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BERLINGUER 100

BERLINGUER TI VOGLIO BENE

di Aldo Pirone

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Nell'ambito del centenario della nascita di Enrico Berlinguer si affollano i ricordi e gli omaggi all'ultima grande figura di comunista e di italiano. Giovedì 27 maggio Rai Tre ha rimandato in onda il documentario di Walter Veltroni realizzato nel trentesimo della tragica morte sul campo del segretario del PCI: "Quando c'era Berlinguer". In quell'occasione scrissi un articolo pubblicatomi da "Abitarearoma.it". A parte qualche    brano rapportato alla situazione politica dell'epoca - Renzi appena arrivato alla testa del Pd e del governo, la sua grande vittoria elettorale alle europee ecc., di cui, però, già si segnalavano le contraddizioni con una politica veramente di sinistra -  i giudizi di fondo mi sembrano ancora attuali. Anche perché i problemi della sinIstra progressista allora sviscerati, in questi otto anni non sono stati risolti. Tutt'altro.

 

C’era una volta Berlinguer… e pure Togliatti

A trent’anni dalla morte si affollano i ricordi e le memorie dell’ultimo grande segretario del Pci. Una nostalgia resa più lancinante dal riesplodere anche a sinistra della irrisolta “questione morale”. La nuova sinistra di Renzi deve fare i conti con Berlinguer e anche con Togliatti.

 

 

Ha cominciato Walter Veltroni con il suo “Quando c’era Berlinguer”, un documentario ben fatto condotto prevalentemente sul filo delle emozioni e dell’inevitabile commozione ma non esente da un’analisi politica, sebbene sintetica, della figura dell’indimenticabile segretario del PCI calato nelle concrete vicende e contraddizioni del suo tempo. Poi, tra le altre memorie, sono arrivati, per dire degli eventi principali, il numero speciale de l’Unità, un libro edito dall’Espresso e una trasmissione di “Correva l’anno” su Rai 3 condotta da Paolo Mieli. Prima, però, il nome di Berlinguer, anzi la sua invocazione, è risuonato forte nella sua piazza San Giovanni durante il comizio di Beppe Grillo a chiusura della campagna elettorale europea. La folla era stata sollecitata da Casaleggio a rispondere all’invito perentorio di Renzi ai pentastellati a “sciacquarsi la bocca” prima di pronunciare quel nome. Viste le contumelie da strada che hanno contrassegnato una bruttissima campagna elettorale lo scambio, seppur ruvido, su chi voleva più bene a Berlinguer ha, se non altro, elevato un po’ il tono del confronto finale.

 

A trent’anni dalla tragica morte dell’ultimo grande segretario comunista italiano, avvenuta l’11 giugno a Padova, contribuiscono potentemente a ricordarlo con grande rimpianto i fatti della quotidiana cronaca politica, nera, che quasi ogni giorno portano alla ribalta fenomeni di corruzione assai estesa in un mondo politico degradato intrecciato con quello altrettanto degradato degli affari. E’ il Berlinguer della politica onesta, della politica buona, fortemente impregnata di valori ideali ed etici, che la gente rammenta con nostalgia.

E’ il Berlinguer della denuncia profetica della “questione morale” che appare giganteggiare in un Paese dove le ruberie, le tangenti, il malaffare politico sembrano ormai aver infettato le classi dirigenti a tutti i livelli e a tutto campo. E chi non fa parte di quella cerchia, purtroppo vasta, è portato ad invocarlo più che come un ragionato esempio politico come una sorta di Padre Pio guaritore delle piaghe nazionali o come un vendicatore degli italiani onesti che continuano ad essere una discreta moltitudine ma senza voce e senza appropriati strumenti politici per incidere.

 

Non si sfugge all’impressione che nella regia politica dei ricordi, soprattutto da parte di chi doveva raccoglierne l’eredità per rinnovarla e renderla attuale, vi sia, però, un certo grado di ipocrisia. Ipocrisia politica, non sentimentale.

