Libri & Libri

di Valerio Calzolaio

NULLA TI CANCELLA

Michel Bussi, Traduzione di Alberto Bracci Testasecca, Noir, Edizioni e/o Roma, 2022 (orig. 2021, Rien ne t’efface), Pag. 459 euro 16,50

 

21 giugno 2010. Saint-Jean-de-Luz, costa basca, Pirenei Atlantici. La 40enne Maddi Libéri è un medico generico, una donna razionale, ferocemente indipendente, visceralmente libera, bionda benestante, per scelta una madre single. Vive con il biondo figlio, proprio quel giorno Esteban compirà dieci anni. Prima che lei cominci a visitare i pazienti e che lui vada a scuola, ancora una volta corrono in spiaggia a farsi un bagno. Quella mattina il mare sembra troppo mosso, come nelle altre occasioni intanto che lei si riavvia a preparare la colazione, lui riceve un euro per prendere la baguette. Ma Esteban non arriva a casa, già dopo mezz’ora Maddi inizia a cercarlo, per strada, fra le onde, in mezzo a chi sta sulla sabbia, al forno, poi da polizia, pompieri, soccorso marittimo, almeno venti persone scrutano tracce. Non se ne saprà più nulla. Un mese dopo le ricerche ufficiali vengono abbandonate, Maddi decide di andare lontano, apre uno studio a Étretat in Normandia, si rifà una vita. Dieci anni dopo né la moneta né Esteban sono stati più ritrovati, nonostante lei non abbia mai perso la speranza, convinta che sia stato rapito. Il 21 giugno 2020 Maddi torna in vacanza (quasi in pellegrinaggio) sulla stessa spiaggia, con Gabriel, ammalianti occhi scuri, capelli bruni, l’unico ad aver accettato tutto il suo dolore, i cambi d’amore, le lacrime, le paure, l’isolamento. Appare un bambino che sembra proprio identico a Esteban, stesso costume, stessa postura, sempre circa dieci anni, si chiama Tom. Che sta accadendo? Coincidenza? Sosia? Reincarnazione? Trappola? Casting? Allucinazione? La 50enne Maddi decide di trasferirsi a Murol in Alvernia, paesino natio di Tom. Chissà perché, si è subito convinta che lui sia in pericolo e forse non ha torto. Comunque ci sono un mistero e nuovi turbinanti guai e omicidi da affrontare.

Il magnifico scrittore Michel Bussi (Louviers, 1965), professore universitario di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese, ha pubblicato dal 2006 quindici divertenti corpose avventure, tutte senza protagonisti seriali, ambientate in originali ecosistemi biodiversi, non solo della sua regione, appartenenti al genere policier o noir (oltre recentemente a una trilogia per ragazzi di ogni età). Le trame sono rocambolesche, scientificamente e modernamente elaborate. La narrazione alterna la prima della protagonista alla terza varia su vari personaggi, qui con meno efficacia del solito. L’autore ha spiegato che gli piace “portare il lettore sull’orlo del precipizio, mollarlo e riacchiapparlo all’ultimo momento”. Questa volta gli riesce meno bene, c’è poco di indimenticabile. Le quattro parti seguono l’unalome, il ciclo delle reincarnazioni delle anime: infantile, bambina, giovane, matura. Anche la relativa fontana avrà un ruolo, tanto più che nella vita reale s’incontrano e scontrano anime infantili e anime mature, e gli opposti possono anche intendersi alla grande. Tre prove irrefutabili dimostrano una reincarnazione: le voglie sul corpo, la xenoglossia, le fobie: scopriamo qualcosa sull’apifobia in particolare. Segnalo la diffusa presenza mondiale di Baby Hatches a pag. 194-95, in ogni regione le si chiama come si vuole (almeno dieci nomi diversi anche in Italia, cento significati, mille aneddoti). Si conferma che i vini vulcanici sono ottimi per svariati abbinamenti (per poi abbandonarsi ai liquori montani). Hegoak è l’inno basco, Esteban e Tom hanno in comune anche la predisposizione per la lira-chitarra.

