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Storia, Cultura e Società

DALLA PUBBLICA ISTRUZIONE AL MIUR

ESISTE ANCORA

LA SCUOLA?

di Corrado Morgia
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Donald Trump, per sua stessa ammissione, non sapeva dove stesse il Belgio, ma pare che anche alti esponenti dell’attuale governo degli Stati Uniti, e sicuramente buona parte dell’opinione pubblica americana, non sappia dove si colloca l’Ucraina sulla carta geografica, mentre al contrario i dirigenti della Cia e del Pentagono lo sanno molto bene, visto che Biden ha ammesso che da anni i suoi agenti e i suoi istruttori operano in quella regione, inviati, naturalmente all’insaputa dell’Unione Europea, che fa sempre la parte della bella addormentata, per addestrare in chiave antirussa l’esercito ucraino, che viene anche abbondantemente rifornito di ogni tipo di armi e munizioni. Inoltre sembra che alcuni generali stelle e strisce chiamino ancora con il nome di Unione Sovietica la Russia attuale, continuando quindi a sentirsi in guerra (fredda o calda?) con quel paese, nonostante tutti i cambiamenti che ci sono stati negli ultimi anni e l’avvento nella ex terra dei soviet di un regime politico autoritario e reazionario e di un capitalismo predatorio e rapace, colpevole della più gigantesca rapina della storia, avvenuta, come sostiene Aldo Tortorella, quando, con Eltsin, finita la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, i manager di stato si sono indebitamente appropriati di enormi ricchezze, mobili e immobili, diventando gli oligarchi che da sempre sostengono Putin, un nostalgico sanguinario dello zarismo. Ma non è mia intenzione parlare diffusamente di tali argomenti, intendo invece proseguire queste note chiedendomi quanti studenti italiani, e non solo studenti, possiedano nozioni relative alla storia e alla geografia dell’Est europeo, almeno a partire dall’inizio del Novecento, quando ancora esistevano i grandi imperi, compreso quello austro – ungarico, di cui faceva parte la porzione più occidentale dell’attuale Ucraina, che, fatta eccezione per un breve periodo tra il 1918 e 1922, è divenuta stato indipendente solo dal 1991. Faccio queste considerazioni tenendo presente il vero e proprio terremoto che ha ormai devastato buona parte della scuola italiana, già messa male da tempo, ma ulteriormente ferita, nel periodo della pandemia, dalla didattica a distanza, pur necessaria, ma accessibile di fatto solo a una minoranza privilegiata di studenti, e poi da molti altri estemporanei, ma spesso devastanti, provvedimenti dei molti ministri e ministre che si sono succeduti nel palazzone di Viale Trastevere. Dal canto suo l’attuale titolare del dicastero, il prof. Patrizio Bianchi, sta assestando gli ultimi colpi, con i quali si rischia il definitivo collasso di un organismo delicatissimo, ma, ripeto, già fiaccato da leggi, leggine e circolari molto spesso insensate e opprimenti.

