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Pe la Critica

LAMBERTO PIGNOTTI, 

LA POESIA VISUALE DA UN’ALTRE GALASSIA

di Giorgio Moio
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Lamberto Pignotti è uno dei padri riconosciuti della poesia visuale con una produzione che ‒ almeno quella editoriale ‒ ha inizio negli anni cinquanta del secolo scorso ed è ricchissima di poesia lineare, saggistica e narrativa, con pubblicazioni presso alcuni dei più grossi editori italiani (Mondadori, Lerici, Einaudi, Marsilio, Guaraldi, Sampietro, Guida, Laterza, Manni, etc.). Possiamo anche dire ‒ senza il rischio di essere smentiti ‒ che Pignotti è un giovane poeta irrefrenabile ‒ sì, un giovane poeta verbovisuale inarrestabile! ‒ più giovane dei giovani attuali, nonostante i suoi 96 anni (li compirà ad aprile). Non ne vuole proprio sapere di andare in pensione. E fa bene, molto bene, continuando ad arricchire tutti noi addetti ai lavori e amanti della poesia di alto valore, nonché la cultura del nostro tempo ‒ ancora una volta ‒ con la sua presenza ora in qualche mostra (Tre outsider a Roma, Palazzo Merulana, 2022) o curandola (La poesia visiva come arte plurisensoriale L’OLFATTO, Fondazione Berardelli, 2021); ora concedendo un’intervista (quella per la TV del Sindacato FUIS, rilasciata a Desirée Massaroni il 12 novembre 2021, principalmente sui fatti del “Gruppo 70”); ora pubblicando un volume (Dissonanze, Milella, 2021).

Questo breve scritto vuol essere, oltre che un omaggio e una riconoscenza per il grandioso bagaglio critico-creativo che ci ha dato e che ci dà questo grande poeta, che ha dedicato alla poesia e al suo insegnamento una intera esistenza sin dai primi anni ʼ50 (è appunto del 1954 l’uscita del suo primo volume, Odissea), una sorta di introduzione ai testi qui presentati, estrapolati dal volume Da un’altra galassia, pubblicato nel 2022 con l’editore Bertoni, nella collana di poesia verbovisuale “Contrappunti”, a cura di chi scrive.

Nato a Firenze nel 1926, dove ha vissuto fino al 1968 per poi trasferirsi definitivamente a Roma, nei primi anni sessanta con Eugenio Miccini (un altro poeta che ha lasciato il segno nel panorama culturale italiano e della poesia visuale, di recente scomparso) e altri poeti musicisti e pittori, dà vita a quella che fu chiamata “poesia tecnologica” e al “Gruppo 70”, con cui questo tipo di poesia conobbe la sua massima espressione. Partecipò nel contempo anche alla nascita del “Gruppo 63”, cioè della neoavanguardia italiana, movimento letterario costituitosi a Palermo e capeggiato da Luciano Anceschi.

Senza dubbio Pignotti è il capofila di questa corrente poetica «che va alla ricerca del nuovo» (Paolo Guzzi, introd. al cat. della mostra “Playgraphies”, 1998), con metodo critico, lungo la direttrice che va dal Futurismo al “Gruppo 63”, arrivando fino ai giorni nostri. «Si tratta di portare al limite la ricerca di una “poiesis” come “fare” poetico, come invenzione e azione sul mondo, da un lato; ma dall’altro si fa luce la coscienza dell’inadeguatezza del linguaggio codificato nei confronti dell’esperienza vitale, la necessita di dilatare i codici oltre la parola, oltre il numero chiuso, insensibile, ma quantificabile, “di ciò che ha un nome”, di ciò di cui si può parlare. Avviene così che la scrittura visuale si orienti verso una interdisciplinarietà di metodi e di strutture in vista di una nuova poeticità, al limite, oltre lo spazio della pagina (Luciana Muller Profumo, 1980: Scrittura visuale a Genova, dal catalogo della mostra Scrittura Visuale a Genova, a cura di Anna Oberto, 1980). E in questo ambito si muove anche la poesia del Nostro, «con grande forza creatrice e polemica del nostro tempo» (Paolo Guzzi, cit.).

Si tratta, quella di Pignotti, di una poesia sinestetica (la sinestesia è una figura retorica di cui si è fatto larghissimo uso nella letteratura italiana, specie nell’Otto-Novecento, una sensazione attraverso un ambito sensoriale che non le è proprio e che può avvenire tra tutti e cinque i sensi della percezione, che coinvolge tutti i sensi), autoironica, alla Palazzeschi, un magnifico paradosso, che mescola il dato visivo col dato poetico, come tutta la poesia di ricerca e sperimentale, che è senza dubbio migliore del sottostare ai linguaggi ipnotici, il falso perbenismo di una società indifferente dove la poesia è destinata a morire. In egli possiamo parlare non più di “morte dell’arte”, come professava l’avanguardia, ma piuttosto la “rinascita dell’arte”. Ma qui vale come uso di tutti i linguaggi creativi e le sue applicazioni: scrittura, colore, tatto, voce, etc. Sinestetica, appunto. O come nel volume in questione, poesia lineare, visuale e prosa.

