma mi chiedo se si possono dimenticare le ‘verità’ di cui parlava Pasolini: la totalizzazione capitalistica (‘omologazione’, comune ideologia produttivistica-comunistica; comune concezione del ‘razionale’ progresso-sviluppo); la tendenza del potere a diventare assoluto; la necessità di un processo reale ai potenti del ‘Palazzo’; la richiesta, pronunciata verso gli intellettuali ‘progressisti’ di ‘continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a volere, a pretendere, a identificarsi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare… Si può anche considerare Pasolini un ‘intellettuale organico’ (‘specialista più politico’), in tutti i sensi possibili (l’ultimo, o definitivo, sembra lo sappia bene Sanguineti!); un collaboratore ‘potenziale’ di un nuovo potere; o l’eretico, che presuppone l’ortodossia; o colui che, ‘scandaloso’, presuppone la norma (uguale normalità), che sta al gioco e alle regole del gioco? Oppure, infine, anche come il ‘compagno non compagno’ (secondo la stessa definizione pasoliniana), che l’amico Spinella, col suo scritto nel libro di cui parliamo, ha frainteso fino al punto di ‘storicizzare’ (o esorcizzare) il comportamento di ambiguità, o di rifiuto, o di abbandono (soprattutto prima della fine) da parte del Partito comunista? Così, il partito finisce storicamente per non ‘sbagliare mai’ – e contro ‘non si ha mai ragione’. (Ma non è una vecchia strategia, una vecchia storia, caro Spinella, questo storicismo come relativismo assolutizzato?)”.
   Invece, come spieghi i rapporti di Pasolini col Pci?
   “Io ho spiegato diversamente i rapporti di Pasolini con il Pci, e il suo essere ‘comunista comune’, ‘marxista ordinario’, di lotta e non di governo, di ricerca e non di ‘soluzioni’, di domande e non di risposte (già date). Pasolini è rimasto solo”.
   Forse, a questo punto, occorrerebbe chiedersi se è possibile condurre una lotta senza volere uno sbocco possibilmente positivo.
   “Per quanto posso,” prosegue Scalia “io continuo la polemica. Anche a sinistra, per così dire, con il mio, nel libro, davvero incomprensibile ‘moralista’ Fortini… Sono convinto che ‘sogno di una cosa’, ‘richiesta di poesia’, ‘mania della verità anche in politica’ sono, per Pasolini, il suo ‘marxismo non marxista’ (marxismo ‘inventato’, come dice il mio amico Roversi. E perché no?). Sono convinto che comprendere Pasolini sia continuare il suo dissenso, e le sue richieste; interrogarlo, interrogarci; mettere (e metterci) alla prova; portare Pasolini nello nostre contraddizioni. Non pensare di smettere di essere corsari. Alla fine, essere pazienti; pazientemente ribelli, come è stato Pier Paolo Pasolini… A conclusione del mio scritto nel libro di cui parliamo, ho detto che Pasolini è stato crudele. Crudele nel ricordarci la degradazione della società in cui viviamo-moriamo (che non si può trasformare senza crudeltà). Nel ricordarci l’oppressione occultata e prodotta; la falsa eguaglianza del nuovo ‘patto sociale’; la necessità di una ‘opposizione all’opposizione istituita’. Pasolini non ci fa dimenticare questa crudeltà”. Una celata crudeltà fatta emergere da Oriana Fallaci nel dialogante Pasolini un uomo scomodo (2015): “Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina”.
   Crudeltà del “corsaro” che, sulla scorta della Scuola di Francoforte, fa col suo giornalismo socioantropologico giammai divagante degli impegnati poemi prosastici contro una modernità disumanizzata e incolta, contro il genocidio culturale, la dilagante omologazione del linguaggio che oblitera le lingue madri, la borghesia industriale con la sua ingordigia proprietaria sfruttatrice delle classi diseredate, ovvero di quel sottoproletariato apolitico e aideologico pure inviso all’ortodossia marxista-leninista.
   Vuole Pasolini che i suoi ragionamenti sulle questioni linguistiche siano politici e non tanto linguistici in senso stretto, nel momento in cui confuta i codici “del giornalismo, della televisione, della pubblicità, della politica” come del “parlar comune” e di un italiano ridotto a chiacchiera della borghesia la quale “non ha saputo identificarsi con la nazione, ma è rimasta classe sociale: e la sua lingua è la lingua delle sue abitudini, dei suoi privilegi, della sue mistificazioni, insomma della sua lotta di classe” (“Rinascita”, 26 dicembre 1964). 
