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Pe la Critica

CORRADO COSTA, PROVE DI SPARIZIONE

di Francesco Muzzioli
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Oggi tutta la scrittura è occupata da quelli che scrivono per apparire, ma proprio per questo la loro scrittura non vale niente. La scrittura valida è di quelli che scrivono per scomparire.

Si può scomparire in vari modi e non è detto che il migliore sia il più semplice, cioè il silenzio o l’abbandono della scrittura per altre attività (come nel caso di Rimbaud), perché è vero che c’è sottrazione di un’opera che non sarà mai scritta, ma questo non tocca lo stato delle scritture appariscenti. Si può perciò altrettanto rigorosamente scomparire scrivendo o con l’esibizione dell’impersonalità e la “riduzione dell’io” (stile novissimi), oppure nei vari modi dello svuotamento del Senso. Ancora, ci si può rifiutare al libro e disperdere le scritture nei mille rivoli di pubblicazioni periodiche, cataloghi, performances, e così via, rendendo arduo farsi trovare. Così, ad esempio, ha operato Corrado Costa, tanto che a lungo questo autore, sebbene fosse stato attivo nella zona della neoavanguardia italiana, è stato difficilmente recuperabile e classificabile, tenuto ai margini anche dalle più volenterose ricostruzioni di quella temperie, proprio per la difficoltà di reperimento. Di recente, finalmente, le edizioni di Argolibri hanno raccolto l’opera poetica di Costa in due corposi volumi, uno di Poesie infantili e giovanili e l’altro di Poesie edite e inedite, per l’attenta cura di Chiara Portesine. Si aggiunge, proprio negli ultimi mesi, dalle edizioni Roberto Piccolo e con l’introduzione di Giovanni Fontana, Immaginare Ravenna, un curioso lavoro verbovisivo. Che cosa succede? Che anche Corrado Costa sia diventato appariscente? Direi, al contrario, che siamo in grado di capire ancora meglio le sue “prove di sparizione”.

In una pagina autobiografica spesso citata – e ripresa anche in appendice a Immaginare Ravenna – c’è la suddivisione ironica tra i due fratelli, con lo stesso nome e la stessa data di nascita, che sono uno avvocato e l’altro poeta. Ma potremmo anche affermare che i fratelli poeti sono di più e che c’è mancato poco (solo una manciata di eteronimi) a che il Costa diventasse il nostro Pessoa. Uno sguardo ai due volumi di poesie lo potrà confermare facilmente: nell’apprendistato c’è un poeta giocoso scolastico, a ruota interviene un poeta ermetico con i suoi bravi debiti verso la tradizione e il suo sguardo sui simbolismi naturali («Una nube inchiodata sul comignolo / si dissolve. Un portone guarda il cielo / con occhi di mendico sofferente»), ma ben presto su di esso si installa un poeta neorealista che incide nel paesaggio la durezza della lotta partigiana («Scavano in alto, sulla vetta, in tanti / la roccia. Fan la postazione»).

 

Dopo la guerra, questa vena civile prosegue nella poesia dell’indignazione contro tutte le repressioni, le emarginazioni e le violenze che emerge nello Pseudobaudelaire (si può dire la prima raccolta edita di Costa, del 1964), con un costante rifiuto della classe dominante e della cerimonialità, ma non senza infierire del pari sul linguaggio, con distorsioni e diffrazioni che marcano un netto divario rispetto alla coeva poesia impegnata. Basta vedere quel piccolo capolavoro che sono I due passanti (un testo che non solo ho commentato qui, ma che ho anche registrato in lettura a voce). I due passanti sono uno identico all’altro (“quello distinto” e “quello distinto”) e questo può sottintendere il progresso dell’omologazione, però a un certo punto si apre una differenza abissale in termini di potere («uno che tortura e l’altro senza speranza»), a mostrare come la persecuzione si annidi sotto l’apparente simmetria dei rapporti sociali.

