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Pe la Critica

SAN GIULIANO, BEATO D’ANIMALI

di Natale Antonio Rossi
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L’affezione alla scrittura di un Bestiario, alla sua univoca tematica e variegata  composizione, si è fatta rara: che siano scomparsi gli animali? Ricordo l’ultimo nel tempo a me noto: il “Bestiario urbano” di Ignazio Delogu di almeno vent’anni e nulla più di recente.
      È diminuita l’attenzione degli scrittori verso questa modalità di creazione letteraria? Non credo né l’una né l’altra ipotesi temporale: credo piuttosto che sia preferenza di cultura, scelta di interpretazione rivolta verso il tentativo di catalogare, di rivolgere l’attenzione a scritture che sono sempre più per pochi appassionati? Resta accertato che non sembra essere un settore importante, anche se dovrebbe esserlo, soprattutto oggi. Si sa, l’uomo ha utilizzato le risorse e le ricchezze che la terra gli ha messo a disposizione come se fosse padrone assoluto di tutto: ed ha ridotto in sua dipendenza l’acqua e la materiale produzione della terra, nonché gli esseri viventi e quelli vegetali, i fiumi e i monti al punto che oggi tutto si ribella: le acque dolci o salate sono inquinate,  i  monti e le colline franano e cambiano veste e volto, gli animali sono stati modificati perché possano essere più utili al guadagno, le piante divelte per imprenditorie azzardate.

E così via, un elenco infinito di malversazioni, di abusi di cui si finge di non accorgersi.
      Non sarà che il bestiario, i bestiari (ma anche gli erbari, a cui proprio Sangiuliano non è estraneo),  vengono scritti quando sensibilità di scrittore sente e riconosce che la società è in crisi di valori umani e presta l’occhio e l’orecchio all’animale, agli esseri vegetali?

Sembra proprio che sia così,  ed ecco il “Bestiario” di Sangiuliano che svela la necessità dell’autore di rimettere le cose a posto e distribuire in elenco gli animali: senza svelare il proposito di rimettere in ordine il creato?

Il bestiario offre allo scrittore occasione per considerazioni etiche, morali o moraleggianti e pone una questione ricca di distinzioni, caratterizzata da registri espressivi differenti, predisponendo diversa strategia di comportamento verso l’uno e l’altro essere animale.

Da un lato il lettore si accorge che c’è una volontà di ri-definizione del ruolo esistenziale della scrittura, della coloritura dei verbi e degli aggettivi, rappresentando un’esperienza vibrante del verso e del linguaggio, dall’altro emerge uno stile esperto “consumato” dalla storia (anche dei Bestiari) e quindi appetibile e gradito al lettore.

        In questo Bestiario di Sangiuliano (avrebbe un certo diverso fascino, almeno nominale, se potessimo scrivere, denominando, “Bestiario di San Giuliano”) trovano soddisfazione diretta o mediata questi interrogativi, probabilmente perché è frutto del retaggio che l’autore si porta sotto pelle, forse perché è patrimonio sicuro, acquisito con i saperi,  di chi – colto – fa scrittura.
Il lettore non s’inganni: la scelta di scrivere un “Bestiario” – il secondo – non viene a Sangiuliano soltanto della volontà di partecipare di una letterarietà di tradizione (evidenti sono gli echi di scritture antiche e recenti), ma da un desiderio personale di dare corpo di scrittura ad animali veri, verosimili, falsi o immaginari secondo volontà di poesia.

       Rapportare i versi dedicati agli animali alla realtà di oggi non è facile “La plebe, che sia iena o licaone, / la fa in barba al leone…XVI) e non è neppure difficile rinvenire echi di attualità in “Nasce politico il camaleonte/ con lingua lunga, e mangia a mano a mano…III”. E tuttavia non può essere applicato uno schema che possa aiutare a rinvenire una determinata norma estetica elaborata da uno scrittore d’élite che è socialmente privilegiata: sembra che gli animali di Sangiuliano, appena si qualificano come appartenenti ad un proletariato di genere, al “popolo” sfuggono a questo ambito e si qualificano come “aristocrazia” nella e per la scrittura. (“Per sfilare in banchina adeguatamente / col frac e il passo sciolto del seduttore / troppo pingue è il pinguino. XIV”)

        I connotati afferenti al rapporto tra natura, animalia, scrittura e conoscenza in questo Bestiario sono percettibili in vario modo: alla consapevolezza del fatto che lo scrittore è impegnato a proporre nuove chiavi di lettura su argomenti “consumati” (“La cicala scogliona nei pomeriggi / assolati frinendo a prendere in giro / le formiche sudate incredibilmente / ignorando il destino che le riserva / lo sfanculo d’inverno”. XXXII), corrisponde una volontà dello scrivere con il proposito di tentare di articolare una grammatica del vedere.

         Scoprire in quale modo gli animali siano esperienza diretta e concreta dello scrittore, è compito del lettore che sarà impegnato anche a rilevare quale grado di progresso nella considerazione degli animali si sia maturata nel vissuto generale e in quello precipuo dell’Autore.
Ed’ proprio questo lettore, il protagonista di questo testo, soprattutto se riesce a captare la suggestione delle icone distribuite lungo le pagine e i versi secondo una calligrafia e una musicalità entrambe simboliche, nel momento stesso che sono segni di composizione in poesia.
Ed è questo stesso lettore che, se dovesse farsi ricercatore di una lettura “storico-strategica” del bestiario, in quello di Sangiuliano potrebbe rinvenire echi e vincoli di stile che appartengono sia alle storie “naturali” del grande passato che di quello “moderno”.