   Rispetto a simili derive, un merito dell’opera di Pasolini è, come lui stesso sostiene, consistito, finché è stato possibile, “in una scoperta dell’Italia reale e periferica, popolare e dialettale. Su questo si è realizzato concretamente l’impegno del dopoguerra” interpretato dal neorealismo e dal naturalismo espressionistico “per cui l’autore finiva sempre per parlare, completamente o in parte, attraverso la lingua del suo protagonista popolare e dialettale. Era l’unica strada concreta e possibile […] di applicare alla letteratura la nozione gramsciana di nazional-popolare: la concomitanza di due punti di vista nel guardare il mondo, quello dell’intellettuale marxista e quello dell’uomo semplice, uniti in una ‘contaminazione’ di ‘stile sublime’ e di ‘stile umile’”. Senonché “quella strada democratica e popolare dell’italianizzazione ha subito una violenta deviazione: un fenomeno nuovo, la nascente tecnocrazia” che liquida o mette “fuori gioco […] tutto il passato classico e classicistico dell’uomo: ossia l’umanesimo” (“Rinascita”, 6 marzo 1965). 
 
“Io sono una Forza del Passato / solo nella Tradizione è il mio amore” scrive Pasolini in Poesia in forma di rosa rivendicando la propria inadattabilità a un’Italia trasformata in Paese traumaticamente industriale nel cui specchio non vuole ravvisarsi. Per lui, è nel passato il mondo della vita e della poesia; ed è gramsciana l’opposizione di uno che, mentre vive e milita nel presente, da poeta si richiama all’antico, al mondo contadino e a un’‘età del pane’ fondata sui beni necessari e non su bisogni superflui. Muovendo dalla tradizione, vuol dibattere contro il culto dell’eccedenza e il finto benessere, il degrado psicoculturale e i nuovi poteri da cui s’originerebbe un ritornante fascismo, “il più violento e totalitario che ci sia mai stato: esso cambia la natura della gente, entra nel profondo delle coscienze” (“Corriere della sera”, 11 luglio 1974)… Ciò che con angoscia si evoca, oltre all’idea d’un trascorso tempo preindustriale, quello della luce danzante delle “lucciole” sparite a causa dell’inquinamento, è la constatazione di un’innocenza popolare dissolta dal mutamento economico induttivo d’una mutazione antropologica che illude con le sirene del consumismo le classi umili per poi lasciarle nella loro miseria storica. 
   Le stesse trionfali innovazioni tecnologiche, alimentatrici di uno sviluppo che non è progresso, annunciano una perdita di contatto con le cose, un’alienazione inarrestabile e una subordinazione che distoglie i soggetti dalla loro individualità. Quanto all’industria culturale, questa, affidatasi ai mass-media, punta a una produzione con tirature di massa che non distinguono tra qualità e quantità conformandosi a un inedito, banalizzante sistema dello spettacolo. Con gli intellettuali fagocitati dall’assetto di un’editoria che, per profitto, sacrifica la loro indipendenza e li adopera per pianificare in modo seriale i gusti del pubblico.  
   Per queste sue posizioni, è allora un ingenuo antimoderno, un ‘nuovo reazionario’ contestatore del neoconformismo di sinistra, quel Pasolini eretico e in dialettica coi valori clerico-fascisti che fanno da supporto a un dominio scristianizzato? Reazionario chi invoca un “processo” prefigurante l’avvento, all’inizio degli anni Novanta, dei magistrati di “Mani pulite” contro la classe politica dallo scrittore accusata, proprio nell’articolo Il Processo, di “indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid […,] distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani […,] responsabilità della condizione […] delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne, responsabilità dell’esplosione ‘selvaggia’ della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa […,] reati che dovrebbero trascinare almeno una dozzina di potenti democristiani sul banco degli imputati, in un regolare processo penale” (“Corriere della Sera”, 24 agosto 1975). Un processo che farebbe risultare irrilevante quella che Pasolini chiama “la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini)” (“Il Mondo”, 28 agosto 1975). Mentre, nel 1977, Aldo Moro, anima democristiana dannata da un fato sicario seguìto a quello di Pasolini, non senza iattanza accampa che la Dc, davvero prossima a una crisi senza soluzione, “non si farà processare nelle piazze”… Frattanto, Siti crede di dover minimizzare la portata o la prontezza dell’articolo pasoliniano scrivendo inopinatamente: “Il ‘Processo’ al Palazzo non prefigura Mani pulite, è piuttosto una riscrittura di Todo modo [Sciascia, 1974] con altri mezzi” (cfr. “Micromega”, cit.).