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LA MARCIA SU ROMA. 1922. MUSSOLINI, IL BLUFF, IL MITO
Claudio Fracassi, Storia, Mursia Milano, 2021, Pag. 413, euro 19 

Italia. Prima e durante il 1922, un secolo fa. Il 31 ottobre 1922 il re Vittorio Emanuele III chiamò a presiedere il governo Benito Mussolini, giovane e apparentemente energico parlamentare di Milano, che guidava un piccolo partito di 35 deputati (su 535 della Camera). Pochi giorni prima si era svolto un raduno nella capitale italiana di molte migliaia di militanti fascisti (alcuni armati), definito solennemente dai suoi promotori “Marcia su Roma”. Stava iniziando il ventennio della dittatura fascista. Nel corso del tempo menzogne e inesattezze storiche hanno fatto sedimentare un diffuso senso comune su quel raduno precario e dilettantesco che ha preso il posto della realtà. Vale allora la pena esplorare a fondo cosa successe in quei giorni attraverso i drammi, le violenze, gli intrighi e gli innegabili aspetti farseschi. Trentanove milioni di italiani vissero da lontano e probabilmente con curiosità quell’ennesima crisi di governo e la sua conclusione mussoliniana, constatando un’ampia e soddisfatta approvazione di Sua Maestà da parte di pressoché tutta la classe dirigente economica e culturale e della stampa più influente. Parte di loro assistettero, in alcune località del centro-nord, al passaggio o alla partenza di gruppi di squadristi armati, che improvvisavano comizi o cercavano addirittura, non sempre con successo, di occupare temporaneamente le sedi istituzionali locali. Pochi ebbero davvero motivo per rendersi che non si trattava soltanto dell’imprevisto ma rassicurante lieto fine di un’ulteriore turbolenza politica. La vicenda costituzionale italiana stava per subire una cesura, nasceva un regime violento e oppressivo. Teniamo precisamente e sommamente a monito le premesse e gli eventi, evitiamo le trasfigurazioni della menzogna in mito e della politica in spettacolo.
Il giornalista e scrittore italiano Claudio Fracassi (Milano, 1940), già direttore del quotidiano “Paese Sera” e del settimanale “Avvenimenti”, ripercorre con meticolosa documentata attenzione un passaggio cruciale della storia italiana, ciò che accadde e ciò che non accadde, mettendo in esergo proprio una chiarificatrice frase di Oscar Wilde: “fornire una descrizione accurata di ciò che non è mai accaduto non è soltanto il compito che spetta allo storico ma il privilegio inalienabile di ogni uomo di cultura”. La narrazione prende avvio dal 1919, articolandosi in ventidue capitoli prima del (triste) epilogo, con un procedere cronologico: tante informazioni sul contesto economico-sociale; comunicati e note ufficiali; citazioni di diari, discorsi, giornali, telefonate intercettate; ricostruzioni e testimonianze dell’epoca; retroscena e ulteriori riferimenti di testi storici. Vi sono poi due ricchissime appendici di documenti e di note. Pochi compresero davvero cosa stava accadendo. O fecero finta (per interesse) di non intenderlo. In tutta la classe dirigente europea (e innanzitutto italiana) si stentò a lungo a esaminare e a capire la prassi e l’ideologia fasciste: l’uso della violenza teorizzato e sistematico da una parte, il legame organico (non solo propagandistico) con la borghesia del denaro e degli affari dall’altra. Anche la sinistra politica italiana (con poche eccezioni) visse la “Marcia” come una bega rumorosa e deplorevole del mondo padronale, limitandosi alla sgradevole impressione dell’intrigo e dell’impotenza. Si videro solo poi le dimensioni epocali dell’incarico a Mussolini, prologo alla dittatura e, più tardi, alla guerra. Bene: facciamoci mente locale, sono trascorsi appena cento anni. 

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DI VIAGGI E DI SOGNI. DONNA DI PORTO PIM. NOTTURNO INDIANO.
Antonio Tabucchi, Due romanzi, Sellerio Palermo, 2022 (1° ed. 1983 e 1984), Pag. 244, euro 10 

Isole Azzorre, estate 1982. Né racconto di viaggio, né pura finzione. Piuttosto paesaggi impressioni testimonianze storicamente vissuti in terza persona e usati per “una metaforica circumnavigazione attorno a me stesso”, a partire dalla precarietà colta dell’insularità che necessariamente sviluppa un’arte della sopravvivenza. India, decenni fa. Il narratore in prima persona cerca il vecchio amico Xavier in uno squallido bordello, in un ospedale sovraffollato, altrove, senza eccessivo impegno, conversando spesso acutamente con poetica paura. “Di viaggi e di sogni” raccoglie due testi famosi a loro tempo, eppure dovrebbe esserci sempre voglia e modo per rileggere il grandissimo Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 – Lisbona, 2012). Qui gli scritti sono introdotti da famosi autori, giornalisti (soprattutto) e colleghi, il primo (tradotto da Vincenzo Barca) dal portoghese António Mega Ferreira (1949), il secondo dall’inglese Tim Parks (1954), naturalizzato italiano. Tutto molto serio e allegro.

