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Storia, Cultura e Società

Dal libro scritto con Sergio Gentili

"Roma '43-'44. L'alba della Resistenza".

LA LIBERAZIONE

DI ROMA

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La sera del 4 giugno di 78 anni fa gli Alleati liberarono Roma dall'occupazione nazifascista durata 271 interminabili giorni. Sono passati molti decenni e la memoria di quelle ore di trepidazione e poi di felicità va lentamente sbiadendo. Fu per i romani la fine di un incubo e l'inizio di una nuova storia democratica della città e poi dell'Italia. Molte battaglie politiche e sociali si dovettero combattere ancora, ma quello fu un momento di svolta. Un nuovo inizio che ci portò ad essere cittadini in una Repubblica democratica e non più sudditi di un regime monarchico che era stato complice della dittatura fascista, anche nelle sue manifestazioni più bieche come le leggi antisemite. Roma ha combattuto duramente contro i nazifascisti pagando un alto tributo di sangue. Il riconoscimento del Presidente Mattarella nell'ottobre del 2018 della medaglia d'oro al valor militare della Resistenza è arrivato tardi, ma è stato tutto meritato. Io voglio ricordare quel 4 di giugno riproponendo alcuni brevi capitoli del libro scritto con Sergio Gentili "Roma '43-'44. L'alba della Resistenza".

 

L’offensiva decisiva.

 

Alle ore 23 dell’11 maggio, gli Alleati danno inizio all’offensiva verso Roma (operazione “Diadem”). Prima riescono a cacciare i paracadutisti tedeschi da Montecassino, poi avanzano sulla capitale. Il 23 maggio attaccano anche dalla testa di ponte di Anzio dando inizio all’operazione “Buffalo”. Le truppe tedesche rischiano l’accerchiamento e combattono aspramente. Dal canto loro gli americani della V armata vogliono conquistare la città eterna al più presto, sarebbe anche la prima capitale dell’asse nazifascista a cadere. Il generale americano Clark che li comanda sa che il 5 giugno è previsto lo sbarco degli Alleati in Normandia (D-Day che invece sarà il 6 giugno)²¹; non vuole farsi oscurare la gloria di essere il primo conquistatore dell’Urbe proveniente da sud dopo quindici secoli²². Non rispettando pienamente le indicazioni ricevute dal generale Alexander, comandante in capo inglese delle armate alleate, Clark punta decisamente verso Roma. Le truppe americane provenienti da Cassino si ricongiungono a Cisterna presso Latina con quelle provenienti da Anzio e Nettuno e insieme attaccano la linea “Caesar”, l’ultima difesa tedesca lungo i Colli Albani. Penetrano le difese tedesche sul monte Artemisio a Velletri, le travolgono e avanzano verso Roma.

 

I partigiani entrano in azione.

 

Nel frattempo, il 27 maggio, Radio Londra e Radio Bari hanno trasmesso ai partigiani delle zone intorno a Roma il messaggio in codice: «Anna Maria est promossa». È il segnale dell’attacco. Le formazioni partigiane entrano in azione sui monti a nord est e a sud di Roma: a Palestrina, Paliano, Vicovaro, Fiuggi, San Vito Romano, Genazzano, Zagarolo, Tivoli, Porciano, Trevi nel Lazio, Marino, Castel Gandolfo, Frascati, Albano, Frattocchie. Attaccano i tedeschi per favorire l’avanzata degli Alleati impegnati su un fronte irregolare e in continuo movimento. Anche qui, tra la fine di maggio e la prima decade di giugno, si scatena la barbarie nazista contro le popolazioni: il 26 maggio a Madonna della Pace, presso Subiaco, i nazisti mitragliano 15 civili inermi; a Palestrina, il 28 maggio, ammazzano 11 persone; a Vicovaro, tra il 5 e il 7 giugno, plotoni tedeschi in ritirata trucidano 29 persone, tra cui due bimbi di 3 anni, uno di 4, uno di 8 e uno di 10. Radio Londra trasmette, il 2 giugno, la parola in codice “Elefante” per avvertire le forze partigiane cittadine che gli Alleati stanno finalmente arrivando a Roma, in una città stremata. I loro aerei lanciano migliaia di volantini sulla città invitando i romani a difendere le attrezzature e le strutture civili: «Roma è vostra! – scrivono. – Il vostro compito è di salvare la città, il nostro è la distruzione del nemico».