Negli anni Sessanta e con l’impulso dato alla sperimentazione dal Gruppo 63, si apre la stagione del “parasurrealismo” e un Costa teorico prende parte alla rivista “Malebolge”, in particolare con un intervento su Poesia e utopia che si schiera contro la regressione e il conformismo cultural-poetico, senza promulgare certezze e radiosi domani come una certa ideologia di sinistra dell’epoca («Non si tratta di annunciare nessun regno futuro né di credere che si viva a una svolta decisiva della storia»), ma insistendo a «ribellarsi nei confronti di coloro che rinunciano a ribellarsi». Il surrealismo che viene recuperato è alieno dalle buone maniere, più côté Artaud che Breton. E compare nella rivista anche un ben ferrato Costa critico che non esita ad attaccare Pasolini, l’auleta esibizionista, proprio per via dell’eccessivo ingombro autobiografico di «una elaborazione poetica che non si sottrae alla psicologia del poeta».

 

Al parasurrealismo corrispondono soprattutto alcune prove a metà strada tra verso e prosa, dove il flusso associativo si appoggia su un ritmo lungo. Ad esempio un testo come Ripetibile, del 1967, con dedica a Emilio Villa (qui la prima sezione):

 

a pezzi che si staccano toglie il ventre di bocca in disordine a metà con risa con i denti toglie il vestito di sopra presa a rovescio dalla paura coricata a metà toglie il ventre di tasca in piedi fino al petto di notte fra le gambe toglie il sonno di dosso ancora caldo bollen­te in aria con i fiori che sono rotti e taglienti con le risa a rovescio a pezzi che si staccano toglie gli occhi di dosso con le forbici

 

O anche, nello stesso anno, prove per una messa in italiano. Più in generale è diffuso nell’opera dell’autore un trattamento inventivo delle immagini e dei loro rapporti.

Ma poi c’è lo humour. Come mi è capitato di dire nel corso di una recensione precedente, «il comico di Costa è del tipo impassibile e assurdo». Si è parlato di un Costa patafisico, personalmente direi piuttosto “concettuale”. In questo, forse il momento topico è da rintracciare nella raccolta

Le nostre posizioni (1972). È il Costa del gioco verbale, come ne L’ago di Ginevra oppure nelle forme di scambio tra le frasi tipiche di due parole simili (per dire: tra “fiume” e “fumo”, qui il “fiume della pentola” e là i “ponti sui fumi”). Il Costa dall’ironia imperturbabile vedi in The complete films (1983) il film della Vita di Lenin che la segue passo passo, rigorosamente, senza tagliare nulla:

 

Rispettati i silenzi. I lapsus.

Il film dura 54 anni.

Si dovrebbe almeno

rivederlo due volte.

 

Ma soprattutto è indimenticabile la performance in audio di Retro, con l’avviso reiterato di errore ai malcapitati fruitori finiti nel «retro della poesia», luogo per eccellenza delle operazioni dell’avanguardia.

Ma non è mica finita: vi è poi il Costa grafico, dalla penna pungente, e quello verbovisivo come appunto in Immaginare Ravenna.

E ho tenute per ultime le vere e proprie “prove di sparizione”: il Costa della cancellazione. Non solo l’assenza, non solo la descrizione di ciò che manca e non di quello che c’è, non solo la ripresa del mito di Ulisse (nessuno e zero), ma proprio il tratto di penna che cancella la parola e addirittura, in Una poesia (“Tam Tam”, 1977), le parole abolite sono: «come si cancella la / parola cancellare», quindi cancellazione alla seconda e alla terza potenza.

Insomma, la battuta di Sanguineti “oggi il mio stile è non avere stile” è ancor più vera per Costa.

Sanguineti è spesso riconoscibile, Costa mica tanto. Il che significa che non si può imitarlo. In compenso, però, si può imparare molto dal suo agire “invisibile” per incursioni sottrattive nel mondo in cui prosperano ancora a frotte gli appariscenti, gli “auleti esibizionisti”.