In particolare Bianchi in un suo non lontano discorso programmatico, tenuto alla camera dei deputati, parlando appunto dello stato e delle prospettive di quella che fu la Pubblica Istruzione, nel presentare una proposta abbastanza ampia e complessa, ma non poco confusa, non ha mai usato, e sottolineo mai, la parola cultura, fatto stupefacente, però comprensibilissimo per come stanno attualmente le cose nel mondo dell'insegnamento. Infatti nella scuola, nonostante la buona volontà e l’impegno di tanti eroici docenti, donne o uomini che siano, non c’è più spazio per la cultura, essendo essa diventata un luogo dove è stata resa obbligatoria una quantità enorme di gravosi, ma spesso inutili, adempimenti di tipo esclusivamente ammnistrativo e/o valutativo, con asfissianti e complicate procedure, di cui spesso si ignora lo scopo, ma che sono comunque giustificate con variegati sofismi di tipo pseudo pedagogico e pseudo psicologico. Il sapere a questo punto lascia il posto a forme di meccanico addestramento, dette abilità e competenze, i cui contenuti e le cui modalità risultano spesso essere misteriosamente avvolte in formule, dallo stesso ministero suggerite, ma che molto spesso coprono il nulla. Quindi l’assenza della parola cultura nel discorso del ministro non deve sorprendere, perché la Pubblica Istruzione in Italia non esiste più da tempo, non essendo più la scuola sede della trasmissione critica del sapere e delle conoscenze, dell’autonoma e libera ricerca da parte di docenti e studenti, e quindi della formazione del cittadino e della cittadina consapevoli dei propri diritti e doveri. Insomma, per dirla in sintesi, la scuola della repubblica, prevista dalla Costituzione, è stata cancellata, e con essa “la fatica del concetto”, l’apprendimento cosciente teso a far crescere e maturare individui e individue, a preparare persone per affrontare le prove della vita, ma anzitutto tesa a fornire strumenti per comprendere la realtà, per orientarsi in un mondo sempre più complesso e difficile da decifrare, per conoscere, sia pure a grandi linee, il percorso della civiltà umana; la strada che con i suoi drammi e i suoi successi ci ha condotto al punto dove siamo oggi. L’insegnante in questo quadro avvilente diventa un impiegato che deve sbrigare pratiche e gli studenti che gli sono affidati, pratica fra le altre, fanno parte di questa catena di adempimenti cartacei di cui si è smarrito il senso, anche se devono essere comunque perfettamente eseguiti, pena, per esempio in caso di bocciatura dello studente, di un eventuale ricorso al Tar, da parte di solerti genitori, con tutte le pesanti conseguenze che esso comporta.

L’involuzione del sistema è in atto da tempo, ma ha subìto una accelerazione almeno da quando, nel 1996, fu malauguratamente eletto ministro Luigi Berlinguer, che, ignorando una notevole elaborazione precedente, in preda a un delirio demagogico prese a menare fendenti spacciati per riforme, deprimendo da un lato il corpo insegnante, già ampiamente demotivato per conto suo, contribuendo quindi a dequalificare ulteriormente una professione già ampiamente screditata, e svuotando ancor più di significato una istituzione come ho detto, malferma e incerta sui suoi destini. Per risalire ancora più indietro nel tempo, va ricordato che nei primi decenni dopo il secondo dopoguerra la riforma della scuola è stata intesa, soprattutto dal Pci, ma anche dalle personalità più sensibili della DC e del partito socialista, soprattutto, ma non solo, come una grande riforma culturale.

Il problema stava nel superamento della scuola gentiliana non con un arretramento qualitativo, ma con nuovi programmi, con una nuova organizzazione complessiva degli studi, dalle elementari all’università, con una nuova formazione dei docenti e nuove finalità di un apparato che andava diversamente orientato e motivato, anche per superare il rigido classismo caratterizzante la scuola italiana, non solo al tempo del fascismo, ma anche nelle varie fasi dell’Italia liberale. Si ragionava all’epoca anche intorno a un nuovo asse culturale, non più retorico – letterario, ma soprattutto storico – umanistico – scientifico, per non smarrire appunto la dimensione storica del pensiero e dello sviluppo umano, ma tenendo maggiormente presenti le conquiste del sapere scientifico e la dimensione cognitiva della scienza, che come sappiamo era stata svalutata dalla filosofia neoidealistica. L’assestamento  delle elementari e l’introduzione della scuola media unica, con l’elevazione dell’obbligo scolastico al quattordicesimo anno di età, insieme con la successiva liberalizzazione degli accessi all’università, sembrarono essere i primi colpi inferti al tradizionale ordinamento che prevedeva, già alla fine del ciclo primario, la divisione tra chi era, per censo, destinato a continuare gli studi e quanti invece dovevano essere indirizzati a un precoce avviamento al lavoro, impossibilitati quindi ad accedere ad ogni forma di istruzione superiore. Tentativi ulteriori di riforma non mancarono, specialmente intorno al fatidico ’68, ma si trattò di provvedimenti a volte velleitari, altre volte molto parziali, spesso scollegati fra loro, senza alcuna organicità e presi più per rispondere a pressanti esigenze del momento, come per esempio la sistemazione di una enorme mole di docenti precari creatasi per la mancata realizzazione dei concorsi, che a reali prospettive di organica trasformazione.