 

Il “Quando c’era Berlinguer” di Veltroni assomiglia più al “C’era una volta Berlinguer” delle favole del tempo che fu. Una bella favola non ripetibile e che, questo il messaggio subliminale, non poteva essere ripetuta. C’è un inquadratura nella pregevole pellicola veltroniana che appare come metafora della sinistra nel trentennio trascorso. La marea di folla colorata che occupa il giorno dei funerali piazza S. Giovanni e le strade d’intorno e subito dopo la piazza vuota, coperta di cartacce svolazzanti. Sono passate alcune ore nel racconto del film ma potrebbero essere passati tre decenni. E quindi la domanda politica che viene spontanea e alla quale rispondere razionalmente e storicamente è perché quella folla, quel popolo, quella forza organizzata, quella coscienza di sé sono scomparsi lasciando il passo alle folle plaudenti il ciarlatano o il comico di turno? E poi l’altra domanda: era inevitabile che scomparissero?

 

La risposta implicita contenuta nel documentario di Veltroni ma anche in tanti ricordi di politici che furono compagni di Berlinguer è che era inevitabile che si sparisse perché il mondo di allora non c’è più. Ed è persino ovvio. Non ci sono più quelle classi, non c’è più quel lavoro fordista, non ci sono più quei ceti produttivi, quella borghesia, quella classe operaia, quella comunicazione, quel senso comune, quella moralità ecc. In una parola non c’è più quel “blocco storico” di sinistra fatto di strutture socioeconomiche e sovrastrutture ideali, politiche e culturali di cui il dirigente comunista fu una delle più alte e amate espressioni.

 

Sembra a prima vista una corretta risposta marxista. Ma non lo è se non nello spirito e nell’interpretazione deterministica di un certo marxismo. Il deserto morale di oggi che alberga anche a sinistra e che non farebbe più dire a Pasolini, come disse del PCI, e Veltroni lo ricorda, che il PD è “il Paese pulito” dentro un Paese che non lo è, lo si comprende solo nel quadro del deserto sociale che la sinistra ha lasciato dietro di sé. Perché il processo di cambiamento dei luoghi e dei metodi della produzione, la rivoluzione tecnologica che li ha prodotti unitamente ai processi di finanziarizzazione e globalizzazione del capitalismo neoliberista non sono stati indolori. Hanno prodotto morti e feriti sociali, milioni di lavoratori dipendenti ma anche autonomi precari, milioni di piccoli e medi imprenditori soffocati dalle bardature burocratiche; e con la crisi perdurante milioni di giovani senza lavoro.

Sono le vittime di questo grande cambiamento che la sinistra non ha più cercato, organizzato, rappresentato organicamente. E’ stato un lungo processo di abbandono iniziato dopo la morte del segretario comunista che si è intrecciato con l’avvento di una nuova generazione di dirigenti, “i ragazzi di Berlinguer”, che avrebbero dovuto innovare e mettere a frutto il patrimonio ereditato ma che invece lo hanno sostanzialmente dissipato perdendo insieme la sfida dell’innovazione, quella della continuità e anche quella della “questione morale”.

 

La “svolta” occhettiana dell’89 sembrò necessaria e salutare perché volta a cogliere i cambiamenti mondiali incipienti prodotti dalla caduta del muro prima e del mondo comunista poi, a farsene interprete politicamente. La successiva caduta in Italia, sotto il maglio di tangentopoli, del sistema politico, cioè dei partiti o di quel che rimaneva di loro come formazioni di massa della prima Repubblica, sembrò finalmente l’avvio, pronubo il sistema elettorale maggioritario, di una democrazia normale: quella dell’alternanza. Che, tra le virtù non secondarie, avrebbe recato con sè un potente antidoto al ripetersi del malaffare politico insieme al superamento della conventio ad excludendum che aveva segnato e menomato la democrazia italiana nel quasi cinquantennio precedente. Sembrò il felice sdoganamento politico degli eredi del PCI diventato nel frattempo PDS. Ma invece furono sdoganati gli spiriti più meschini ed incolti, più culturalmente beceri e socialmente egoistici, più immorali e loschi che albergavano nella pancia del Paese ottimamente rappresentati dal blocco elettorale berlusconiano.

 

Attraverso un progressivo, anzi regressivo cambiamento la democrazia italiana, fortemente voluta dai costituenti come democrazia rappresentativa e partecipata, si è via via trasformata in una democrazia plebiscitaria con venature populiste sorretta, si fa per dire, da partiti per gran parte personali o, a sinistra, da puri contenitori di tutto e il contrario di tutto.

