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PER LA CRITICA

GIOVANNI FONTANA

E L’AVANGUARDIA

di Francesco Muzzioli

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È uscito dall’editore Agenzia X un volume interamente dedicato a Giovanni Fontana con il titolo Giovanni Fontana, un classico dell’avanguardia. Il libro, che viene aperto da un dialogo tra i due curatori Patrizio Peterlini e Lello Voce, raccoglie interventi inediti, traduzioni, un inserto fotografico (dove, tra le altre cose si vede un giovane Gianni ancora non barbuto) e un’ampia antologia della critica. È davvero il supporto ideale per farsi un’idea di questo autore decisamente versatile, “poliartista” impegnato in più campi, dal sonoro al visivo, dal cartaceo al palcoscenico, dalla parola alla performance. Utilità garantita, perché i brani antologizzati rimettono in corso testi ormai rari delineando lo sviluppo cronologico dell’opera intermediale di Fontana da Radio/dramma  (presentato da uno sponsor di rango, uno Spatola in gran vena) fino al recente Epigenetic Poetry (introdotto dallo stesso Peterlini); mentre, insieme ai nuovi saggi, delucidano da diverse prospettive le diverse specialità, sempre con analisi attente e sempre più quanto più ci si addentra nella terra incognita dell’espressione non verbale. Un libro del genere premia giustamente Fontana e ne afferma l’importanza come una delle figure più rappresentative di questo periodo. Personalmente ne sono convinto e ne sono convinti anche i curatori che hanno scelto quel sottotitolo, Un classico dell’avanguardia, proprio per sottolinearne la ragguardevolezza esemplare e la durata di prospettiva. Affermazione di valore che condivido pienamente.

Un classico dell’avanguardia, dunque: questa formula continua ronzarmi nella testa e mi sollecita ad alcuni corollari. La prima impressione è stata di piacere: finalmente non ho bisogno di essere io a tirare in ballo l’avanguardia, come faccio spesso isolato e inascoltato. È, per così dire, un assist che raccolgo molto volentieri. Subito dopo, però, ho iniziato a preoccuparmi del “classico”: se l’avanguardia diventa “classica” non rientra a far parte della tradizione? e non è allora sistemata nel passato, sia pure con la stima delle vecchie cose di un tempo? Fortunatamente, nel loro dialogo introduttivo (ecco un’altra buona cosa: non un discorso iniziale assertorio ma un ping pong di opinioni) Peterlini e Voce danno pieno riconoscimento al carattere radicalmente alternativo delle operazioni di Fontana e si dimostrano perciò consapevoli del paradosso della giunzione tra i due termini antitetici e del fatto che l’unione non è paritaria perché il recupero di alcuni elementi di continuità nulla toglie alla forza del gesto di “deligittimazione dei fondamenti”.

Assunto che “classico” in questo quadro è usato in senso provocatorio (come dire: non vi affannate a cercare all’indietro nostalgicamente i canonizzati, abbiamo qui presente uno che li vale, eccome…), resta la questione dell’avanguardia, questo termine rimosso e indubbiamente da prendere con le molle. L’avanguardia, infatti, non sarebbe tale se venisse semplicemente rifatta, deve di volta in volta mordere l’attualità e rivolgersi a un futuro che, nel frattempo, ha mutato fisionomia (giustamente Voce rimanda in clausola a rivoluzione e utopia). Ora, possiamo intanto segnare un punto: affermare che Fontana è autore di avanguardia dimostra il fatto che tutti si affannano a negare, dichiarando l’avanguardia fenomeno legato a particolari condizioni storiche che ormai non si danno più. Se Fontana, che è in piena attività, è “d’avanguardia” ciò significa che l’avanguardia è ancora ben possibile anzi gode ottima salute, malgrado tutti i seppellimenti affrettati che le sono stati dedicati. È chiaro, però, congiuntamente, che occorre domandarsi quali connotati abbia questa avanguardia che Fontana rappresenta, anche a costo di attribuirgli soverchianti responsabilità.