Per decenni la gestione della scuola rimase feudo di ministri democristiani che avevano il compito anzitutto di difendere la scuola privata in mano alle istituzioni ecclesiastiche, a volte anche contro il dettato costituzionale, e poi di provvedere a piccoli aggiustamenti, in accordo con il sindacalismo autonomo, ma  senza mai colpire, per esempio nelle università, i prepotenti interessi accademici delle “baronie” di medicina, di giurisprudenza o di ingegneria, di tutte quelle facoltà insomma legate alla libera professione e quindi anche a cospicui interessi, economici e professionali, difficilissimi da scalfire. Peraltro va pure ricordato che avanzavano in quegli stessi anni anche altre ipotesi di modifica dei nostri sistemi, che poi lentamente si sono in parte affermate, fondate sulla prospettiva, subalterna e provinciale, di imitare puramente e semplicemente il modello di istruzione anglosassone, senza conservare quanto di buono esisteva nel nostro, per esempio quello, sottolineo, della storicità, di derivazione crociana, cui erano improntati i programmi di molte discipline, carattere che andava aggiornato, magari in senso gramsciano, e quindi depurato da incrostazioni idealistiche, ma certamente non abbandonato, come invece sta accadendo con l’eclisse del sapere storico. Caduto il Pci e con esso divenute quasi completamente afone le forze culturali ad esso organiche o soltanto vicine, ha cominciato ad affermarsi, oltre alla già denunciata esterofilia, il pedagogismo parolaio della socializzazione, di derivazione cattolica, dove la scuola è stata vista soprattutto, se non esclusivamente, come momento, appunto, in cui dovrebbe prevalere lo stare insieme, secondo una divisione del lavoro in cui ai salesiani, e ai loro istituti, veniva affidato l’addestramento professionale, alla scuola pubblica quello della distribuzione di un diploma, reso più facile da conseguire con il progressivo svuotamento degli esami di fine corso, mentre all’istruzione privata, specialmente a livello universitario, vedi il caso della Luiss, la Libera Università di Studi Sociali intitolata a Guido Carli, viene affidato il compito, insieme alla Bocconi, di preparare le élites. Oggi la situazione, dopo la pandemia che ha comportato la perdita irrecuperabile di mesi e mesi di scuola, è arrivata a un livello di deterioramento non più tollerabile, a danno soprattutto dei ceti più svantaggiati. Infatti i licei delle grandi città, specialmente quelli collocati nei centri urbani, ancora sono positivamente in funzione, mentre in molti altri casi, specialmente nelle periferie o nei piccoli centri, la scuola quasi non esiste più, specialmente quando si tratta di istituti tecnici o professionali. Il risultato è che la preparazione degli studenti italiani, secondo qualificate ricerche, è tra le più basse d’Europa. Infatti sommando alle riforme mancate quelle fatte male, e/o peggio applicate, ai giorni di scuola persi per i più disparati motivi, alla demolizione delle basi e delle finalità culturali del processo formativo, il risultato è la povertà e l’immiserimento del bagaglio di conoscenze e di competenze dei nostri giovani, che, in gran parte, mai più potranno recuperare quello che hanno perso.

Il livello della preparazione dei nostri studenti è dunque desolante, non solo in italiano o in matematica o in scienze, ma anche, e forse soprattutto, in storia, perché questa è stata una delle discipline più colpite, con la diminuzione delle ore di insegnamento e la banalizzazione dei contenuti, oltre a un discutibile reclutamento degli insegnanti, che a volte sono privi di una specifica formazione di grado universitario. Ulteriore risultato di questo disastro è che molti giovani, immersi nella loro incolpevole ignoranza, vivono in un presente senza passato e quindi anche senza futuro, incapaci di comprendere e di analizzare ciò che accade, o persino di progettare la propria vita, perché privi di strumenti adeguati di comprensione e di analisi del flusso temporale, in cui prima e dopo sono intimamente e dialetticamente collegati. Si diceva una volta che occorresse conoscere il passato per capire il presente e per programmare il futuro, ma questa massima oggi non vale più, abbiamo rubato anche il futuro a molti dei nostri giovani. Tutto ciò non fa altro che approfondire le differenze di classe, tra ragazze e ragazzi che hanno la possibilità di accedere a forme di sapere organizzate e anche criticamente strutturate e giovani che invece devono contentarsi di un imparaticcio che presto scompare, per lasciare il posto alla manipolazione delle coscienze operata da una stampa, scritta o parlata, compiacente e troppo spesso asservita al potere di turno, o peggio ad altre forme di stordimento non difficili da trovare ad ogni angolo delle nostre città e dei nostri borghi.