Nel suo repertorio editoriale ha anche una vasta produzione di poesie lineari, iniziate con Odissea, un ciclostile del 1954. La produzione creativa di Pignotti è notevole, annovera la poesia lineare ‒ appunto ‒, la critica, la narrativa, la videoart, i videoclip, la poesia sonora e fonetica, le curatele e soprattutto la poesia visuale, per quella definizione che va sotto la denominazione di poesia totale che si deve ad un altro grande poeta del secondo novecento, Adriano Spatola.

Per la sua realizzazione (come ci dice il critico d’arte Gillo Dorfles nella pref. al volume Lamberto Pignotti, Carucci, 1975), la poesia di Pignotti, scimmiottando sovente – come del resto i suoi sodali – la pubblicità e la pochezza dei quotidiani, si avvale «di relitti grafici, di brandelli d'immagini tolte dai quotidiani [e dalle riviste patinate con iconografie di modelle o comunque di bellissimi volti femminili], di fotografie invecchiate dagli anni, di francobolli e “associa” queste valenze iconiche con altre di tipo verbale che possono essere parole già stampate, manifesti pubblicitari, fumetti, esclamazione o parole scritte a mano sovrapposte alle altre e che, immediatamente permettono una re-semantizzazione di quelle immagini ormai fruste e di scarsa efficacia». Che è poi l’intento della poesia visuale, specie quando il testo lineare, le parole, perdono la loro valenza propulsiva e allora ecco che il poeta le abbina alle immagini e, perché no? ai colori, ai materiali più vari, per una “spinta in avanti”.

Tornando al volume Da un’altra galassia, esso si accorpa di parole da vedere, immagini da leggere (come l’autore intitola una sua nota introduttiva) dispiegate su 78 pagine, suddivise in tre sezioni: La magnifica decomposizione (di cosiddette poesie lineari), Semiografie (poesia visuale) e Vicevicende (brevi scritti in prosa). Le poesie lineari (presentate in prima persona, ma con un io raziocinante e critico, non celebrativo) possiamo definirle un accumulo di parole deliranti e contraddittorie di vicende di vita quotidiana, di cronaca quotidiana, al limite di una catastrofe umana e sociale annunciate da tempo (storie difficili da digerire), una narrazione del desiderio di una vita nuova, tra i ricordi di una memoria esausta nel ricordare le sofferenze, le frustrazioni, le privazioni (me lo ricordo bene / quei giorni, erano proprio inaccettabili, / per meglio comprendere, / che nella prospettiva dei permessi e prescrizioni necessarie, / il rinvio ormai era divenuto cronico, p. 23) e una società confusionaria e illusoria, al limite dell’ipnotismo, della distopia

 

[…]

ho capito di avere la necessità di usufruire

degli strumenti che lo stato mette a disposizione

se non riusciamo più a trovare lavoro,

e scopro di avere diritto all’assegno di disoccupazione,

ma la tua lingua sarà impedita dalla sere, e il corpo dal sonno e fame,

prima che tu con parole dimostri a un impiegato

che ripaga le mie cento telefonate informandomi

che per ottenerlo devo rivolgermi a un centro di assistenza per la pratica,

ma non uno qualunque, uno specifico approvato,

dove ovviamente prima devo fare e pagare l’iscrizione

[…]

(Il fondo nuovi nati, p. 27).

 

Le parole hanno sempre un quid di ribellione in sé e in Pignotti partono dall’inconscio, da un processo artistico in progress e senz’altro si possono definire “scritture oltre l’alfabeto”, in particolar modo quando veste i panni del poeta visuale. Scritture come quadri che variano su più piani interpretativi senza mai raggiungere il “significato”, e quando lo raggiunge si tratta di una variante che proviene ‒ appunto ‒ dall’inconscio, come facevano i surrealisti: «L’inconscio è il mare dell’interdetto, del non dicibile, dell’espulso fuori dai confini del linguaggio, del rimosso, in seguito ad antiche proibizioni, l’inconscio parla attraverso parole prestate, simboli rubati, contrabbandi linguistici, finché l’arte non riscatta questi territori e li annette. La linea di forza dell’arte in corso è nella sua coscienza di dare senso a tutto ciò che nell’inconscio sociale e individuale è rimasto non detto: questa è la sfida che continuamente essa rilancia» (Pignotti, Parole da vedere, immagini da leggere, p. 5). Insomma, sperimentare accostamenti di parole come fa Pignotti in questo volume.