Sembrerebbe stare ‘di fatto’ a destra lo scrittore che perora la sospensione della scuola dell’obbligo, giudicata deleteria per il suo nozionionismo preconfezionato, come della perniciosa televisione? Il Pasolini ‘bastian contrario’ che idealizza il restauro d’una cultura emarginata e preindustriale o deplora il femminismo edonistico e il sacrilego aborto, gli studenti protestatari di Valle Giulia e le infrazioni sessantottesche di velleitari movimenti extraparlamentari spesso guidati da piccoli Lenin immersi nel laicismo della modernità neocapitalista, dominati da una schematica e feroce volontà di potere fiancheggiatrice di bande terroristiche presto infiltrate da forze eversive straniere. 
   Intanto, perché quella poesia di maniera, ‘brutta’ eppure memorabile nella sua istantaneità, Il Pci ai giovani del I marzo 1968, poi lievemente rimaneggiata? Quale la vera necessità dell’accusa di un anomalo pedagogo che si sforza di istituire un dialogo con chi rifiuta qualsivoglia approccio didattico? Troppo fiducioso, Pasolini vorrebbe convincere col suo socratismo immaginario che ammonisce, critica e suscita domande laddove si esigono mere risposte ideologiche o dogmatiche. 
   “Mi dispiace. La polemica contro / il Pci andava fatta nella prima metà / del decennio passato. Siete in ritardo, cari. // Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati: / peggio per voi. // Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi / quelli delle televisioni) / vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio / goliardico) il culo. Io no, cari. // Avete facce di figli di papà. / Vi odio come odio i vostri papà. / Buona razza non mente. / Avete lo stesso occhio cattivo. / Siete pavidi, incerti, disperati / (benissimo!) ma sapete anche come essere / prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: / prerogative piccolo-borghesi, cari. // Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti,  / io simpatizzavo coi poliziotti. / Perché i poliziotti sono figli di poveri. // […] Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. / […] / A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento / di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte / della ragione) eravate i ricchi, / mentre i poliziotti (che erano dalla parte / del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque / la vostra!” // […] Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!” (“L’Espresso”, 16 giugno 1968).   
   Ma anni dopo e tre settimane prima di morire, vediamo Pasolini scagliarsi contro la “spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia. Su questo punto c’intendiamo subito tutti. È inutile spendere parole” (“Corriere della Sera”, 8 ottobre 1975). Non sono forse, le polizie, l’eterno braccio violento che, nella storia italiana, su mandato di un regime democristiano-poliziesco reprimono con la violenza ogni protesta e manifestazione di libertà? Ciò, conformemente al pensiero dell’ex Presidente della Repubblica Italiana e senatore a vita Francesco Cossiga che, in un’intervista del 23 ottobre 2008 a “QN” (“Quotidiano Nazionale”), dice con (cattivo) gusto: “Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì… questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”.
   Resterebbe altresì da rilevare che a Pasolini probabilmente non sfugge come, nella battaglia di Valle Giulia, ad attaccare la polizia s’aggreghino al Movimento studentesco elementi provocatori di estrema destra (FUAN, Avanguardia Nazionale, Msi) in seguito attivi nell’eversione terroristica… Fatalmente, a Valle Giulia, comunisti d’ogni tendenza si amalgamano coi neofascisti. 
   Pochi mesi dopo, alla sua polemica poesia Pasolini fa seguire un articolo, dall’apparato politico mai considerato, per il disarmo immediato della polizia che implicherebbe un “cambiamento della psicologia del poliziotto. Un poliziotto disarmato è un altro poliziotto. Crollerebbe di colpo, in lui, il fondamento della ‘falsa idea di sé’ che il Potere gli ha dato, addestrandolo come un automa” (“Tempo”, 21 dicembre 1968).  