 

Le mosse del Vaticano.

Anche Pio XII era in movimento per non fare di Roma un campo di battaglia. La Santa Sede preme su tedeschi e Alleati. Il 10 maggio il Papa aveva ricevuto in gran segreto il politzeifuhrer, capo delle SS in Italia, generale Wolff, vestito in abiti borghesi. Certamente avevano parlato di Roma e di cosa avrebbero fatto i tedeschi al momento dell’evacuazione. Il 24 maggio, Churchill aveva affermato alla Camera dei Comuni: «Abbiamo buone speranze che Roma possa essere esclusa dalle zone di combattimento dei nostri 161 eserciti»²³. Il 27 maggio monsignor Tardini incontra l’ambasciatore tedesco, barone Weizsäcker. Da una parte gli fa sapere che il Vaticano, attraverso i parroci, ha raccomandato ai fedeli di mantenere calma e disciplina, dall’altra invita i tedeschi a evitare atteggiamenti provocatori e di tenere a freno i fascisti “repubblichini”. Soprattutto li invita a non lasciare la città priva di viveri che la fame, già nera, poteva fare da detonatore alla rivolta popolare²⁴. La strategia vaticana è semplice: da una parte convincere i tedeschi a non fare di Roma un caposaldo difensivo e, dall’altra, persuadere gli Alleati a non attaccarla. Weizsäcker si tiene sul vago, non sa cosa faranno i suoi superiori; in effetti in quel momento Kesselring e Hitler non hanno ancora deciso il da farsi. Bonomi ricorderà: «I tedeschi ammansiti dalla S. Sede con cui essi hanno interesse di non rompere i ponti, si sono accontentati di rendere inoperoso il generale Bencivenga. Così la S. Sede ha preso l’impegno di immobilizzare o segregare, o internare (la forma non ha importanza) il futuro comandante di Roma, il quale ha dovuto adattarsi a rimanere del tutto isolato»²⁵. Pio XII nell’udienza del 2 giugno ai cardinali del Sacro Collegio, in occasione del suo onomastico, aveva avvertito: «Chiunque osasse levare la mano contro Roma, sarebbe reo di matricidio dinanzi al mondo  civile e nel giudizio eterno di Dio». L’azione vaticana influenzerà anche l’atteggiamento del Cln.

 

Nazifascisti in fuga.

 