La poesia visuale che Pignotti qui ci presenta, si può definire sotto il motto “non solo collage”, «collocandosi potenzialmente in un’orbita plurisensoriale e allegorica» (ivi, p. 7), affidandosi a rebus e cruciverba, con segni e scritture amanuensi provenienti anche da linguaggi antichi o da altre culture, ad esempio gli ideogrammi, imprimessi sulla pagina attraverso rappresentazioni di “momenti fulminei”, per cui l’immaginazione e il sostrato dell’autore si materializzano per emblemi, in piccole storie quotidiane frante e a volte senza un senso compiuto, semplici come se sospinte dalla mano di un enigmista.

Anche la sezione, diciamo così, in prosa, attraverso rappresentazioni di “momenti fulminei” di brevi storie quotidiane (in questo caso presentateci in terza persona), storie di un personaggio non bene identificato ma che potremmo essere tutti noi: gli scenari sono di vita quotidiana, immersi nella società che stiamo vivendo o, forse, sarebbe più giusto dire, sopravvivendo; storie al limite della futilità, ma che racchiudono tutti i difetti, le speranze, i tormenti, gli amori perduti e conquistati, l’inganno del presente e le preoccupazione per il futuro tra protagonismi e antagonismi, le ambizioni di sempre.

In conclusione vorrei terminare, cercando di spiegare il valore delle parole, «i segni, i nomi, le figure, i verbi, le azioni, i soggetti, i predicati, le analogie, le contrapposizioni, le strutture, le successioni, le articolazioni, le permutazioni, le trasformazioni, le combinazioni delle possibili mosse dei pezzi sulla scacchiera del gioco linguistico» (ivi, p. 5) che concorrono e si concatenano nella struttura poematica di Pignotti e di un qualsiasi testo poetico sperimentale, citando dall’introduzione di Pignotti: «Il procedimento della poesia e dell’arte, dice Gombrich, è analogo a quello del gioco di parole; è il piacere infantile del gioco combinatorio che spinge il pittore a sperimentale disposizioni di linee e colori e il poeta a sperimentale accostamenti di parole; a un certo punto scatta il dispositivo per cui una delle combinazioni ottenute seguendo il loro meccanismo autonomo, indipendentemente da ogni ricerca di significato o di effetto su un altro piano, si carica di un significato inatteso o di un effetto imprevisto, cui la coscienza non sarebbe arrivata intenzionalmente: un significato inconscio, o almeno la premonizione di un significato inconscio. Da molteplici accostamenti, da imprevisti giochi combinatori, scavalcando le barriere dei generi e interdizioni, dalla consapevolezza di non poter più fare assegnamento sulle parole ma anche dalla differenza di potersi fidare delle immagini, vanno delineandosi all’orizzonte dell’arte parole da vedere e immagini da leggere: globalmente, simultaneamente, giocando in tutti i sensi» (ivi, p. 6), rifiutando la compassione e l’autocompassione. E che male c’è se il poeta gioca con esse fidandosi come un bambino, ma con la curiosità di chi non se la beve? D’altronde, come afferma Palazzechi in Chi sono, alla ricerca di un’identità, il poeta interroga la realtà, i suoi lati oscuri e palesi, con ironia, gioco e dolore, ma senza trovarvi mai una risposta definitiva: «Son forse un poeta? / No, certo. / Non scrive che una parola, ben strana, / la penna dell’anima mia: / “follia”. / Son dunque un pittore? / Neanche. / Non ha che un colore / la tavolozza dell’anima mia: / “malinconia”. / Un musico, allora? / Nemmeno. / Non c’è che una nota / nella tastiera dell’anima mia: / “nostalgia”. / Son dunque... che cosa? / Io metto una lente / davanti al mio cuore / per farlo vedere alla gente. / Chi sono? / Il saltimbanco dell’anima mia» (da Poemi, Firenze, 1909). Ed ecco che il gioco diventa strazio, febbre, furore, sovraccarico di fallimenti, in quanto ‒ come afferma Stefano Lanuzza in Lo sparviero sul pugno. Guida ai poeti italiani degli anni ottanta (Spirali, 1997) ‒, «La poesia non è mai lingua convenzionale» ma un viaggio alla ricerca di novità sull’orlo di un abisso.

