Per Vilma

VILMA COSTANTINI IN VERSI E IN PROSA

di Francesco Muzzioli

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Abbiamo tutti in mente Vilma Costantini per le sue edizioni “Le impronte degli uccelli” che abbiamo apprezzato per la rilegatura a mano, le copertine di artista e lo straordinario catalogo fitto di nomi importanti, cui molti amici hanno contribuito. Un lavoro artigianale, che dimostra cosa ancora si può fare al di fuori dei grandi circuiti. Forse proprio per l’energia profusa generosamente nelle edizioni a favore dei libri degli altri, ha avuto meno risalto la promozione della sua opera “creativa”, in versi e in prosa, che invece vale davvero la pena di ricordare, perché si tratta di una ricerca originale e fuori dalle mode e dagli schemi.

Provando a semplificare, direi che, più ancora che essere suddivisa nei generi della poesia, del romanzo e del racconto, l’opera di Vila Costantini è animata da due direzioni, una geopolitica e una esistenziale-verbale. Il primo versante, quello geopolitico, è il portato della grande passione per i viaggi e della curiosità verso le altre culture, in una prospettiva transcontinentale. Di volta in volta l’Asia (Vilma è stata per un certo tempo corrispondente da Pechino), poi l’Africa (ha svolto un progetto editoriale per le scuole della Tanzania), e anche l’America, diventano gli ambienti propizi all’installarsi di operazioni creative.

 

 

 

A Pechino Vilma Costantini ha dedicato un libro importante, Pechino. Biografia di una capitale (2008), tutt’altro che una guida turistica dato lo spessore delle approfondite informazioni storiche e culturali e in particolare un dettagliato resoconto dei fatti cruenti di Piazza Tian-anmen. Di ambientazione cinese è anche il romanzo La musica e il silenzio, uscito nel 2014 per quelle “edizioni del Verri” che hanno ospitato anche altre sue opere. Si tratta di un romanzo in parte autobiografico, che mostra una rara sensibilità per le atmosfere e per i sottintesi impalpabili, come sono per l’appunto quelli della musica e del silenzio, in un impianto narrativo corale in particolare svolto tra gli inviati stranieri che si confrontano con l’enigmaticità della cultura orientale – e qui abbiamo una intersezione con l’altra tendenza, appunto, che coglie nel linguaggio e nella scrittura la difficoltà di esprimere l’interiorità. Tra i racconti, puntati sull’interesse per personaggi bizzarri, si può citare Notti africane che deriva da quel progetto “Un bambino un libro” di cui accennavo prima. È in poesia, però, che maggiormente l’interesse geografico si colora di istanza politico-morale a sostegno dei popoli svantaggiati nella globalizzazione o ridotti alla miseria dal colonialismo di eri e di oggi. Per essere precisi è la misura medio-lunga del poemetto a contenere adeguatamente il richiamo alle occasioni di incontro con l’altro e la polemica contro l’indifferenza occidentale. Basta scorrere l’indice del volume complessivo di Tracce, Aspettando l’harmattan (2011) per trovare componimenti come quello che dà il titolo al libro e rievoca la tratta degli schiavi:

 

Su questa spiaggia dove sono seduta ad aspettare partivano le navi stipate di merci prima l’oro degli Ashanti poi gli uomini qui valgono poco o niente ma di gran pregio al di là dell’Oceano. (…) Le cantine si riempiono di grida e fetori nella troppo lunga attesa che il vento in poppa spinga le navi verso il nuovo mondo con la benedizione dei preti portati qui per benedire ogni carico che andasse in mare col favore divino non deperisse s’intende era merce infatti deperibile.

 

Oppure ancora The way of Life, scritto in versione bilingue e dedicato ai nativi americani. Questi poemetti, come suol dirsi, “impegnati” sono scritti prevalentemente in versi liberi tendenti alla prosa. Ma ce n’è anche uno che recupera la metrica, e proprio quella più istituzionale presso di noi, voglio dire l’endecasillabo. È Cammino inverso (2001), scritto di getto nell’estate del Giubileo. La metrica è recuperata proprio perché qui l’impegno veste panni ironici, seguendo la strada di un volonteroso pellegrino che di buona lena si mette in marcia attraverso i mali del mondo e scopre di tappa in tappa che le speranze sono state tradite, infine arriva a scoprire con raccapriccio che anche nella santa sede del Bene le cose non vanno diversamente: «E presto di stancò quel pellegrino / di sentire pregare il dio quattrino / là dove al giorno una ciotola di riso / per molti è la ricchezza consentita». Il poemetto s’intitola Cammino inverso non solo perché è scritto “in versi”, ma anche perché il viaggio è un percorso critico che va in senso contrario agli inconsapevoli giubilanti e infine torna disilluso al punto di partenza.