Cominciamo a riflettere, partendo dal rapporto con le avanguardie precedenti. Ci sono ovviamente delle “somiglianze di famiglia” senza le quali il nome “avanguardia” non verrebbe neppure in mente. E ci sono le avanguardie (al plurale) nei due diversi Novecenti, nelle rispettive metà separate dalla seconda Guerra Mondiale. Ho l’impressione che ciò che rende l’esperienza di Giovanni Fontana così importante sia la sua capacità di tenerle insieme, o meglio di attraversarle entrambe, senza feticizzarle, ma assumendone gli strumenti indispensabili. Delle cosiddette avanguardie “storiche”, raccoglie le indicazioni tecniche, fatte salve dalle scorie ideologiche. Come egli stesso ha mostrato nella sua ricerca sulla voce in movimento, in fondo, l’allargamento interartistico parte dalle intuizioni del Futurismo, così come un certo lavoro sul corpo della parola; dal Dadaismo deriva la passione per il gioco con le parole, che permette a Fontana di trovare il suo ritmo distendendosi nelle catene paronomastiche e rimiche; dal Surrealismo, poi, è ripresa la libertà associativa insieme a svariate tematiche del genere “pulsionale”. In comune c’è l’elemento performativo della centralità del corpo, che rende quella di Fontana una avanguardia per così dire “calda”. Tuttavia non mancano evidenti differenze. Nel caso del nostro autore la ricerca è diventata individuale, malgrado rapporti, contatti, influenze, ha una fisionomia spiccata e le sue dichiarazioni di poetica sono lontane dal tono perentorio (obbligante altri) dei manifesti. È caduta l’istanza a debordare sul piano della vita e della politica tout court, scartato il militarismo (lo sottolinea il dialogo introduttivo) del “gruppo d’acciaio” e del movimento sancito da organigrammi, con conseguenti adesioni e scomuniche – il curioso impulso della sinistra a trasformare il più vicino nel peggior nemico.

Giovanni Fontana come autore nasce dalle nuove avanguardie degli anni Sessanta e quindi è debitore da quel periodo animato di sperimentazioni, anche se gli influssi principali provengono dalle proposte verbovisive del Gruppo 70 e soprattutto da quella linea collaterale del parasurrealismo di Adriano Spatola che lo tenne a battesimo, come ricordavo poc’anzi. La spatoliana “poesia totale” è stata raccolta e portata avanti nel tempo con una carica non minore. Va precisato che, del resto, anche nel Gruppo 63, pur parlando di gruppo e di movimento, quegli aspetti militaristi delle prime avanguardie erano diventati molto meno drastici. Non esisteva organigramma vero e proprio, ma una galassia, anche con sottogruppi (la Scuola di Palermo, gli emiliani di “Malebolge”). I convegni erano aperti, mancava la conclusione scritta dal leader – e non c’era leader. Nelle battute di avvio, Angelo Guglielmi dava esattamente il benservito al militarismo proprio attraverso la metafora bellica: al combattimento diretto – egli disse in soldoni – si è sostituito l’attento attraversamento di un campo minato e allora ecco che si rendono necessari degli artificieri “sperimentali”. A un dipresso, Umberto Eco parlava di una “generazione di Nettuno”, diversa dalla precedente “generazione di Vulcano”.

Qualcuno ha detto che sì, che nelle nuove avanguardie c’era già il seme del postmoderno che si sarebbe sviluppato due decenni dopo (e a riprova magari portava Il nome della rosa proprio di Eco). Certo, qualche elemento apparentemente postmoderno si può ritrovare in Fontana (citazione e parodia ad esempio). Tuttavia a questo proposito bisogna capire che la formula del postmoderno (ancor oggi in fondo sul tappeto, per quanto molti abbiano cercato e cerchino di smarcarsi) ha bisogno di attente precisazioni per evitare distorsioni di prospettiva. Quella formula, infatti, ci viene dall’America, dove la storia dell’avanguardia è stata piuttosto diversa: in USA le avanguardie storiche hanno avuto addentellati, però abbastanza marginali e si può dire che la vera avanguardia storica americana sia stata la beat generation (con alcuni aspetti di surrealismo, interscambio arte/vita, ecc.), quindi spostata nel secondo dopoguerra. Il postmoderno in un primo tempo ha avuto, in narrativa, caratteri simili al nostro romanzo sperimentale, ma una volta importato nel nostro paese ha assunte le forme di un recupero acritico condiscendente agli standard di mercato, in cui il carattere polemico del citazionismo e della parodia andava ampiamente perduto. Nel caso di Fontana, invece, citazionismo e parodia sono inseriti in un progetto dissonante, basato sulla frammentazione e lo scarto (questo lo sottolineano molti contributi del libro) e quando affronta il romanzo lo fa in un modo per così dire “poematico”, il che non può essere minimamente confuso con il romanzo corrente, collocandosi con convinzione all’estremità e quasi fuori del genere.