Ma il fatto militare decisivo, dopo lo sfondamento del fronte da parte degli Alleati, fu che i nazisti decidono autonomamente di abbandonare velocemente Roma per non farsi accerchiare in una città dimostratasi per loro sommamente insicura. «Roma era diventata per noi una città esplosiva; e per noi era un grave problema» dirà Kesselring al suo processo²⁶. Infatti, avevano in previsione l’attestamento su una nuova linea difensiva strategica a nord: la famigerata linea Gotica lungo l’Appennino tosco-emiliano; da Massa Carrara sul Tirreno a Pesaro sull’Adriatico. La sera del 2 giugno il maresciallo Kesselring approva i piani di evacuazione di Roma e il giorno dopo riceve l’assenso di Hitler. I romani, dal canto loro, non sapevano che cosa sarebbe successo, ma furono ben contenti di vedere il 3 giugno colonne e colonne di truppe germaniche prendere le consolari di Aurelia, Cassia e Flaminia che portavano a nord. Non mancano episodi raccapriccianti. A Porta Maggiore tedeschi in ritirata abbandonano un carro armato in avaria. Il capo equipaggio, incurante della presenza di un gruppo di donne e bambini, gli dà fuoco con una bomba. Il carro, pieno di munizioni, esplode e fa strage di trenta civili fra cui donne e bambini. La giornalista svizzera Mary de Wyss che vede i nazisti fuggire esulta: «Finalmente vedevo l’esercito tedesco, sconfitto, che si ritirava. C’erano camion e vagoni talmente carichi che i soldati si addossavano a grappoli; carri con soldati, militi a cavallo, veicoli agricoli stipati di uomini stanchi morti. Poi c’erano i soldati a cavallo dei buoi e infine la fila infinita di quelli a piedi. Avevano la faccia spenta dalla fatica, gli occhi fuori dalle orbite, le bocche spalancate, zoppicavano a piedi nudi, trascinandosi i fucili. Ricordo lo stesso esercito quando entrò in Francia: sprezzante, onnipotente, calpestava i deboli. Ricordo di essere stata gettata in un fosso da loro. Adesso vedevo la loro sconfitta»²⁷. È un esercito non solo di sconfitti ma di predatori e assassini, con un bottino di crimini imperdonabili. Le SS di Kappler non tralasciano di fare l’ultima infamia. Caricano tutti i prigionieri di via Tasso su due camion; uno si guasta e i patrioti vengono riportati nelle celle e abbandonati lì; l’altro, invece, prende la via Cassia. Arrivati a La Storta i nazisti fanno scendere i prigionieri, tra cui Bruno Buozzi, li mettono in una rimessa della tenuta Grazioli in aperta campagna e il pomeriggio del 4 giugno li fucilano in una radura. È l’ultimo eccidio prima della Liberazione della città. «Roma – dirà nel dopoguerra l’SS Dollmann, rovesciando il suo inziale giudizio sui romani “pigri e indolenti” – è la capitale che ci ha dato più filo da torcere»²⁸.

 

Il Cln è paralizzato.

 