A questa “distinzione” rispetto alla maggioranza omologata corrisponde l’acutezza dello sguardo nei rapporti interpersonali. Il contatto problematico con l’altro e il rischio del fallimento della buona volontà conducono l’autrice nelle pieghe dello strumento-linguaggio. Un titolo come Il corpo estraneo (1989) è di per sé eloquente: non solo il nostro corpo ci è estraneo, ma anche le nostre parole sono sempre già state dette da altri. Ecco allora Vilma alle prese con le trappole dell’espressione verbale nonché con l’ineffabilità dell’autentico. A partire da quella raccolta poetica molto coesa che è In forma di parola (1987), una serie di strofe di 12 versi con effetti di variazione della coppia finale rimata, clausola in cui si condensa la non-comunicazione del sentimento («non saprai chi ho amato» e simili). C’è qui una circolarità che, di volta in volta, torna a battere sopra un segreto, i versi sono le spire di un avvolgimento che circonda il vuoto di un nucleo non detto, che sarebbe la parola decisiva. Ciò che Lunetta ha scritto a proposito del romanzo, che le due dimensioni della scrittura di Vilma Costantini sono «la sospensione e la reticenza», è molto vero anche per questa poesia. Basta vedere, come esempio, una sezione: «E poi qui come in un letto / d’ombra la metafora / amante appassionata / ma discreta non chiede / che di nascondere e nasconde / certo è bene che nasconda / subito non si può dire / c’è il rischio del banale / se dico che sto male / pure tra schermi e figure / resta il pericolo in agguato / che tu sappia chi ho amato».

Al contrario della confessione, qui ogni accorgimento espressivo è svolto in favore dell’occultamento del nome («né la menzogna ultima ho svelato»). Anzi, non manca il riferimento continuo alle figure della retorica che però non servono né da coloritura e neppure da esplicazione, ma vengono approntate come risorse dell’allontanamento e del ritardo. Costituiscono un elenco di “trucchi”: «e troverai anagrammi invece»; «da un allegorico senso»; «Alla colonna delle lettere / di un acrostico incrostate»; «come in un letto / d’ombra la metafora». La cosa più sorprendente in questo rovesciamento della comunicazione linguistica è tuttavia la sua contraddizione in termini: in fondo il ritornello è una dichiarazione sotto cancellatura, in quanto – se lo pensiamo rivolto a un tu singolare – la reiterazione continua del “non saprai chi ho amato” vuole sottintendere che si tratti proprio dell’interlocutore, altrimenti non si capirebbe l’insistenza nel ricordargli cosa si è perso. Se invece lo intendiamo rivolto al lettore, cioè all’indiscrezione di chi legge e gode di immedesimarsi nella passione altrui, allora diventa un interdetto e una affermazione di incompleta fungibilità, anche se poi il lettore può invece apprezzare proprio il movimento del girotondo («l’inesausto artificio / che gira attorno al senso»), l’attività che si manifesta e si evidenzia proprio nascondendo il suo oggetto precipuo; concludendo infatti: «non vedrai il peccatore ma il peccato / solo saprai che ho amato».

La questione si fa ancora più spinosa in un libro in prosa molto particolare, sostanzialmente “fuori genere”, Un colloquio impossibile (2013). Perché in questo caso l’autobiografismo è scoperto, sembra proprio di entrare di soppiatto nell’intimità di chi scrive. Ciò di cui si tratta è decisamente personale, è il rapporto con il poeta Antonio Porta, rapporto mai risolto («un incontro su binari paralleli» dice il libro), che si svolge come un “gioco-esperimento” tra tentativi di comunicazione, conflitti e fraintendimenti («Che cosa intendessimo per “rapporto” da entrambe le parti, credo che nessuno di noi due l’abbia capito, se non confusamente»). Tanto più che il testo del «groviglio indecifrabile» è scritto in tempi diversi, è stratificato e attraversato, a un certo punto, dalla scomparsa dell’altro. Qui viene in chiaro, senza bisogno della decostruzione, la fallacia del linguaggio e dell’intenzione immessa in una parola che non necessariamente il ricevente decodifica allo stesso modo, soprattutto quando c’è in ballo la profondità dei gangli affettivi. Il “colloquio impossibile” parte come un esperimento o un gioco, e si sviluppa come una schermaglia dove ciascuno dei due partecipanti cerca di tenere in mano il filo conduttore, da cui una serie di calibrate strategie, di ripensamenti, sfide, delusioni, attacchi e fughe. Il libro è scritto per brevi frammenti, composto come un puzzle, con salti di tempo e di luogo, appunti ravvicinati e riflessioni a distanza. Già il fatto che l’interlocutore sia indicato come A., crea un’intercapedine e suggerisce la riservatezza. Il punto è che l’esperimento viene giocato sulla enigmaticità di un rapporto che (e proprio per un acquisto di profondità) non deve rientrare tra quelli codificati. Anche se l’autrice stessa si interroga sulla possibilità che si tratti di “pulsione mascherata”, tuttavia l’aspetto interessante è proprio il divieto della “nominabilità”. Questo sfuggire alla definizione socialmente accettata produce tutta una serie di questioni, conduce in «un groviglio indecifrabile», «a una voragine senza fondo», a giocare «una partita con il nulla»; nel mentre è accompagnato da una forte partecipazione.

Concludendo, la scrittura di Vilma Costantini è operazione non pregiudicata, sempre aperta, attenta e molto rigorosa; è un buon esempio di introspezione senza psicologia, di emotività senza facile emozione, di sentimento senza sentimentalismo.

 

 

Questo intervento è stato presentato all’Omaggio a Vilma Costantini, organizzato da Luciana Gravina (07/05/2022) e comparirà a stampa nella plaquette dell’iniziativa.