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UNA PICCOLA QUESTIONE DI CUORE

Alessandro Robecchi, Noir, Sellerio Palermo, 2022, Pag. 372 euro 15

 

Milano. Giugno 2022. Da Oscar Falcone e Agatina Cirrielli alla Sistemi Integrati (agenzia investigativa non ufficiale) arriva il 22enne Stefano Dessì, con i nervi a pezzi. Chiamano anche il mitico Carlo Monterossi (che ha sempre bisogno di veder vivere le vite degli altri) e il ragazzino spiega che dovrebbero ritrovargli la 39enne Ana Petrescu, la sua donna di origine rumena, italiana da sempre (nel 2000, da giovanissima, si era sposata e aveva ottenuto il passaporto, per poi divorziare quasi subito). Si tratta di una piccola questione di cuore: si amano ma lei è dovuta scomparire (dal 4 giugno, pochi giorni prima), probabilmente per chiudere l’esistenza di prima e per paura di qualcosa che poteva ostacolare i propositi di vita definitivamente in comune. La foto mostra una donna alta e splendida, capelli neri e occhi intelligenti. Lui vive da solo, è ricco e autonomo, studia e si diverte; il padre Michele è un potente avvocato e lavora perlopiù a Roma, lo mantiene alla grande; la madre ex modella è lontana, nessun problema economico. I tre amici sodali cominciano a indagare, ognuno a suo modo. C’è da evitare che se ne occupi la polizia e, del resto, nel frattempo, in Questura sono tutti affaccendati, fra gli altri Carella (a parte il quasi amore con una maestra) dietro a una storia di grande spaccio, Ghezzi (a parte il prossimo matrimonio del fido subalterno Sannucci) in soccorso di una moglie malmenata che non vuol fare denuncia. Ana la conoscono bene in tanti come Anna Carioti (cognome da sposata), padrona assente di tanti esercizi autonomi (negozio di unghie, istituto di bellezza, centro massaggi) intestati a una ultraottantenne. Su di lei si raccontano storie oscure di trucchi fantasiosi e affari, forse criminali. Comunque la rintracciano e vengono coinvolti in una vicenda dalla quale non sarà facile uscire innamorati e vivi.

Il giornalista (spesso argutamente radicale e satirico), autore televisivo (con Crozza dal 2007) e affermato scrittore Alessandro Robecchi (Milano, 1960) continua l’ottima serie metropolitana d’alta qualità, inventando ogni volta notevoli romanzi con differenti impasti culturali storici sociali, densi e appassionanti, emotivamente tesi e ben stesi, ormai sempre più ritmati con matura sapienza. Siamo alla nona avventura della divertente raffinata epopea monterossiana (2014-2022), giunta qualche mese fa anche in televisione (protagonista il bravo attore Fabrizio Bentivoglio): ogni romanzo costituisce una storia assestante, con accenti specifici sui vari personaggi, autonomi obiettivo letterario e ingegno artistico. La narrazione è in terza varia, allegramente tragicamente “noir”. Anche se l’ironico Monterossi e il ruvido Carella si odiano, le faccende dell’amore, dei piccoli amori e dei veri cuori (nel titolo) s’insinuano in tutti gli anfratti: una coppia adulta nel garage, forse pure e cieche nelle canzoni (non solo di Dylan), in frasi e gesti di un marito episodicamente (?) violento o della Rosa moglie di Ghezzi o dei futuri sposi, nei programmi televisivi della Grande Fabbrica della Merda (la Tivù Commerciale), incredibilmente fra Ana e Stefano. Insomma Carlo continua a rifletterci sopra, a valutarne tutti i tipi, pure quello svogliato, il tran-tran, l’amore non detto di chi si ama da decenni e non vuole nemmeno più pensarci, oppure certe passioni così intense da sembrare una malattia. E Bianca (non è amore fra loro, vero?) a luglio compirà 37 anni, l’orologio biologico ticchetta. Così, tutte le indagini a un certo punto s’incrociano, investigatori privati e pubblici devono collaborare per trovare un gioiello antico e ridurre il numero dei criminali attivi o almeno delle morti drammatiche. Un bianco siciliano può rimetterti al mondo, a fine serata il solito whisky per tutti. Qualche volta è Bianca a scegliere la musica, quella sera il Köln Concert di Keith Jarrett.