   Sempre nel 1968, a giugno, è il processo allo scrittore e drammaturgo Aldo Braibanti, partigiano comunista a Firenze nel 1940, omosessuale condannato secondo il cosiddetto Codice Rocco del 1930 in un paradossale processo per avere ‘plagiato’ un ventenne andato a vivere a Roma con lui. A niente vale l’appello ai giudici, sessisti e clericali appoggiati dalla stampa di destra, rivolto da Pasolini insieme a Moravia, Eco, Pannella, lo psicanalista Musatti, la Maraini e la Morante. “Se c’e un uomo ‘mite’ nel senso più puro del termine, questo è Braibanti:” scrive Pasolini come pensando a sé stesso “egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno; non ha chiesto o preteso mai nulla. Qual è dunque il delitto che egli ha commesso per essere condannato attraverso l’accusa, pretestuale, di plagio? Il suo delitto è stata la sua debolezza” (“Tempo”, 13 agosto 1968)
 
II. Scrive la direttrice del Vieusseux Gloria Manghetti vagliando la gran messe di documenti pasoliniani donati all’Archivio dell’Istituto fiorentino da Graziella Chiarcossi: “Corripondenza, poesie, sceneggiature, interventi critici e politici, appunti di lavoro, e di lì a poco anche disegni, quadri, fotografie, documenti personali, stavano dinanzi a noi a richiamare, con eloquente evidenza, la vitalità creativa e ‘disperata’ di Pasolini. Colpiva, in particolare, il riflesso, in quei diversi materiali, del modo di lavorare di Pier Paolo, nella varietà di esperienze che si erano incrociate sul suo tavolo, tra sperimentalismo e quotidiana, diligente assiduità. E subito immediata affiorava alla mente l’immagine del più volte evocato, da Pasolini stesso, ‘Laboratorio’, ‘il luogo più poetico del mondo’, termine che restituiva perfettamente la paziente dedizione ad un modus operandi esemplare, ben al di là della separatezza tra produzione artistica e esperienza diretta delle cose, tra riflessione e azione” (Premessa al catalogo Pasolini. Dal Laboratorio, 2010).
   Dopo avere, come tutti, dilapidato la propria vita, Pasolini ne affida le polimorfiche vestigia a una congerie di scartafacci contenenti la sua febbrile gioventù friulana, le poesie dialettali e in lingua, prose narrative, giornalistiche e saggistiche, testi teatrali e copioni cinematografici, incerti disegni e quadretti, lettere, fotografie, abbozzi d’ogni genere, rassegne stampa, locandine, manifesti diversi e la macchina da scrivere Lettera 22. 
   Vi sono, nell’assortimento di quei consonanti e non effimeri reperti, le utopie arcaiche dell’autore, il suo amore per la cultura popolare e i dialetti perduti, il friulano, il romanesco integrato nell’italiano e fatto neoletterario, gli idilli, la coscienza eretica e le sfide sociali, i temi erotico-panici, il terzomondismo e i mondi dimenticati, le laudi della sana povertà dell’Italia arretrata del nord e del sud, gli abissi d’un capitalismo criminale, il furore, il dolore, il lutto e le speranze sempre deluse. Con lo scandalo omoerotico, l’amore per i corpi e quello assoluto per la madre, le discese agli inferi borgatari, le persecuzioni patite dai farisei, la fame di vita e un fervido spirito di seduzione; oltre all’esilio e la solitudine, l’abiura e l’ebbrezza debole della ragione sconfitta, il peccato cattolico e la ricerca d’una salvezza irraggiungibile, i paradossi di un’intelligenza fulminea quanto lacerata dalle proprie antinomie, il dispregio per la corrotta società industriale che promette una vita migliore ai proletari (produttori di proles - prole -, cioè di corpi) ma ne mantiene o accentua l’oppressione… “Io potrò cercar di scalfire, o almeno mettere in dubbio,” si rivolge con benevola severità Pasolini a un inventato, giovane proletario nel pedagogico e testamentario Gennariello in 14 capitoli pubblicati su “Tempo” dal 6 marzo al 5 giugno 1975 “ciò che ti insegnano, genitori, maestri, televisioni, giornali, e soprattutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato e ti insegnano le cose. Il loro linguaggio è inarticolato e assolutamente rigido: dunque inarticolato e rigido è lo spirito del tuo apprendimento e delle opinioni non verbali che in te, attraverso quell’apprendimento si sono formate. Su questo siamo due estranei, che nulla può avvicinare”. Gennariello è il refrattario manifesto della sfiducia sul progresso e sulla modernità che per Pasolini sono gli altri nomi dell’adattamento conformistico.