Il Cln, da parte sua, non è in grado di dare l’ordine dell’insurrezione che significava far liberare la città dagli stessi romani. Le condizioni oggettive e soggettive non lo permisero. Oltre alle tradizionali posizioni anti-insurrezionaliste delle forze attendiste, moderate e vaticane; e oltre alla debolezza delle formazioni partigiane per i pesanti colpi subiti, c’è anche il peso dell’inadeguatezza politica del Cln medesimo. L’organismo rappresentativo dei partiti antifascisti era praticamente entrato in crisi il 9 febbraio quando i socialisti avevano presentato un ordine del giorno in cui si chiedeva la rimozione della monarchia e l’assunzione di tutto il potere da parte del Cln. Nenni aveva assunto questa iniziativa per parare un dissidio interno con la parte più estremistica del Psiup che faceva riferimento a Carlo Andreoni²⁹. In quei mesi molti socialisti erano contrari alla politica di unità con le forze moderate nel Cnl verso le quali propugnavano un’aperta rottura. Sta di fatto che l’ordine del giorno andava ben oltre le stesse decisioni del Congresso dei Cln di Bari. Tale iniziativa, come non era difficile prevedere, divise i partiti antifascisti. Quelli moderati attestati sulle posizioni di quel Congresso non erano d’accordo, viceversa, lo erano e molto gli azionisti, mentre i comunisti tentavano di fare opera di mediazione per evitare la rottura politica. Il 13 marzo il Cln si riunì di nuovo per cercare di ricucire la propria unità, votando un documento che ottenne l’assenso di cinque partiti antifascisti (demolaburisti, liberali, democristiani, socialisti e comunisti). Ma il Partito d’Azione, rappresentato da La Malfa, si oppose, rilanciando la pregiudiziale antimonarchica e spingendo socialisti e comunisti, in nome del loro patto di unità d’azione, a fare marcia indietro. Bonomi prese atto dell’impossibilità di trovare una linea unitaria e dette le dimissioni che formalizzò il 26 marzo. Da qui una lunga paralisi politica. Per tutto quel mese il Cln non si riunì e anche nelle settimane successive non ci furono riunioni operative³⁰. Solo il 5 maggio, un mese dopo l’iniziativa politica di Togliatti, i partiti del Cln tornarono a riunirsi per votare, con qualche distinzione dell’azionista La Malfa, una risoluzione in cui si decide: «Tutti i partiti rimangano stretti e solidali nel Comitato cooperando col governo ai fini della guerra di liberazione nazionale, nella certezza che lo sforzo comune consentirà di ottenere il riconoscimento dell’Italia come alleata delle Nazioni Unite e di affrettare la liberazione del suolo della patria»³¹. Le dimissioni di Bonomi furono ritirate ufficialmente solo il 10 maggio, dopo tre settimane dalla formazione del primo governo di unità nazionale a Salerno. Tuttavia, a Roma, la paralisi politica creò un’assenza di direzione politica e militare unitaria, tanto che, in quel maggio decisivo, nessun piano insurrezionale fu predisposto o abbozzato in termini precisi con tempi, obiettivi e indicazione delle forze partigiane da impegnare. Il generale Bencivenga, dal canto suo, ebbe un atteggiamento sterile e conflittuale con i partiti antifascisti, non capendo la situazione e quale avrebbe dovuto essere il suo ruolo. Fu un ulteriore freno allo sforzo finale della Resistenza romana. Quando, dopo la liberazione della città, per pochi giorni s’insediò in Campidoglio come capo militare della piazza di Roma, nessuno se ne accorse. Fino alla liberazione della capitale il Cln non si riunirà più e non darà alcuna indicazione militare. Di conseguenza non riuscì neppure a costituirsi come autorità cittadina per i romani e per gli Alleati. Bonomi in quei giorni pensava ad altro: è impegnato a rabbonire il generale Bencivenga, a trattare sui finanziamenti del governo Badoglio da distribuire alle forze antifasciste, a interrogarsi su chi doveva mantenere l’ordine pubblico nell’intervallo fra la ritirata nazista e l’arrivo degli angloamericani e, anche, su chi avrebbe diretto il nuovo governo dopo il ritiro di Vittorio Emanuele con la Luogotenenza. Cosicché il 5 giugno, quando il generale Clark busserà in Campidoglio per interloquire con le autorità cittadine, non troverà nessuno. Gli americani manderanno un’auto a prendere il Presidente del Cln per portarlo dal Laterano in Campidoglio dove lo aspettano due ufficiali, Mr. Caccia e Mr. Raber, per un primo scambio di idee.

 

I partigiani attaccano.

 