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I PRIMI PASSI. PERCHÉ LA POSIZIONE ERETTA È STATA LA CHIAVE DELL’EVOLUZIONE UMANA

Jeremy DeSilva, Traduzione di Luigi Maria Sponzilli, Scienza, HarperCollins, Milano, 2022 (orig. 2021), Pag. 395, euro 22,50

 

Il nostro pianeta. Da circa sette milioni di anni. Il nostro insolito e straordinario bipedalismo è alla base di molti dei tratti, unici e peculiari, che ci rendono esseri umani, i soli Homo sapiens. È stata la svolta cruciale della nostra evoluzione. Moltissimi animali assumono una posizione eretta per scrutare l’orizzonte o per assumere un’aria intimidatoria, ma gli umani sono i soli mammiferi che camminano sempre su due gambe, gli unici mammiferi bipedi sulla superficie della Terra. La classica rappresentazione dell’evoluzione progressiva e lineare dallo scimpanzé piegato sui quattro arti a noi sapiens con la testa bella alta è sbagliata. Le continue scoperte di nuovi fossili ci stanno rivelando come si è invece davvero sviluppata la capacità di camminare eretti un po’ ovunque, come ominini e gruppi del genere Homo si siano trovati a sopravvivere e riprodursi a (due) piedi. Il bipedalismo viene probabilmente prima rispetto all’ingrandirsi del cervello o alla cura neonatale o alla capacità migratoria intercontinentale o al linguaggio comunitario, tanto più che specie diverse hanno camminato in modo diverso con i due piedi, le loro ossa e le loro orme ce lo segnalano, risultando comunque perlopiù capaci nel lungo periodo di gestirne i conseguenti vantaggi (maturati lentamente) e svantaggi (come la minore velocità nella corsa, il parto più difficile e pericoloso, patologie quali ernie e scoliosi). I cambiamenti anatomici necessari a camminare dritti in modo efficiente hanno influito e influiscono anche sulla vita degli individui umani di oggi, dai primi passi che compiamo agli acciacchi e ai dolori che ci colpiscono invecchiando: “non è stato Homo sapiens a creare il bipedalismo, bensì il contrario” (Kagge, 2018).

Il giovane paleoantropologo americano Jeremy Jerry DeSilva (1976) è specializzato nella locomozione (tesi di dottorato sulla cruciale tibia) e ricostruisce ottimamente il bipedalismo come “caduta controllata”, nelle dinamiche posturali ed energetiche, discutendo continuamente lo stato attuale delle domande giuste da porsi e delle risposte più o meno confermate dai fatti conosciuti, le prime comunque più delle seconde. Nella storia del regno animale gli umani non sono stati i primi, bisogna scavare più profondamente nel passato, almeno fino all’epoca precedente ai dinosauri, capire quando e perché si è camminato e possano essere emersi vicoli ciechi dell’evoluzione, visto che gli antenati comuni a entrambe le linee evolutive di coccodrilli e alligatori o dinosauri e uccelli conoscevano pure l’andatura bipede. L’evoluzione si applica solo su strutture preesistenti. Non siamo prototipi creati da zero. Siamo scimmie antropomorfe modificate e, rispetto alla linea evolutiva degli uccelli, siamo bipedi da poco tempo. Poi bisogna tener conto della separazione fra ecosistemi (per esempio a causa del livello del mare) e delle migrazioni delle specie (in particolare di quelle che non solo volano né solo nuotano). La struttura in tre parti (come si è iniziato a camminare eretti, diventare un essere umano, camminare è vivere) e in quindici capitoli complessivi è cronologica rispetto alle scoperte dei fossili nell’ultimo cinquantennio (talora contraddittorie, talora dirompenti) più che rispetto all’evoluzione temporale (con qualche riferimento alla genetica). Ciò serve all’autore anche per ribadire che gran parte della storia umana deve ancora essere scritta. Vengono presi in considerazione tutti i più noti siti di grotte e reperti, DeSilva ha avuto spesso un ruolo di coprotagonista per il loro esame o riesame nell’ultimo ventennio. La locomozione eretta è strettamente collegata alla nostra evoluzione come specie sociale: senza linearità causali, il bipedalismo ha messo in moto molti eventi evolutivi, dall’uso manuale di attrezzi alla condivisione della cura dei figli, dalle reti commerciali al linguaggio. Al centro, un piccolo inserto di schemi e foto. Ricco apparato finale di note. Selettivo indice analitico.