Niente, nessuna parola dell’opera di Pasolini si perde; e tutto resta d’un autore che, con i coetanei latori di una cultura antisistema e contro il potere, Leonardo Sciascia e don Lorenzo Milani, segna la più intensa temperie del dissenso nell’Italia secondonovecentesca. 
   “Precorrendo il ’68,” scrive Pasolini “[don Milani] ha portato a termine l’unico atto rivoluzionario di questi anni: l’ha fatto con una certa ingenuità e una certa presunzione, ma con una sostanziale purezza ascetica” (“Tempo”, 8 luglio 1973). Dopotutto, la soave purezza delle “persone ‘ingenue’: la categoria di persone che più amo” scrive, condivisibile, Pasolini su “Tempo” (3 settembre 1968) rispondendo alla “Lettera di un lettore”.  Un’affermazione che, per suggestione, riporterebbe a un libro come Io speriamo che me la cavo, uscito nel 1990 a cura del maestro elementare Marcello D’Orta che Pasolini avrebbe potuto apprezzare: una silloge, ricca di vitale freschezza, di temi scritti da bambini napoletani con incantevole candore, gioconde sgrammaticature, un innato umorismo non privo di umana profondità, un’atavica saggezza sottoproletaria misurata con l’insicurezza e il fatalismo (e chissà che le loro espressioni non siano la premessa d’una opposizione sociale).    
   Scrive, con sentita e ostile coscienza di classe, uno dei bambini antologizzati a proposito della Rivoluzione francese: “Il popolo si puzzava di fame […,] allora si scatenò, gli presero i nervi dalla nervatura, e scoppiò la Rivoluzione francese. Si buttarono mazzate. Si colpiva. Uno sputò pure in faccia a un altro. […] Andarono alla Bastiglia e se la presero […]. Il ré si vestì da contadino per fuggire, ma lo presero lo stesso […]. Poi venne Napoleone”.  Un altro, segnalando una precaria condizione, si sofferma a descrivere la propria casa: “La mia casa è tutta sgarrupata, i soffitti sono sgarrupati, i mobili sgarrupati, le sedie sgarrupate, il pavimento sgarrupato, i muri sgarrupati, il bagnio sgarrupato. Però ci viviamo lo stesso, perché è casa mia, e soldi non cene stanno. Mia madre dice che il Terzo Mondo non tiene neanche la casa sgarrupata, e perciò non ci dobbiamo lagniare: il Terzo Mondo è molto più terzo di noi! […]. Io voglio bene alla mia casa sgarrupata, mi ci sono affezzionato, mi sento sgarrupato anch’io!”… Emergono aspetti della coscienza popolare di ceti subalterni esclusi dalla cultura dominante come dall’industria dei consumi distruttrice della tradizione: ceti ai quali, considerandone le abitudini comportamentali, le regole, i valori e le convinzioni, Pasolini non darebbe un significato restrittivo anzi ne rileva i sostanziali aspetti di protesta.
   È inoltre intuibile l’influenza sul pensiero pedagogico pasoliniano della Lettera a una professoressa (1967) scritta dal sacerdote Milani coi suoi allievi della scuola di Barbiana fondata nel 1956 e dispersa in una parrocchia contadina non lontana da Firenze. Pasolini è conquistato dalla metafora milaniana contro la scuola selettiva, ‘scuola dei padroni’ paragonata a un ospedale che si prende cura solo dei sani e discrimina o trascura i malati: una scuola che con la sua intirizzita impostazione omologa gli svantaggiati sociali e, coartandone la coscienza, li segrega nei loro ghetti d’arretratezza consegnandoli ai successivi processi di sfruttamento. 

 

Ad accomunare don Lorenzo e Pasolini, incresciosi e ben poco capiti nella loro complessità, è, con la loro tensione cristiana, il dissenso cattolico-riformista, intrinsecamente rivoluzionario, che, coinvolgendo gruppi cattolici e comunisti, preti-operai e comunità politicizzate di credenti, resiste alle stereotipate gerarchie della Chiesa istituzionale coi suoi collegi cardinalizi proni alla politica economica alleata col capitale azionario neocapitalista e alle strategie politiche d’una Democrazia cristiana per la quale gli individui, fuori d’ogni esperienza di fede, altro non devono essere se non degli ‘elettori’. 