 

* * *

 

Quei giacigli sui marciapiedi

 

Qualcosa di inquietante, inavvertitamente, soave e terribile,

di insolito e quieto, una vista che toglie il fiato

sulla magnifica decomposizione

senza perdere in morbidezza

come una gigantesca pattumiera

ma con una indifferenza dosata,

voltandosi dall’altra parte al punto giusto,

un fare spazioso, il gesto sicuro e distratto,

e quei giacigli sui marciapiedi, e quei rimasugli di cibo,

con una magica certezza, incubo arioso e agghiacciante,

a costruirvi intorno un’apparenza dai riflessi storditi di significati

e supposizioni, e invece bivacchi di senza fissa dimora

sdraiati come se vivere fosse impegnarsi in una intollerabile,

angosciosa, opprimente gara,

verso la invisibile e perfida poesia di un fallimento,

ma intanto, di una catastrofe,

di una paura per cui si evita di passare di lì, si tratta,

in una paralizzante solitudine disperata,

la solitudine assoluta e senza tregua,

dove se ne sono veduti in gran numero morire rasoterra.

 

 

 

Dell’ingorgo dopo la tempesta

 

L’immagine viene fuori da sola

all’oscuro di tutto come per fare apparire

nell’immane e grigia pozzanghera, salamandre,

o invece uomini e donne  indistinti

e dietro di loro, su quello sfondo,

avanza con passo ubriaco,

misteriosa, esotica, distaccata, fragile,

la fiumana e sbarella irrorando svincoli e sottopassi

quasi a completare dell’ingorgo dopo la tempesta

la forma squisita, la felice scioltezza,

quella libertà intensa e lievemente apocalittica,

quella liquida iraconda paralisi del traffico

con rumori in sordina come il tiepido mormorio

di quella moltitudine ripresa di spalle,

di quella sorta di corale meraviglia,

di quella rabbiosa rassegnazione,

ora che sta succedendo qualcosa,

come a essere gettati a braccia legate

in quella schiuma fangosa.

 

Il protagonista o l’antagonista?

 

Forse non ero stato io, forse avevo bisogno di fare una pausa, forse ero lontano dal mio corpo che avevo fatto a pezzi, e che ora sentivo in tutti i suoi elementi dislocati nello spazio. Metti anche il distacco e l’impossibilità di fare rivivere sensazioni e sentimenti.

«Devo andarmene», dissi.

Anche in altri giorni avevo detto basta e non avevo più…

«Fai bene, tutti dovrebbero andarsene…».

Tutto sottosopra, oppure era il contrario, quando i contorni affioravano, quando infine scomparivano, voluttuosamente rinviando il più possibile, infine muovendomi e favolosamente intersecando una spuria storia di forme, dal momento che la mia non era una malattia naturale, e con l’inverno infatti, o era primavera, all’improvviso sentii che quello era il modo leggendario con cui avrei potuto incominciare, domenica notte, la giornata.

Ma io chi ero? Il protagonista o l’antagonista?

 

Lo specchio

 

Pronta a credere a tutto purché inquietante, o semplicemente fantastico, abbassa gli occhi e poi li alza sulla stanza e, prima ancora di andarsi a guardare allo specchio, per cambiare, lei si dice, anche nelle dimensioni interne, l’avventura è dappertutto, muove la mano per sbadigliare.

Ma nessuno come al solito arriva, nonostante che non ci siano ostacoli da superare: per arrivare poi da dove?

Immagina che gli eventi siano da un’altra parte, a distanze ravvicinate, ma anche maggiori. Si sente banalmente stanca per cui ritiene opportuno aggiungere a quella stanchezza dettagli di gusto personale.

Sostando nella stanza avverte che l’immagine nello specchio diventa altissima estendendosi anche a notevole profondità, e c’è un profumo di larghi spazi; così le si presenta davanti un orizzonte dove potersi veramente perdere.

Uscendo di casa nessuno si volta, nessuno l’ha vista, nessuno l’ha mai vista.

 

 

 

Le malattie

 

Ora si attarda a ricordare quella sera, dopo una cena, con lo sguardo lasciato andare per la città che ancora lo stupisce per i suoi miraggi, quando lei d’improvviso lo prese sottobraccio, e cose strane e insolite subentrarono, evidentemente quanto bastava a contrastare il presente fin lì prevedibile. Quella particolare storia, guardandola ora da vicino, poco o nulla ha di certe cose, o di altre cose ancora che incessantemente sono nello stato in luogo, cose tranquille insomma, che altre volte abbiamo chiamate, le cose che ancora chiameremo.

Lei gli disse da dove veniva, gli parlò della sua famiglia, del suo lavoro, e accennò anche alle sue malattie, distogliendo però lo sguardo da lui.

«Oh», disse, ma non capiva bene, mentre anche lui andava elencando le proprie. Già, le malattie non vi è chi non sappia quali esse siano, e non vi è quindi nemmeno da elencarle, dalle prime alle ultime, essendo esse molto intrecciate, né d’altra parte vale darsi da fare per organizzare le malattie in modo analogo a quello dei vasi comunicanti.

Non si può escludere d’altronde che la storia, in altre sere, in altre città, possa continuare.