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PER PAGLIARANI

Pagliarani: La Bestia di Porpora fra féerie e allegoria

di Mario Lunetta

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Come è a tutti noto, proprio grazie alla secca frattura con l’eredità ermetica così dura a morire, Elio Pagliarani è tra i pochi nostri poeti di secondo Novecento che si tengono stretti alla convinzione, sempre perseguita in re con estrema coerenza, che la poesia abbia il diritto e la facoltà di dire tutto, senza rifugiarsi in ghetti privilegiati; e che le sue reticenze, se mai ve ne siano, debbano essere non di natura tematica ma di natura meramente tecnico-espressiva: intransigentemente, perfino violentemente funzionali al discorso, insomma. In questo senso, Pagliarani è anche (e profondamente) un poeta politico.

     In questo quadro, a partire da La ragazza Carla (1960) e seguitando con Lezione di fisica 1964; Lezione di fisica e fecaloro (1968); Epigrammi ferraresi (1988); La ballata di Rudi (1995) etc., l’intero percorso di Pagliarani dimostra come lo spettro esplorato e preso in considerazione dal linguaggio poetico – anche sul filo della portentosa lezione di Dante - sia tendenzialmente infinito. Così, perfino le sue origini e la sua antropologia romagnola vengono usate come una sorta di schermo continuamente dardeggiato e attraversato da lampi violenti, sulfurei, sgradevoli. Anche la soggettività del poeta, la sua fisionomia esistenziale e umana, vengono sempre messe in discussione  “dal basso” e trattate in termini tutt’altro che celebrativi: posizione che in concreto riafferma il suo costante rifiuto per quel lirismo che invece continua a pesare su troppa produzione in versi, e che è ancor oggi sicuramente dominante nella koinè panoramica della poesia italiana.

     La cosiddetta “narratività” della poesia di Pagliarani opera in una dimensione che potremmo definire tragicomica, perché il senso del grottesco non è certo un elemento secondario nella sua scrittura raffinata e “plebea” che, soprattutto nei poemetti – e in particolare nella Ballata di Rudi – assume un respiro teatrale, una carica scenica. E’ un senso del grottesco assai spesso dilatato addirittura nello spazio di un orizzonte “cinematografico”, perché l’occhio di Pagliarani è un occhio di mosca, uno strumento che riesce a vedere nello stesso istante una quantità di cose tra loro disorganiche: ecco quindi che il glùtine del linguaggio e delle situazioni cresce continuamente su se stesso, e ciò che determina una cadenza non di rado forsennata è appunto il ritmo (la necessità di un ritmo scazonte non di rado crudamente atonale e tuttavia fortemente scandito) della sonorità decisa e mai accattivante a cui egli si mostra da sempre molto attento, dedicando al problema anche alcuni lucidi interventi teorico-critici.

           

     C’è nell’Autodizionario degli scrittori italiani, uscito nel 1990 presso Leonardo a cura di Felice Piemontese, un’autopresentazione di Pagliarani, molto bella e spiazzante anche sul piano della scrittura. Comincia così: ”Romagnolo di nascita, ha cominciato a farci caso solo dopo i quarant’anni”. Direi che il particolare è molto curioso e molto illuminante, perché ci offre un’ulteriore spia di come il poeta rifugga dall’autoesaltazione, non si lasci sedurre dal suo privato, non si guardi alle spalle con inclinazioni nostalgiche, banalmente memoriali; ma piuttosto, al contrario, usi la sua biografia come un elemento fra i tanti, un fatto enorme ma al tempo stesso accidentale, con estrema durezza, perfino con sarcasmo. Nello stesso testo si legge ancora: “Quando andò a Milano, sui diciott’anni, scrisse o disse con linguaggio più o meno rilkiano che andava a cercare ‘le parole d’oro’. Le trovò di ferro e poi si accorse che erano proprio quelle, di ferro o acciaio, che andava cercando”.

     E però la sua prima raccolta, Cronache e altre poesie – uscita da Schwarz  nel 1954 – risultava in ogni caso gravata da troppo ineluttabile indulgenza di sé e conseguente bagaglio, parole sue annotate nel risvolto del libro, poco prima di intraprendere una vicenda di poesia scritta in una lingua ”senza carità di se stessa”, come ebbe poi a definirla. Andò quindi a cercarsi un genere che imponesse  strutturalmente barriere espressive all’io di chi scrive; che insomma privilegiasse ciò che, magari con grande approssimazione, definiamo oggettività: il poemetto, o racconto in versi, come lo qualificò Vittorini quando pubblicò La ragazza Carla nel ”Menabò 2”, Einaudi 1960.

     Una testimonianza assolutamente preziosa, quella di Pagliarani: la prova di come, ancora una volta, l’altezza e lo spessore di una poesia non possano andare disgiunte da una crudele consapevolezza, nella conquista (davvero senza carità di se stessi) della propria sigla espressiva: cioè, dalla misurazione totalmente laica della propria vita.

     L’amore di Pagliarani per il teatro nasce dal cuore stesso della sua poesia. Vale la pena ricordare in proposito, oltre alle cronache teatrali raccolte nel volume Il fiato dello spettatore (1972), un testo come Pelle d’asino, in collaborazione con Alfredo Giuliani, e soprattutto La Bestia di Porpora o Poema di Alessandro, recentemente riproposto dal periodico”L’illuminista”. In quest’ultimo, il gusto per il grottesco di situazione e per il delirio surreale e nonsensico vengono fuori a ogni piè sospinto, e una sorta di sfrenata teatralità travolge qualsiasi steccato logico. Il protagonista Alessandro è chiaramente il “doppio” del grande poeta simbolista russo Aleksandr Blok, irrefrenabile protagonista di veri e propri avatar di visione e di stile. Nella pièce di Pagliarani, egli è una sorta di allegro angelo sterminatore che porta disordine, sconcerto e scompiglio in tutta una serie di situazioni che lasciano sgomenti e disperati i suoi amici del Coro. Il personaggio femminile che è al centro del libro di Blok Versi sulla Bellissima Dama (1904), si trasforma in un prostituta, mentre la Voce di Alessandro riecheggia come in un’identificazione delirante Rosso corpo lingua, forse il testo poetico più famoso di Pagliarani (“Nero, rosso, rosso, lilla, nero, nero, nero, rosso” – “Devo chiudere gli occhi, tanto abbacinano: ma ce li ho dentro: nero, nero, rosso, rosso, rosso”).

      In questa pièce bizzarra e allegramente composita il tragicomico di Pagliarani scorre su molti binari. Blok-Alessandro passa dall’uno all’altro con irrefrenabile disinvoltura, mentre attorno a lui continua a franare l’assetto duramente classista dello zarismo, e una sorta di anarchica felicità collettiva trova nel protagonista il suo profeta e il suo leader. Si tratta certamente di un unicum nella carriera pagliaranesca, anche sul piano linguistico. La concreta durezza, il gusto del controsenso, la pronuncia ferrigna dell’autore della Ballata di Rudi sembrano qui come disciolti in un vaniloquio liquido in cui è peraltro sbeffeggiata qualsiasi tentazione di lirismo. Ciò che permane, magari solo come sogno e volontà di liberazione, è la grande ombra allegorica della fine di un impero autocratico. Una grande ombra che, come si sa, ha ben presto smarrito tutta la sua luce, per avvitarsi

in un’altra spirale di consimile orrore.