   Autosuffiente vuol essere il partito democristiano dominante in Italia, quantunque sospeso, dopo il liberalismo di De Gasperi,  tra il vago laicismo riformista di Moro, l’integrismo perentorio e conservatore di Fanfani, il populismo di La Pira non inviso agli operai comunisti o la furbizia manovriera d’un Andreotti, tutti relativisti conservatori.

Di Pasolini restano ben rilevati, con la serie di film detti ‘di poesia’ e i testi teatrali, le Poesie a Casarsa (1942), La meglio gioventù (1954), Ragazzi di vita (1955), Le ceneri di Gramsci (1957), L’usignolo della chiesa cattolica (1958), Una vita violenta (1959), Passione e ideologia (1960), La religione del mio tempo (1961), Il sogno di una cosa (1962), L’odore dell’India (1962), Alì dagli occhi azzurri (1962), Poesia in forma di rosa (1964), Trasumanar e organizzar (1971), Empirismo eretico (1972), La nuova gioventù. Poesie friulane 1941-1974 (1975), Scritti corsari (1975), La Divina Mimesis (1975), Lettere luterane (1976), Il caos (1979), Descrizioni di descrizioni (1979), Amado mio (1982): fraseggi multipli, talora spuri o sommari, sostenuti da una conflittuale koinè gramsciana applicata ai temi della deriva tra lingue madri e lingua ufficiale, codici parlati e codice letterario o soltanto scritto; e ricerca, specie nelle poesie friulane e nelle narrazioni paradialettali, d’un idioma fonosimbolico e non normativo intermedio tra le diverse forme di una comunicazione che, per sottrarsi all’usura dei linguaggi massificati, include i ricorsi vernacolari e, praticando un italiano ‘allargato’, valorizzerebbe le esigenze espressive della collettività. 

 

Fino al sostanzialmente simbolico Petrolio (1992), avviato verso il 1972, cresciuto, nella casa della Torre di Chia in provincia di Viterbo, per 500 o 600 fogli di appunti discontinui, frammenti di cronaca e annotazioni fuori testo, cancellature, paragrafi interrotti e torsi narrativi; ma, per l’entropia che lo pervade, difficile da concludere... L’edizione 2022, definitiva, del libro curato da Maria Careri e Walter Siti è di 700 pagine; pensando che le intenzioni di Pasolini ne avrebbero previste 2000, idealmente postume. 
   A parte gli spunti pregevolmente letterari, tuttavia rimasti a uno stadio progettuale non debitamente rifinito e di provvisoria sperimentazione, non risulta che l’ambizioso progetto d’una joyciana opera ‘totalizzante’ sia andato a buon fine: né il generosamente dispersivo Pasolini può essere un concentrato, catafratto Joyce.
   L’opera, malagevole o faticosamente interpretabile, ha per sfondo il mito del ‘petrolio’ cui la società occidentale s’è votata perseguendo un’economia del profitto il cui prezzo è, prima di tutto, la distruzione dell’ambiente. Sono pagine compresse nel proprio stesso magma mimetico della denunciata decomposizione sociale, dove il plurilinguismo di dantesca intenzione s’alterna col saggio, l’allegoria, la lirica, il memoriale, l’indagine giornalistica e politica.       
   È Petrolio un raro, impervio romanzo-non romanzo e una decostruzione della forma romanzo; o la metanarrazione in flussi interrotti di un’epoca drammatica con sfondi di trame politiche, intrighi sottogovernativi, delitti e stragi, allusioni all’eliminazione di Mattei precipitato nel 1962 col suo aereo partito da Catania e del giornalista De Mauro, eliminato a Palermo dalla mafia nel 1970; tra cenni sul successore di Mattei all’Eni Eugenio Cefis (transustanziato nel personaggio di Aldo Troya), uomo garante delle multinazionali e, secondo un’informativa del Sismi (Servizio informazioni sicurezza militare), probabile fondatore della loggia massonica deviata P2, passata agli ordini di Gelli.  