Il risultato della sintesi ha come terreno fondamentale e privilegiato l’intermedialità (indicato un po’ da tutto i contributi) e di conseguenza la fattura epigenetica di un testo di base con variabili di esecuzione. E qui veniamo a un altro aspetto evidenziato dal libro e cioè la risonanza internazionale del lavoro di Fontana, che ha riscontro anche nella galleria fotografica che lo ritrae nelle occasioni dei festival insieme ad autori stranieri. Grazie al fatto che il poliartista opera con forme espressive in gran parte translinguistiche, gli si apre una portata comunicativa sovranazionale che non avrebbe restando sul terreno della pagina e dei suoi significati linguistici. Inoltre, il momento performativo conduce a un maggiore contatto con il pubblico, ferma restando che quelle della voce e della presenza corporea sono pur sempre scritture, le quali – secondo la matrice enigmatica dell’avanguardia –, richiedono comunque interpretazione. Mentre nelle avanguardie precedenti i rapporti tra le arti erano affidati ad analogie (per esempio tra scrittura e pittura nelle avanguardie storiche) o a collaborazioni collaterali (il teatro della neoavanguardia), lo straordinario della figura di Fontana è che assomma in sé tutte le tecniche specifiche e questo gli dà certamente un passo in più. Nello stesso tempo, come si vede ampiamente nel suo Questioni di scarti, è stato anche capace di indirizzare la vocazione alla frazione dei significanti e al gioco sonoro verso un deciso livello di battaglia civile, collegandosi alla responsabilità dell’impegno senza nulla perdere di creatività e senza cedere d’un palmo dalla sperimentazione, lungi dal vittimismo e dal richiamo all’empatia. Dunque, se Fontana è un “classico dell’avanguardia”, a una avanguardia ancora possibile è indicata la strada dell’intermedialità, che oggi può giovarsi di molte nuove risorse tecniche, sia in presenza che a distanza. Sapendo bene che l’intermedialità è condizione necessaria ma non sufficiente e che, senza una adeguata spinta polemico-politica si rischia una ricaduta nel puramente estetico, se non alle melensaggini di tanti “accompagnamenti musicali” alla poesia, di mero abbellimento.

Infine, se Giovanni Fontana è – in quanto autore singolo – un “classico dell’avanguardia”, vedo confermata la mia idea che la metafora militare non sia da rifiutare in toto, ma piuttosto da riformulare: non già il drappello di combattenti che precede l’esercito sulla strada della conquista (cui segue l’esibizione del nuovo, oggi effettivamente impraticabile), piuttosto l’infiltrato, che lavora clandestinamente in territorio ostile cercando contatti con eventuali corrispondenti. La stessa comunità che sta attorno a Fontana (ben documentata in questo libro) è esattamente un circuito (il circuito internazionale dei performer) e non un gruppo.

Insomma, la figura di Fontana, così come si profila in questo libro, può aiutare a sviluppare quella avanguardia, al contempo indispensabile e impossibile, che auspichiamo. Una avanguardia permanente, secondo l’intitolazione che Carmine Lubrano ha dato a una sua recentissima antologia, nella quale ha voluto giustamente inserire anche Fontana.

Che si parli di avanguardia senza dover attendere l’anno con il 3 (che pure si approssima) è già di per sé un segnale positivo.