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BLANCA E LE NIÑAS VIEJAS
Patrizia Rinaldi, Noir, Edizioni e/o Roma, 2022, Pag. 239 euro 17 

Napoli. Un inverno prima della pandemia (o dopo). La poliziotta poco più che 45enne Blanca Occhiuzzi è ipovedente, vede solo ombre. Lavora al Commissariato di Pozzuoli, il capo è Vincenzo Martusciello; con lui, col il benestante affascinante collega ispettore Liguori (suo fidanzato di fatto, più o meno segreto) e con l’agente scelto Giuseppe Carità s’intendono in quasi tutti i sensi, nonostante ovvie differenti modalità investigative, quella di Blanca instancabile e selvatica, capace di tradurre in parole sensazioni e sentimenti che nessuno capisce. Il primo pomeriggio del 18 febbraio arriva in commissariato l’amica Maria Aguilar: a Pozzuoli hanno ucciso le due donne con le quali ha per molto tempo condiviso la passione del tango, Carminia e Berenice, certo in là con gli anni, sempre appassitamente belle ed eleganti. Sta seguendo il caso il commissario di Pianura, il lento logorroico Bini, non è semplice inserirsi nelle indagini. I due corpi erano stati rinvenuti nella palestra di una periferica scuola malmessa, sgozzate e agghindate per una messinscena in un arco unico con le teste unite, scarpe da ballo in perfetta simmetria con i piedi, schiene incise. Il custode della scuola accenna a un bimbo che potrebbe aver visto qualcosa. Compare inoltre un Uomo Giovane argentino che vaga da settimane per le strade di Napoli alla ricerca di vendetta o poesia e che trova La Creola. C’è infine un possibile indiziato, il ricco possidente quasi cinquantenne Saverio Leopoldi Bignone, innamorato di Carminia, amante di entrambe. Forse tutto ruota attorno al tango milonguero, ad amori affetti odi gelosie interessi sesso che accompagnano la magnifica danza. Blanca chiede l’iscrizione alla scuola, si fida dell’ignoto, conosce il maestro Jorge e altri protagonisti, s’immerge negli otto passi della salida, pur se anche la parallela vaga angosciante pista del ragazzino può probabilmente portare lontano.

Il recente arrivo della serie televisiva di successo (con Maria Chiara Giannetta) è addirittura tardivo rispetto alla progressiva matura evoluzione della pastosa colta scrittura della filosofa, educatrice e scrittrice Patrizia Rinaldi (Napoli, 1960), in varie terze al passato e rara prima (iniziale e conclusiva) al presente. Siamo alla quinta ottima avventura della protagonista, la prima nel 2009, poi le altre senza fretta (2012, 2014, 2019). Blanca perse amata sorella maggiore e gran parte della vista in un incidente domestico quando aveva 13 anni, da tempo è madre adottiva dell’universitaria e conflittuale Ninì, oltre che padrona del cane Guaio pure recentemente adottato. Il titolo fa riferimento a quelle due “ragazze vecchie” uccise, uno scempio contro chi avrebbe voluto solo vivere un altro po’ in mezzo a persone che trovavano divertente e appagante intrattenersi con la loro vecchizia, per il tramite del tango, perfetto coprotagonista. Gli strumenti del principio sono pianoforte, flauto, violino; le figure non sono mai copia, tendono alla perfetta improvvisazione; la discriminante per la sala sono la caminada e il boleo, poi il diverso posizionamento di coppie e solitari, la mirada; le priorità risultano studio e merito più di età e censo. La conoscenza non può essere solo funzionale a ciò che si vuole dimostrare o al riscatto sociale che si intende raggiungere. Segnalo Nisida, isola carcere (minorile), mirabile nel paesaggio a pag. 39 e 128. Le leggiadre gambe danzanti sono in copertina, potrebbero illustrare anche varie canzoni di Paolo Conte. Ovviamente la vera e propria colonna sonora fa aleggiare di continuo musiche note di Astor Piazzolla e Carlos Gardel (del quale Blanca attende Perfidia), se non che la brava professoressa canta a mezza voce Bread and Roses, il pane e le rose.