   Protagonista del libro appare l’immaginario uno e ‘doppio’ ingegnere torinese dell’Eni Carlo Valletti, borghese cattocomunista, che nello stesso tempo è il socialmente impegnato imprenditore Carlo di Polis (Polis o della civiltà) ed è anche lo sregolato e incestuoso Carlo di Tetis (Tetis-la pulsione sessuale) mosso da voglie ora maschili ora femminili; e che, prima di metamorfosare in donna, s’accoppia con la madre, le proprie sorelle, la nonna, entro il serrato circuito d’un metamorfico pansessualismo echeggiante le pagine più efferate di Sade. È la rappresentazione dell’Io diviso d’una stessa persona che vive tra successi di carriera, loschi contatti col mondo politico, viaggi e rapporti sessuali che, ossessivamente salienti nel testo, sono ancor più inscenati nell’Appunto 55 “Il pratone della Casilina”, un florilegio dell’assillo sessuale pasoliniano, con orgiastiche fellatio praticate da Tetis a venti ragazzi dei Parioli, una sodomizzazione subita dallo stesso da parte del cameriere Carmelo, l’apparizione del miserando Merda, inglobato dal sistema, che incarna il degrado del proletariato preso nella morsa del consumismo selvaggio della società italiana del dopoguerra, del boom neocapitalistico, delle multinazionali selvagge, dei complotti e delle trame segrete, delle mafie, dei politici corrotti, degli eccidi annunciati nella pressoché fotografica “visione” (termine usato da Pasolini) della strage di Bologna avvenuta il 2 agosto 1980, anni dopo l’assassinio dello stesso autore: “La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. La bomba viene messa alla stazione di Bologna”… Se nessun libro più di Petrolio dà l’idea d’una macrostruttura dell’incompiutezza, d’un labirinto senza sbocchi, non cessano d’inquietare le ‘visioni/previsioni’ del suo autore che, se non può vedere tutto il peggio che dopo l’anno del suo sacrificio sta per succedere in Italia, in qualche misura lo raffigura e preannuncia.  

Al racconto di Pelosi di non essere stato da solo con Pasolini la notte del novembre 1975, ma anche con sopraggiunti individui “dall’accento siciliano”, si richiama nel 2010 la Procura di Palermo che ricerca in Petrolio rivelazioni mancate o indizi rimandanti al famoso articolo pasoliniano Che cos’è questo golpe? (cit.) con l’incipit Io so: “Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). […] Io so. Ma non ho le prove”. Pronunciamenti che suggerirebbero al Giovanni Ventura dell’organizzazione fascista Ordine Nuovo e uomo del Sid (Servizio informazioni difesa) coinvolto nella strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969) a cercare, dal carcere di Bari dov’è detenuto, un contatto con Pasolini. Dal 2 marzo all’8 ottobre 1975, i due si scambiano diverse lettere, con Pasolini che chiede a Ventura di raccontargli cosa sappia delle stragi. È una fase in cui lo scrittore, fatto segno di telefonate minacciose nella sua casa romana di Via Eufrate, riceve nel settembre e nell’ottobre del 1975 le ultime due lettere di Ventura a preannunciare rivelazioni di eventi oscuri e nomi peraltro mai fatti. Non è allora da escludere che il personaggio, ambiguo manipolatore, si sia ingegnato di tenere sotto controllo Pasolini per conoscerne le intenzioni a proposito delle progettate iniziative giornalistiche di denuncia. 

 

Sullo sconvolgimento dei ruoli sessuali prefigurato in Petrolio interviene duramente il giornalista Nello Ajello aderendo a una linea critica ridimensionatrice dell’opera pasoliniana condivisa coi Fortini, Salinari e Sanguineti della Neoavanguardia; o con Asor Rosa, che in Scrittori e popolo (1965) accomuna Pasolini e Cassola turandoli entro un regressivo populismo “esistenziale”.
   In concomitanza con la pubblicazione sull’“L’Espresso” delle pagine più aspre del libro, Ajello così semplifica: “Si tratta di un immenso repertorio di sconcezze d’autore, di un’enciclopedia di episodi ero-porno-sado-maso, di una galleria di situazioni omo ed eterosessuali, come soltanto dall’autore di Salò o le 120 giornate di Sodoma ci si può aspettare” (“La Repubblica”, 28 0ttobre 1992). Però, a tale proposito, si vada a sentire cosa dice Pasolini durante un dibattito sui dialetti tenuto con docenti e studenti a Lecce il 21 ottobre 1975: “Adesso io ho fatto un film che si chiama Salò, tratto da de Sade, dove si vedono delle cose tremende, che in realtà, prese una per una, sarebbero pornografiche, viste fuori del contesto; nel contesto penso che non lo siano, perché il contesto è quello della mercificazione che il potere fa dei corpi” (il dibattito leccese è pubblicato col titolo di Volgar’eloquio in un’edizione 1987 degli Editori Riuniti). 