Anche senza un’indicazione centrale per l’insurrezione le formazioni partigiane attaccano i tedeschi in ritirata in diversi punti della città. Sulla Cassia e sulla Flaminia, ai nazisti in fuga si mischiano anche i repubblichini fascisti, commissari, prefetti, ispettori, insomma tutta la gerarchia del fascismo romano. I carabinieri della “Banda Caruso” del Fmcr attaccano nella zona di Monte Mario, nei quartieri Appio e San Giovanni, sulla Portuense e sull’Aurelia. Nell’VIII Zona i partigiani combattono a Villa Certosa sulla Casilina, entrano in contatto con le truppe americane, indicano loro le postazioni dei nazifascisti e li aiutano a colpirle; catturano 60 soldati tedeschi e li fanno sfilare per via dei Lentuli al Quadraro. Alle 9 del 4 giugno tutta la zona è liberata³². Squadre Matteotti attaccano i tedeschi in via del Mandrione e sulla via Appia catturano alcuni soldati tedeschi, consegnandoli poi agli americani. Alla Stazione Ostiense i matteottini affrontano paracadutisti tedeschi. A Monte Mario i patrioti assaltano una colonna di carri armati in ritirata. In via Magnanapoli gli azionisti attaccano fascisti della Pai e tedeschi, provocando 2 morti e 3 feriti al nemico. Praticamente in tutte le zone di Roma i partigiani colpiscono le retroguardie tedesche, disarmano i soldati e li consegnano agli americani. Le sedi fasciste sono assaltate e occupate dai patrioti; a via Tasso sono liberati tutti i prigionieri rimasti. All’Ostiense i partigiani della VII zona si dispongono a difesa di quel che resta degli impianti industriali e dei ponti sul Tevere, s’impadronisco delle scorte alimentari abbandonate dai nazifascisti e le distribuiscono ordinatamente alla popolazione affamata. Mentre a sud le formazioni partigiane aiutano gli Alleati a procedere lungo le consolari Casilina, Tuscolana e Appia; a nord i combattenti del Gap Garibaldi del IV settore della I zona guidati da Antonio Leoni³³ organizzano e pianificano l’insurrezione della borgata Ottavia. Appostano staffette a Capannelle, al Verano e alla Cecchignola. La mattina del 4 giugno, appena arriva la notizia che gli americani sono nei pressi di San Giovanni, iniziano i combattimenti. Nei giorni precedenti avevano preparato l’azione finale danneggiando le linee telefoniche telegrafiche e la ferrovia Roma-Viterbo; avevano sparso migliaia di chiodi a quattro punte, intimidito i presìdi nazisti con il lancio di bombe a mano. Alle squadre gappiste si uniscono molti cittadini che chiedono armi; si dirigono verso Monte Arsiccio direzione Roma dove i tedeschi resistono e poi si ritirano. Anche su via Trionfale, al km 14, i nazisti tentano un assalto ma vengono respinti dai patrioti. I partigiani fanno centinaia di prigionieri tedeschi che radunano nella Caserma Ulivelli. Il giorno dopo contattano gli angloamericani fermi alla Balduina facendo presente che il territorio fino a Cesano è già stato liberato. L’ultimo partigiano a morire è un ragazzo di 12 anni, Ugo Forno. Al Nomentano tenta con altri giovani di impedire a guastatori tedeschi di far saltare il ponte ferroviario sull’Aniene. Ci riescono, ma Ugo cade sotto i colpi dei loro mortai. È la mattina del 5 giugno.

 

È gioia e festa.

 

L’intervallo di tempo fra l’uscita degli ultimi nazisti verso nord e l’entrata dei primi soldati angloamericani da sud è solo di pochissime ore. La sera del 4 giugno verso le 19,30, le truppe della V Armata americana, attraverso Porta Maggiore e Porta San Giovanni, entrano in Roma, nello stesso momento gli ultimi tedeschi lasciano la città dalla parte opposta, attraversando Ponte Milvio verso nord. Nella notte ancora uno scontro tra partigiani matteottini e fascisti in viale Angelico. Il generale Clark arriva la mattina del 5 giugno con la jeep in piazza Venezia stracolma di folla festante. Vuole giungere in Campidoglio, ma si perde per Roma e si ritrova a piazza San Pietro dove chiede lumi sul percorso a un prete. Con la jeep raggiunge Piazza Venezia. I soldati yankee lanciano sigarette e cioccolata alla gente che li applaude. Il comandante della V armata sale in Campidoglio, bussa al portone del Palazzo Senatorio ma lo trova chiuso. Deve aspettare per farsi aprire. Intanto si concede ai reporter. La città impazzisce di gioia. «Ovunque le truppe venivano festeggiate, applaudite e ricoperte di fiori. Una pioggia di rose cadde sugli uomini, sui cannoni, sui carri armati e sulle jeep»³⁴. Era la fine di un incubo durato nove mesi.

 

 

Note

 

