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Malagorà

TIM-TELECOM:

LO SPEZZATINO

AL VELENO

di Vincenzo Vita

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Sciopero indetto negli stabilimenti dell’ex monopolista delle telecomunicazioni Tim-Telecom. A promuovere la vertenza sono state le organizzazioni sindacali di settore Slc-Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil (ci saranno anche i Cobas). L’unità del mondo del lavoro è importante, di fronte al rischio concreto e immanente di scorpori e spezzatini dell’azienda.

L’annoso dibattito sulla necessità di realizzare in Italia una rete unica attrezzata con la banda larga e ultralarga è a un punto di svolta. Infatti, l’utilizzo di una quota dei fondi previsti dal Piano di ripresa e resilienza (6,7 miliardi di euro) sollecita un percorso che da anni ha un andamento lento, lentissimo.

Attorno al sogno lungo più di un  quinto di secolo vi è una vasta letteratura: cosa dice l’Europa con le sue leve antitrust, che ne è della concorrenza, un regalo al vecchio incumbent, attenti allo straniero. E via di questo passo. C’è pure del vero in tutto questo. Peccato che l’ipotesi costruita con una certa creatività societaria all’epoca del governo Conte bis (Tim pareggiava di fatto la quota societaria con il competitore di Open Fiber) sia stata rovesciata dall’esecutivo presieduto da Mario Draghi. Il ministro competente ha riportato a zero le lancette. Nel frattempo, è successo di tutto: dall’offerta di acquisto di una bella fetta di Tim da parte del fondo statunitense Kkr, all’uscita di scena di Enel dalla compagine di Open Fiber, al cambio della guardia al vertice di Cassa depositi e prestiti (di fatto l’Iri del nuovo millennio), all’urgenza di chiudere una partita ormai ingiallita. Non dimentichiamo, infatti, che l’universo delle telecomunicazioni, un tempo potentissimo, ora gioca in seconda serie, perché la prima è occupata dagli ingombranti Over The Top (da Google e Amazon in poi).

Tuttavia, l’approccio alla questione rischia di sferrare il colpo finale a Tim-Telecom. La peggiore privatizzazione italiana, iniziata male nel 1996 e proseguita peggio fino ai giorni nostri, potrebbe ora mettere al tappeto una società a suo tempo orgoglio italiano, dotata di tecnologie e professionalità invidiate nel mondo. A furia di prendere calci, persino un apparato così strutturato ha perso forza e identità. Proprietà alterne e spesso inaffidabili, incursioni spagnole e francesi fino agli americani ora in lista di attesa hanno indebolito la struttura. Scalabile con facilità.

Nel dibattito pubblico sulla rete sono mancati almeno due presupposti: il doveroso risarcimento da dare ad un soggetto delicato (pensiamo alla sicurezza nazionale o al Cloud); l’attenzione al capitale umano.

Ecco perché lo sciopero è giusto e gli inquilini di palazzo Chigi farebbero bene a prestare attenzione.

Il progetto contestato dalle organizzazioni sindacali prevede lo scorporo della rete infrastrutturale, per lasciare alla casa madre solo la componente dei servizi. Con un simile tragico scherzo se ne andrebbero a casa 40.000 lavoratrici e lavoratori. Come se il lavoro non fosse una delle necessità primarie da tutelare.

E che c’entra l’eventuale scorporo con l’osservanza della normativa europea? Dove sta scritto che per rete unica si debba intendere un mero accorpamento, e non invece un’aggregazione di e tra protagonisti diversi? Tanto più che la velocissima innovazione delle tecniche impone un ripensamento dello stesso concetto di rete, che appartiene a qualche puntata precedente. Come obbliga a rivedere una concezione astratta di concorrenza, slegata dall’odierna giungla dell’infosfera, popolata da mostri famelici. Le culture giuridiche non possono rimanere inerti e immutabili. Tra l’altro, se si guarda alla Francia o alla Germania, si scoprirà che operatori forti e liberalizzazione possono convivere.

La divisione, come si dice nel gergo, tra una NetCo e una ServiceCo sarebbe foriera di guai, senza favorire in alcun modo ipotetici nuovi attori.

Si sono espressi su tali argomenti vari ex dirigenti apicali di Tim-Telecom e l’associazione dei piccoli azionisti. Non a caso.

Insomma, è urgente riaprire il caso, non confondendo il bene comune e il rilancio del ruolo pubblico con una pietanza avvelenata.