Per evitare questo sarebbero necessarie nuove politiche per l’universo giovanile, non interventi sporadici e una tantum, ma politiche di lunga durata e di prospettiva, viceversa la scuola italiana negli ultimi anni, ma si dovrebbe dire decenni, è andata alla deriva, con altre ministre devastatrici come la Moratti e la Gelmini ed oggi, negli intenti dell’altrettanto inadeguato ministro Bianchi. In base alle sue proposte infatti la nostra scuola dovrebbe caratterizzarsi quasi esclusivamente come avviamento o come addestramento al lavoro, lavoro che tuttavia nemmeno c’è, abdicando al suo vero e insostituibile compito, quello educativo e formativo, secondo il dettato costituzionale.

Nel tempo non abbiamo soltanto assistito a riforme che si sono succedute addirittura di mese in mese,  e non più di anni, ma anche alla sottrazione di fondi mai recuperati, alla messa della scuola al servizio del mercato e dell’impresa, addirittura con la conseguenza di incidenti, anche mortali, sul lavoro, e ancora alla diminuzione della democrazia, all’attacco alla libertà di insegnamento e al sindacato, al degrado e all’abbandono degli edifici, con il pericolo per la salute e per l’incolumità degli studenti e di tutto il personale scolastico. Al di là della retorica, delle chiacchiere e delle frasi fatte, questa è la situazione in moltissimi casi; un disastro annunciato, ma colpevolmente sottovalutato da vari e diversamente orientati governi, compreso l’attuale, a cui si aggiunge la quasi inesistenza di pratiche di formazione permanente e ricorrente, con una percentuale di analfabetismo di ritorno tra gli adulti che, come denunciava il compianto Tullio De Mauro, ministro a sua volta, ma per troppo poco tempo, raggiunge punte del 65%, cifra che, nella sua enormità, rappresenta anche un pericolo per la tenuta democratica del paese, in quanto, come è del tutto evidente, vuoti di cultura sono anche vuoti di consapevolezza civile e di partecipazione alla vita democratica.

La conclusione è conseguente a tutto il ragionamento fin qui sviluppato, occorre anzitutto investire, con un piano quinquennale dell’edilizia per esempio, con nuove e più efficaci forme di reclutamento dei docenti, con una selezione rigorosa di eventuali nuove riforme, da meditare e sperimentare seriamente prima di essere definitivamente approvate, ma senza ridurre gli anni di formazione, anzi elevando gli anni dell’obbligo. Occorre dunque restituire alla scuola la dignità che le spetta, dando alla formazione del cittadino e della cittadina l’importanza che ha perso, recuperando un rapporto tra formazione, cultura e lavoro non subalterno agli interessi momentanei del capitale, piccolo o grande che sia, ma recuperando il valore insostituibile della cultura come strumento di emancipazione e di liberazione, mezzo e fine insostituibile, per uomini e donne non solo per realizzare se stessi ma anche per capire le vecchie e nuove contraddizioni della realtà in cui viviamo. Per questo, recuperando le intuizioni del nostro Gramsci, dovrebbe essere restituita assoluta centralità allo studio della storia, senza il quale nulla si comprende di questo mondo “grande e terribile”. Tuttavia, stando agli ultimi provvedimenti governativi e a quanto contenuto nel DEF, documento di programmazione economica e finanziaria, il governo prevede nei prossimi tre anni una diminuzione della spesa per la scuola e la sanità. Nella scuola infatti è fissato un calo dal 4% al 3,5 % del Pil e nella sanità dal 7% al 6,3%, ciò per consentire l’aumento della spesa in armamenti fino al 2% dello stesso prodotto interno lordo. Assistiamo quindi a una svolta non solo conservatrice, ma reazionaria e bellicista di un governo che va contro la costituzione della nostra repubblica, costituzione democratica, antifascista e pacifista; il banchiere Draghi si è messo l’elmetto e si è posto al servizio della Nato e di Biden, ma l’Italia non ha bisogno di più armi, ha bisogno di più scuole e più ospedali.