21 È divenuta la sigla con cui si suole citare lo sbarco in Normandia delle armate angloamericane avvenuto il 6 giugno del 1944.
22 Il precedente era stato il generale bizantino Belisario che nel dicembre del 536, durante la guerra greco-gotica, conquistò Roma con il suo esercito provenendo da Napoli.
23 E. Piscitelli, in Storia della Resistenza romana, Laterza, Bari 1965.
24 Ivi.
25 I. Bonomi, op. cit.
26 Kesselring fu processato nel 1947 a Venezia da un tribunale militare britannico. Condannato a morte per crimini di guerra, la pena gli venne commutata in ergastolo. Poi ridotta a 21 anni. Ma ben presto, nel 1952, fu liberato perché infermo. Tornato libero e divenuto fino alla morte avvenuta nel 1960 Presidente federale della «Verband deutscher Soldaten» (Associazione dei soldati tedeschi) ebbe l’impudenza di dire che gli italiani gli avrebbero dovuto fare un monumento. Questa dichiarazione offrì l’occasione a Piero Calamandrei di vergare la celebre lapide «A ignominia» esposta nel Municipio di Cuneo: «Lo avrai / camerata Kesselring / il monumento che pretendi da noi italiani / ma con che pietra si costruirà / a deciderlo tocca a noi. // Non coi sassi affumicati / dei borghi inermi / straziati dal tuo sterminio / non colla terra dei cimiteri / dove i nostri compagni giovinetti / riposano in serenità / non colla neve inviolata delle montagne / che per due inverni ti sfidarono / non colla primavera di queste valli / che ti videro fuggire. // Ma soltanto col silenzio dei torturati / più duro d’ogni macigno / soltanto con la roccia di questo patto / giurato fra uomini liberi / che volontari si adunarono / per dignità e non per odio decisi a riscattare / la vergogna e il terrore del mondo. // Su queste strade se vorrai tornare / ai nostri posti ci ritroverai / morti e vivi collo stesso impegno / popolo serrato intorno al monumento / che si chiama / ora e sempre / RESISTENZA».
27 C. Fracassi, op. cit., citazione da Mary de Wyss, Rome Under the Terror.
28 Ivi.
29 Sulle posizioni politiche di Carlo Andreoni, Giorgio Amendola racconta: «Non solo egli criticò il fatto che noi comunisti avessimo acconsentito a stabilire rapporti con l’organizzazione militare [l’incontro fra Amendola e Montezemolo (n.d.r.)], ma propose che organizzassimo delle azioni per togliere di mezzo alcuni di questi esponenti militari. In fondo, diceva, il vero nemico per noi sono i monarchici. I tedeschi se ne andranno al momento opportuno, e non occorre rischiare le nostre forze contro di loro. Sarà al momento della ritirata dei tedeschi che dovremo scattare, per imporre la soluzione socialista. E allora ci troveremo contro i monarchici e tutte le forze dell’apparato militare, che vorranno assicurare ‘l’ordine’, nel momento del trapasso. Perciò dobbiamo concentrare i colpi contro di loro, adesso che abbiamo le mani libere e possibilità di azione». G. Amendola, op. cit.
30 Giorgio Amendola darà questa valutazione: «Questa attività pratica di organizzazione e direzione del movimento di liberazione fu però a Roma dominata, e assai spesso soffocata, dall’attività politica del Comitato centrale [Cln (n.d.r.)] attraverso la quale, durante tutto il periodo di occupazione nazista, si espresse la lotta fra le forze democratiche e le forze conservatrici presenti nel comitato stesso [...]. Il Comitato centrale di liberazione fu in sostanza a Roma più un centro di discussioni accademiche che un organo di lavoro e di lotta». Il comunismo italiano nella seconda guerra mondiale, Editori Riuniti, Roma 1963.
31 I. Bonomi, op.cit.
32 L. D’Agostino e R. Forti, Il sole sorge a Roma, Editori Riuniti. Relazione sull’attività svolta dall’VIII zona militare del PCI firmata da: Luigi Forcella, comandante militare, Nino Franchellucci, responsabile politico, Dante Sommaruga, responsabile militare.
33 Ivi, Relazione del IV settore I zona partigiana del PCI inviata al Comando Garibaldino, firmata dal comandante dei Gap locali Antonio Leoni.
34 Testimonianza di Madre Mary Saint Luke impiegata nell’ufficio informazioni vaticano e ospite in un convento nei pressi di via Veneto. J. Scrivener (pseudonimo), Inside Rome with the Germans, Mac Millan, New York 1945. In R. Katz, op. cit.