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Storia, Cultura e Società

MONALDO

ALLA GUERRA DI RESISTENZA NEL CASENTINO

di Stefano Lanuzza

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Lo avrai / camerata Kesselring / il monumento che pretendi da noi italiani / ma con che pietra si costruirà / a deciderlo tocca a noi / […] / su queste strade se vorrai tornare / ai nostri posti ci troverai / morti e vivi con lo stesso impegno / popolo serrato intorno a un monumento / che si chiama / ora e sempre / RESISTENZA (Piero Calamandrei)  

  

         

       

Recano la firma lapidaria di Palmiro Togliatti le tante tessere del Partito comunista italiano di Monaldo Sommazzi (1922-1988), operaio e partigiano toscano attivo nel Casentino in provincia di Arezzo e sulla cosidetta “Linea Gotica”; evocato, con altri partigiani, nell’antologia di scritti del 1964 sul Ventennale della Resistenza (patrocinato dal Consiglio provinciale aretino), opera da collegare al volume dell’Istituto Gramsci aretino I compagni di Firenze. Memorie della Resistenza 1943/1944 (1984) di Ugo Corsi e alle pagine di Poppi 1944. Storia e storie di un paese della Linea Gotica (2015), a cura di Alessandro Brezzi.

 

                                           

Appare una peculiarità storica della Resistenza in Toscana che, ancora prima dell’intervento in Italia degli Alleati, essa, la prima nel nostro Paese, nasce spontaneamente come una pressoché immediata opposizione alla nascita del fascismo trionfante dal 1919 nell’Italia ciurmata dallo squadrismo fascista; palesandosi, dal mese d’ottobre 1943, nell’aperta lotta armata contro i nazisti e i fascisti al servizio della Wehrmacht con cui condividono la repressione antipartigiana a danno delle popolazioni sempre più indocili al regime fascista, alla feroce occupazione tedesca e, in ultimo, al servile collaborazionismo repubblichino.

   Nascono allora, rivoluzionari ‘dal basso’ e in nome di un patriottismo non retorico e d’una rivolta morale, molti spontanei resistenti, tra questi il giovane Monaldo militante negli iniziali assetti  partigiani legati al mondo di operai e contadini sparsi nelle campagne e montagne del Casentino, del pistoiese, nel massetano, sull’Alpe di Catenaia, sul Monte Lignano, sulle Apuane.

   Così, è quando lo si vorrebbe arruolare nella milizia repubblichina che Monaldo, antifascista per educazione familiare al pari dei suoi fratelli Ivo e Vivaldo, si dà alla macchia per aggregarsi ai partigiani del “Gruppo Casentino” dislocati tra Poppi e Stia, combattenti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e guidati dal tenente Raffaello Sacconi del Terzo Battaglione “Licio Nencetti”, il comandante della 4.a Compagnia morto in un agguato nemico.

   Sarà dopo l’Armistizio di Cassibile in Sicilia dell’8 settembre 1943, che, col Proclama di Badoglio, il governo italiano depone le armi e, “nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione”, si arrende alla “soverchiante potenza avversaria” degli Alleati.

 

                                           

 

Nello stesso tempo – dopo le stragi di civili inermi perpetrate dalle truppe naziste il 19 settembre a Boves in Piemonte e, tra il 23 e il 26 settembre, nell’isola greca di Cefalonia contro migliaia di soldati italiani della Divisione Aqui rifiutatisi di consegnare le armi – si rafforzano vieppiù la fede antifascista e la volontà d’incrementare la lotta armata partigiana.