   C’è un nesso tra l’ultimo film di Pasolini, periglioso adattamento del sadiano Le centoventi giornate di Sodoma (1785), e il suo ultimo romanzo creduto una capziosa preparazione del film: nesso riguardante il tema di un Potere pervasivo esercitato attraverso la degradazione dei corpi e la sottomissione sessuale, a insinuare una metafora, perfino cupamente satirica e parodistica, della corruzione, dell’istinto di morte, del dominio assoluto e brutale dei potenti sui più deboli sottomessi, asserviti, consenzienti o conformati al proprio stesso annientamento. 
   Tuttavia, secondo l’omologo ma più raziocinante Sciascia, è in simile rappresentazione d’un passivo, sottomesso e generale conformismo che Pasolini farebbe maggiormente affiorare il proprio temerario anticonformismo: riuscendo a indurre l’idea che, nel suo film caricato a pornografia, di pornografico, alla fine, ci siano soltanto gli spettatori nemmeno nascostamente compiaciuti. Per cui – pensa Sciascia – non si sbaglierebbe a cessare di assistere a una torturante rappresentazione che ben presto risulta scontata: “Se fossi rimasto oltre, mi sarei molto annoiato e un po’ vergognato. […] Ho sofferto maledettamente, durante la proiezione. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a non chiudere gli occhi, davanti a certe scene: e nel buio diciamo fisico che si faceva in me, precario conforto a quell’altro, morale e intellettuale, che dilagava dallo schermo, disperatamente e come annaspando, cercavo nella memoria immagini d’amore”. Non le trova, ma ravvisa nell’invocazione farnetica e dolorosa di una delle vittime sacrificali la segreta chiave di lettura del film, il recondito significato, le “tentazioni metafisiche vecchie” e la stessa disperazione del cattolico, ateo pour cause, Pasolini: “‘Dio, perché ci hai abbandonati?’. Lo stesso grido di Cristo nel Vangelo di Marco: ‘Eloì, Eloì, lamma sabactàni?’” (“Rinascita”, n. 49, 12 dicembre 1975). 
   Intestandosi di Sade la sacrilega e criminale sessualità, Pasolini pensa a un Dio irresponsabile, imperdonabile per avere negato all’uomo la libertà dalle coazioni del servaggio, dalla sofferenza e dal dolore?… “Lui agonista/ non aveva  scampo” medita Mario Luzi nella poesia Era incalzato da due erinni, apparsa su “L’Espresso” del 22 ottobre 1995: “Lo incalzavano / due erinni: la disperazione / e la vitalità, fameliche ugualmente, / lo mordeva la sua intelligenza”. E Sciascia in L’affaire Moro (1978), che lega l’orrore per l’epilogo mortale di Pasolini a quello di Moro ucciso dalle Brigate rosse: “Pasolini ormai fuori del tempo ma non ancora, in questo terribile paese che è diventato l’Italia”.

Ma dopo la violazione o la sordida sconsacrazione, dopo la perdita di senso del divino, non il sacro né il santo bensì il sacrilegio sessuale è quanto sembra fissarsi nell’esperienza e nella devastata coscienza di Pasolini: secondo quest’uomo religiosus a suo modo ma che ogni volta vuole smentirsi, alfine non c’è più una sacralità professabile e, dunque, non c’è per lui la soccorrevole speranza… “La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario” dice a Enzo Biagi il 27 luglio 1971 durante un’intervista televisiva censurata dalla Rai, non trasmessa e poi pubblicata da “Panorama” il 30 novembre 1995. È una diserzione angosciosa e una dimissione dall’avvenire dissolto nel novembre 1975; preannunciate con disarmata consapevolezza, più d’un decennio prima, nei versi di La religione del mio tempo: “Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo”. E ancora, in Poesia in forma di rosa, parole d’un postumo in vita: “È finita: bestemmiare, suicidarsi. / […] / ma… la vita ha un’occasione sola / io l’ho perduta tutta”.