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L’ERA DEGLI SCARTI. CRONACHE DAL WASTEOCENE, LA DISCARICA GLOBALE

 

Marco Armiero, Traduzione di Maria Lorenza Chiesara, Ecologia, Einaudi Torino, 2021 (orig. 2021), Pag. 123 euro 15

 

Pianeta Terra. Dopo il Neocene, o Neolitico che dir si voglia. Lo scarto non va considerato solo una cosa, ogni scarto allude a un insieme di relazioni socio-ecologiche tese a (ri)produrre esclusione e diseguaglianze. Certo, oggi i rifiuti sono un tema estremamente di moda, nella vita quotidiana come nella letteratura scientifica, dall’antropologia alla storia, dall’ecocriticismo alla sociologia, passando per l’economia, il diritto, le scienze politiche, la geografia, l’archeologia, il design, la filosofia e chi più ne ha ne metta. Gli scarti possono essere considerati la caratteristica planetaria della nuova epoca in cui viviamo che forse va definita proprio come Wasteocene (Scartocene, dall’inglese: scarto, rifiuto). Invece, l’ipotesi di una nuova era geologica chiamata Antropocene rischia di porre l’accento sull’immagine neutrale di una generica età degli umani (cieca nei confronti delle differenze sociali, storiche, di genere ed etniche) e di dare poco conto dell’impattante sistema economico e sociale protagonista sia delle specifiche attività umane contemporanee che delle wasting relationship, le relazioni di portata davvero planetaria che producono ovunque luoghi, comunità e persone di scarto. Dentro l’attuale lunga secolare fase, othering, ovvero la produzione coloniale dell’altro, e saming, ovvero l’invenzione retorica del “noi”, sono due facce della stessa medaglia. Molte riflessioni sono ineccepibili, il focus resta consapevolmente abbastanza antropocentrico, l’obiettivo esplicito è stimolare un’alleanza di liberazione multispecie attraverso commoning relationship, collettivi che producono benessere per mezzo della cura e dell’inclusione.

L’ottimo studioso e docente di storia ambientale Marco Armiero (Napoli, 1966) da anni partecipa, con grande rigore scientifico e passione militante, a ricerche negli Stati Uniti e in Europa sull’ecologia, la giustizia sociale e ambientale, i cambiamenti climatici, risultando certamente fra i protagonisti del miglior dibattito accademico e culturale sull’attuale crisi socio-ecologica. All’interno del progetto Occupy Climate Change ha pubblicato in inglese questo bel testo di efficace descrizione della realtà, subito utilmente tradotto anche per i lettori del suo paese, il nostro. Il primo capitolo ripercorre le vicende del discorso sull’Antropocene, propone il Wasteocene come inquadramento alternativo (da cui il titolo) ed esplora le narrazioni fantascientifiche multimediali sullo Scartocene e il modo in cui questi immaginari configurano le nostre idee riguardo all’apocalisse dei rifiuti. Il secondo capitolo illustra la parzialità delle narrazioni dominanti che “scartano” anche le storie di tossicità (cancellando e addomesticando memorie, colpevolizzando le vittime e naturalizzando l’ingiustizia) e rivolge l’attenzione ad alcune specifiche manifestazioni delle wasting relationship negli Stati Uniti, in Brasile e in Ghana. Il terzo capitolo utilizza Napoli come laboratorio, esplorando al microscopio il fenomeno globale nelle vicende della città (le epidemie di colera, il “male oscuro” dei Settanta e la successiva crisi dei rifiuti). Il quarto capitolo evidenzia le forze che stanno provando a sabotare quelle wasting relationship, sperimentando nuove relazioni socio-ecologiche, pratiche collettive che generano al tempo stesso beni comuni e comunità. Ricchi e puntuali i riferimenti bibliografici finali. Al di là della discutibile ipotesi terminologica (come se il Neocene non fosse abbastanza associabile ad altre diseguaglianze e al lavoro soprattutto schiavistico; come se da secoli e decenni non fosse cruciale l’impatto globale delle attività umane, ingiuste e giuste; come se la ricerca critica dell’ipotesi maggiormente semplice e ampiamente consensuale fosse di per sé un difetto; come se un’era geologica fosse smantellabile), il volume offre un contributo molto utile, abbina interessanti ragionamenti teorici a importanti casi empirici, sottolinea giustamente intrinseche connessioni tra capitalismo e razzismo e aiuta a evidenziare ancora una volta la non neutralità della scienza e delle scienze, le conflittualità sociali interne a ogni periodizzazione geologica e storica e la necessità di non restare indifferenti e di impegnarsi scientificamente contro diseguaglianze, discriminazioni, sfruttamenti.