 

Il 23 settembre 1943, dopotutto un preludio al fatale crollo del fascismo, nasce la totalitaria Repubblica di Salò coi fascisti a supporto delle truppe naziste in ritirata, le quali, nell’estate 1944, aggrediranno le comunità commettendo stragi a Niccioleta in Val di Cecina (13-14 giugno, quando polizia militare tedesca e italiani repubblichini massacrano 83 uomini); Civitella in Val di Chiana, Cornia e S. Pancrazio di Bucine (29 giugno: uccisione di 244 civili); S. Polo d’Arezzo ( 14 luglio: 65 vittime fra partigiani e civili, donne bambini, anziani; col giovane medico Mario Sbrilli che viene ucciso con un colpo di pistola in bocca dopo avere schiaffeggiato gli ufficiali responsabili delle esecuzioni); S. Anna di Stazzema (12 agosto: 560 morti, di cui 130 bambini)… Altri, quasi innumerevoli, sono in Toscana gli eccidi di nazisti e fascisti, tanto da poter dire che nessuna regione italiana abbia pagato nel nostro Paese un più alto contributo di sangue.

  

L’11 novembre 1943, lo studente universitario Pio Borri, durante una spedizione al Mulino di Bucchio nella provincia di Arezzo, è ferito e tratto in arresto dai fascisti. Barbaramente torturato per fargli dare notizie sul movimento partigiano, si rifiuta di parlare e lo si lascia morire dopo una disumana agonia.

   Comandati del feldmaresciallo Albert Kesselring e perseguendo una strategia del terrore con ritorsioni, rastrellamenti, omicidi contro civili e partigiani, i nazisti s’attestano lungo la Linea Gotica, su un fronte di oltre 300 chilometri, nell’intento di rallentare l’avanzata anglo-americana verso il Nord, il Passo del Brennero e la Germania hitleriana stretta nella tenaglia angloamericano-sovietica.

   Instancabile insieme ai compagni, Monaldo continua ad agire nelle zone casentinesi e del Pratomagno, a Bibbiena, Santa Sofia, Reggiolo, Rassina, Vallucciole, S. Piero in Bagno, Passo della Crocina, Mandrioli, Falterona, Valdarno e Valdichiana… Numerosi sono i partigiani che, combattendo con armi impari, estenuati, pure abbandonati alle avversità e ai disagi a causa della dura vita in montagna, non di rado finiscono per cadere in battaglia o rimanere feriti. Epperò non cessano le loro azioni; e il 14 marzo ‘44, a Chiusi della Verna, effettuano un assalto a una caserma di carabinieri per procurarsi armi e munizioni e un’incursione con sparatorie nell’albergo Bei di Bibbiena dov’è in corso una riunione di repubblichini.

 

   Il 21 marzo, i partigiani tendono un agguato a Subbiano a un manipolo di fascisti e il 22 marzo, nel tratto di strada Rassina-S. Manna, attaccano degli automezzi tedeschi.

   Il 27 marzo, nazisti e fascisti si spingono nel territorio di Casalamarga a Subbiano,  coi partigiani Ezio Zavagli e Vasco Lastrucci che, fatti prigionieri, sono subito fucilati.

   Precedentemente, il 13 marzo, i partigiani hanno attaccato a Faltona una postazione di  repubblichini riuscendo a requisire viveri e armi.

   L’otto aprile a Lonnano, alle 5 del mattino, Monaldo insieme al comandante Vecchioni e ai compagni Sante Paperini, Vittorio Fabbri e Mario Pàmpini, partecipa a uno scontro con una pattuglia di nazisti e fascisti messi dapprima in fuga; ma fino al sopraggiungere di un’altra colonna tedesca che costringe alla ritirata i partigiani, riusciti tuttavia a infliggere diverse perdite agli avversari.

   All’uccisione, l’11 aprile 1944, di due soldati tedeschi a Mulin di Bucchio ad opera di partigiani della compagnia fiorentina “Faliero Pucci” (Brigata Stella Rossa), seguono le indiscriminate risposte delle truppe della “Goering” che compiono stragi a Lonnano, Badia Prataglia, Moscaio e Partina nel Comune di Bibbiena, dati alle fiamme. 

   Il 13 aprile, la provincia di Arezzo subisce inaudite crudeltà da tedeschi e fascisti che a Vallucciole, Pratovecchio e nel Comune di Stia provocano 125 vittime tra uomini, donne, vecchi, malati, ragazzi, bambini; e una volta, braccato, per sfuggire a un rastrellamento dei nazisti, Monaldo, vincendo il raccapriccio, si nasconde nella tomba d’un cimitero.