 

Il crescente astensionismo elettorale si è accompagnato alla scomparsa nelle assemblee elettive delle figure sociali delle classi subalterne. La politica è diventata un mestiere come un altro perdendo la mission di scelta e promozione dell’interesse pubblico e generale; la personalizzazione e la corruzione si sono fatte largamente strada in tutte le direzioni favorite dalla perdita di autonomia economica dei singoli esponenti e dirigenti politici, un po’ a tutti i livelli, nei confronti dei potentati economici. Come ci dice lo squallido e quotidiano sgranarsi degli scandali attorno alle grandi e piccole opere pubbliche.

 

E’ la qualità della democrazia che è cambiata dando corso a una “costituzione materiale” che collide ogni giorno di più con le forme della Costituzione formale sollecitandone un cambiamento degli equilibri partecipativi a vantaggio di quelli plebiscitari e autoritativi, presentati come inevitabili per velocizzare e modernizzare il processo istituzionale democratico e perfino risanatori di costi istituzionali esorbitanti.

 

La sinistra postberlingueriana ha accettato sostanzialmente questo terreno più arretrato di confronto, il processo omologativo che ne promanava e l’accomodamento opportunista in cui ci si adagiava spacciato per realismo politico. I “ragazzi” di Berlinguer si sono persi nel gorgo di un trentennio. E oggi chi di loro potrebbe dire, come disse Berlinguer nell’ultima intervista TV a Minoli, che la qualità a cui era più affezionato era “di essere rimasto fedele agli ideali della mia gioventù”?

 

La travolgente vittoria elettorale del PD di Renzi alle europee può a prima vista coprire i problemi giganteschi di una rinascita sociale, culturale, politica ed etica della sinistra. Ma non per molto. Il nuovo leader del PD dice di aver ben presente i problemi di una ricostruzione morale e materiale del Paese e mostra una considerevole energia nel volerli affrontare. Ma questi problemi, che si intrecciano inevitabilmente con la formazione di una nuova classe dirigente, non si affrontano positivamente se non si ricostruisce uno strumento adeguato di organizzazione e partecipazione popolare. Un grande paese non si dirige con i twitt e neanche con le gradevoli battute di spirito.

 

A questo proposito possono aiutare altri ricordi storici condotti più sul piano della razionale ricerca storica che non delle emozioni. Quest’anno infatti ricorrono altri due anniversari significativi: il 50° della morte di Palmiro Togliatti e il 70° della cosiddetta “svolta di Salerno” da lui operata nel marzo-aprile del ’44 appena tornato in Italia dall’esilio in Unione Sovietica.

 

Come tutti sanno e riconoscono è da quell’atto politico che, dando origine al primo governo di unità nazionale dei partiti antifascisti, prese avvio il lungo cammino della ricostruzione democratica dell’Italia. Un cammino che dopo la sconfitta del nazifascismo e l’insurrezione del 25 aprile al nord si compì con la nascita della Repubblica e il varo della Costituzione democratica.

 

Nel ricordo storico però non tutti mettono in rilievo l’altro grande capolavoro che accompagnò la costruzione politica e istituzionale di Togliatti: la nascita del “partito nuovo”. La vera e propria rifondazione del PCI su basi democratiche e di massa che non poco influenzò anche amici ed avversari politici costringendoli a misurarsi sul terreno della formazione di grandi organizzazioni politiche popolari in grado, insieme ad altre e diffuse forme di partecipazione popolare, di sostanziare materialmente la democrazia partecipata costituzionale.

 

Chi si propone di cambiare l’Italia per farla risorgere dalle melme attuali nel segno del progresso e della modernizzazione dovrebbe fare tesoro della sapienza politica togliattiana perché non certo alla impossibile resurrezione del PCI ma alla ricostruzione dello strumento moderno di una formazione politica di massa di e della sinistra non si può sfuggire. E’ questo, a ben vedere, il discrimine che può fare la differenza fra una nuova ed emergente classe dirigente della sinistra e un semplice avvicendamento anagrafico di ceto politico.

 

Purtroppo aver ridotto Berlinguer ad una favola e Togliatti alla damnatio memoriae non ha portato bene né alla sinistra né all’Italia.