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Per Vilma

IL MIGLIO QUADRATO, DI VILMA COSTANTINI

di Marcello Carlino

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Il titolo, mentre rivà per riverberi a segnacoli del territorio di Roma, fa mostra di una immediata, indiscutibile deputazione spaziale. Un’area è calcolata e perimetrata puntualmente; essa è posta al di là del Tevere e la mappa del Miglio quadrato ne trascrive talune risultanze: particolarmente, in abbrivo, il complesso monumentale di San Michele a Ripa.

Il racconto, concentrato in uno spazio della capitale, ha dunque una sua proiezione che io legherei a quella che altrove mi è capitato di definire urbanistica della letteratura: percorsi e attraversamenti e rilevazioni nel testo di elementi architettonici più o meno d’eccezione, d’uso pubblico o privato, compongono piani particolareggiati che di fatto ritagliano un’enclave nella città, che includono un nucleo di “sur-città” nella città.

Come accade quando lo spazio è incaricato di ruoli dominanti nella scrittura, è lo sguardo a trovarvi speciale, determinante facoltà di esercizio, tanto più che fin dall’inizio (ma costituiscono al dunque un leitmotiv e tornano sul finire così da fare cornice), le finestre sono raccolte in catalogo, tracciando frattanto vettori di insorgenza sulle pareti degli edifici e distinguendone par taluni aspetti le destinazioni d’uso e le vocazioni. A conforto, nelle movenze di debutto del Miglio quadrato Vilma Costantini presta udienza alle maniere dell’école du regard.

Dalle finestre la ginnastica in opera dell’occhio contempla una varietà di figure. Sono vedute in piano, sovente laterali, che inquadrano piccoli avvenimenti senza importanza, con un popolo di senzanome che vi ha corso. Si procede a riprese di sguincio che scorporano il campo visivo isolando frammenti, interrompendo sequenze di storie. Accade che la messa a fuoco sia tagliata, indirizzata dal basso in alto; e quindi il volo degli uccelli e la crudele legge della sopravvivenza, che autorizza violenze e sopraffazioni, riempiono il film del cielo che insiste sull’area perimetrata, per poi portarsi sulla superficie della pagina e imprimervisi.  Ovvero l’occhio si fa segugio e fiuta memorie: una romanistica per tranches riambienta le vie, riqualifica il quartiere che ha per confine il fiume. Un saper vedere, contemporaneamente, rinviene ed evoca nel contesto urbano le opere d’arte e i loro autori, promuovendo connessioni, alimentando circuiti associativi.

Il trionfo dello sguardo – uno sguardo verso l’esterno e uno sguardo verso l’interno del rammemorato, del memorabile – procura alla scrittura del Miglio quadrato due connotati salienti. Per un verso la sua dominanza favorisce una conduzione delle sequenze di tipo elettivamente digressivo, con ellissi, con desultori trattamenti del sistema-tempo, con frequenti trapassi da un orizzonte di discorso all’altro, con interpolazioni talora inaspettate, con interruzioni del flusso narrativo (e conseguenti dismissioni di affabilità romanzesche). D’altro canto, attraverso le finestre e i loro affacci, è data facoltà di uscita dai generi consueti: la linea diegetica si complica – e si svia – in virtù di inserti di documentazione o di passaggi per ricognizioni culturali o di slarghi di microstorie materiali.

Il piano particolareggiato dell’urbanistica del testo, pertanto, presenta a chi osserva, e a chi è disposto a farne esperienza e tesoro, un intreccio assai articolato, nel quale affiorano le preesistenze e le dinamiche di pose in opera di quanto è stato, di fianco a quanto è, si lasciano cogliere in un albero genealogico epperò diveniente, aperto alla conoscenza, alla commisurazione dialettica, all’interpretazione.

Ma chi guarda dalle finestre che si schiudono nel Miglio quadrato? Il narratore di terza presta lo schermo del suo ottotipo e così muove la vista della scrittura. Nondimeno questo narratore vicaria a tutti gli effetti il solo personaggio che non si perde nell’anonimato e non si stiaccia sullo sfondo tra le tante comparse, quello che ha invece più marcato rilievo nel racconto: un personaggio strambo, della serie dei buffi, che è artista marginalissimo e che – ancora l’urbanistica del testo – lavora creativamente, con una sua tecnica d’invenzione, i muri (per cercarvi, per aprirvi altre finestre?). È lui, come in un film muto, comico la sua parte alla maniera che è propria di un Buster Keaton (di tanto dà prova il buffet che va deserto a corredo di una mostra che non conta neppure un visitatore, ignorata finanche dai condomini dello stabile), è lui, attante in fermo di azione e in blocco di voce, che guarda in orizzontale e in verticale, fuori e dentro, nelle evenienze di un vissuto piccolo o grande, nel corpo storico e nei recessi delle venture, nella memoria di Roma.

Guarda come è giusto che guardi l’arte, come all’arte è richiesto, essa il cui compito è di spalancare finestre, di tenere aperto e di resistere nell’attivare il terzo occhio dell’intelligenza e della conoscenza.

Che non vi siano partecipanti al vernissage e all’appuntamento espositivo non venga dato seguito alcuno, che egli si senta anacronistico come un esiliato in questa società (e dapprima nel suo stesso quartiere), che sia costretto al confino (e si voglia confinato) in un nosocomio circondato dal Tevere per esperirvi uno stato di sospensione e attendervi la morte (o l’improbabile miracolo che salva) è un messaggio di speciale spessore, ordito sul filo di un racconto che si snoda come un fiume sotterraneo a tratti risalente in superficie; ed è ancora una considerazione malinconica, dal valore di memento e di monito, che Vilma Costantini consegna all’osservazione del lettore. Il rischio è che tutte le finestre si chiudano e si murino: questo sembra dirci infine Il miglio quadrato.

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