   Sempre il 13 aprile, sulla scorta di delatori e spie, nazisti e fascisti continuano in Casentino le uccisioni di vecchi e donne, pure stuprate; e il 16 aprile un reparto di repubblichini arresta e fucila sei partigiani.

   Il 18 aprile un Manifesto della Prefettura di Arezzo, complice della Repubblica di Salò, promette la morte per fucilazione alla schiena a chiunque faccia parte di bande armate. Ma l’intimidazione non ha successo, la lotta non s’arresta e il 22 maggio la partigiana Vera Milaneschi in missione a Rassina viene uccisa nel corso d’un rastrellamento nei pressi di Cella.

   Spostatosi a S. Paolo in Alpe presso S. Sofia, Monaldo s’aggrega all’8.a Brigata “Garibaldi” assumendo il compito di partecipare alla protezione di un campo di lancio che il 12 aprile è aggredito dai nazisti con la divisione corazzata “Hermann Goering” e un’imponente artiglieria.

      Nel frattempo, il 25 maggio, sulle cime della provincia aretina dal Pratomagno a Catenaia e al Falterona, contadini e partigiani accendono grandi, simbolici fuochi quali barriere d’ideale protesta insurrezionale contro gli invasori e i loro manutengoli.

   Il 28 giugno 1944, il comandate Siro del Gruppo Centrale Raggruppamento Partigiani manda un dispaccio al Comando nazista che minaccia ulteriori rappresaglie contro le popolazioni di Anghiari-Montauto e Monte a Giovi: “Qualora venissero [attuate] da codesto comando le minacciate misure, contrarie non solo alle convenzioni internazionali, ma a qualsiasi diritto delle genti, anche da parte nostra agiremo con giusto diritto di rappresaglia, passando immediatamente per le armi tutti i prigionieri attualmente in nostre mani, e quelli che in seguito verranno dai noi catturati”. A quel punto, il comandante tedesco aderisce alla liberazione degli uomini detenuti nelle chiese di Anghiari, Chiaveretto, Chiassa Superiore, Montauto.

   Il 29 giugno i tedeschi giungono a al castello di S. Pancrazio, lo devastano e catturano i rifugiati per poi trucidarli: 74 i morti.

 

Continuando a combattere, ogni volta Monaldo scampa alle sparatorie e ai rastrellamenti della soldataglia nazista e degli stessi repubblichini che, quando catturano dei partigiani, usano seviziarli, fucilarli e impiccarli come, il 4 luglio, fanno con Niccolino Niccolini (21 anni), Leonello Lensi (23), Giuseppe Antonio Ceccaroni (28), impiccati dai tedeschi nella piazza di Castelfocognano.

   Gli spostamenti di fronte e i fatti di sangue si ripetono, finché diventa presto inesorabile la rotta cui sono costrette le sbandate truppe naziste: cadono l’impervia Linea Gotica (aprile 1945) e le stesse città occupate dell’Italia del Nord. Finché il Primo Maggio 1945 i generali delle SS Karl Wolf e il comandante della Decima armata tedesca Heinrich von Vietinghoff, ormai vinti, sono costretti a firmare una resa incondizionata.

   Giunge l’8 maggio 1945 ed ecco l’Armata Rossa espugnare Berlino, capitale del Terzo Reich, segnando inoltre, con la dissoluzione del nazismo, del fascismo e della Monarchia italiana, la fine della Seconda guerra mondiale in Europa e il trionfo delle libertà democratiche.

                                  

 

Monaldo Sommazzi non lo si trova nel vasto elenco degli antifascisti d’ogni schieramento approntato da Ruggero Zangrandi nel discusso, ma ormai classico Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione (1947, 1962). A ricordo del patriota Monaldo nella Guerra di Liberazione dell’Italia, c’è invece l’onorificenza non effimera attribuitagli dal generale Harold Alexander Comandante in capo delle armate alleate in Italia.