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NON SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA. LE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO AGLI OCCHI DI UN RAGAZZO
Giorgio Brizio, Scienza, Prefazione di Luigi Ciotti, Slow Food Editore, 2021, Pag. 377, euro 16,50 

Pianeta Terra. Qui e adesso. Giorgio Brizio è ora un ventenne che frequenta un corso di laurea in Scienze Internazionali dello sviluppo e della cooperazione. Negli ultimi anni a Torino ha fatto parte da protagonista di quel vasto movimento studentesco, colto e sovranazionale, impegnato a scuotere maturi e potenti sugli effetti spesso e diffusamente drammatici dei cambiamenti climatici antropici globali, insieme alla bella onda di Greta Thunberg e di Fridays4Future. Quasi un anno fa ha raccolto documentazione, proposte e riflessioni nel bel saggio “Non siamo tutti sulla stessa barca”. Si tratta di sette freschi accurati capitoli di dati e testimonianze: Il mare si alza, The wave, Il confine più letale del mondo (il Mediterraneo, sia per le migrazioni forzate sia per quelle un poco più libere), Non annegare, Ultime spiagge, Una barca che ci salvi tutti (presto, da cui il titolo). I diritti d’autore saranno devoluti a Mediterranea e ResQ, che salvano vite lungo rotte impervie.

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L’EDITORE PRESUNTUOSO

Sandro Ferri, Letteratura,Editoria, Edizioni e/o Roma, 2022, Pag. 253 euro 10

 

Roma e librerie di ogni dove. Soprattutto dagli anni ottanta. Nella storia dell’editoria, antica e recente, l’editore non è solo un tramite tra autori e lettori, ovvero un “tecnico” intermediario che raccoglie quanto viene prodotto da chi scrive e lo mette a disposizione dei potenziali acquirenti che eventualmente lo leggeranno, operando con editing, scelta delle copertine, stampa, distribuzione e pubblicità. L’editore può (e spesso, comunque, deve o vuole) imporre il proprio gusto, le proprie opzioni, la propria personalità. Secondo uno dei più importanti editori degli ultimi quaranta anni, l’editore è un tipo (forse presuntuoso, forse romantico) che legge o annusa dei manoscritti, vi applica sopra il proprio marchio e pretende (perlomeno spera) che vengano letti da individui paganti e appagati. Editori di questo tipo, capaci di mantenere un’originaria autonomia finanziaria e operativa, ce ne sono però sempre meno in giro, stanno progressivamente diminuendo, non solo in Italia, pur restando una parte ancora importante del mercato editoriale, I coniugi Ferri che fondarono le Edizioni e/o nel 1979 sono ancora uno di loro, certamente. Chi legge, per piacere o per dovere, farebbe sempre bene a domandarsi chi ci ha detto, ci dice e dirà cosa dovremmo leggere, ovvero come funziona una casa editrice, ammesso che l’attività della lettura continui poi a piacerci. Intanto constatiamo un aspetto importante: la mattanza degli editori-soggetto indipendenti rispetto agli editori-macchina e agli editori-algoritmo, meglio evitare tale ignoranza e rifletterci sopra. Anche quasi tutta la crescita nelle vendite dei libri negli ultimi due anni è passata attraverso l’e-commerce e Amazon purtroppo (con scarsi investimenti in autori esordienti o di paesi trascurati).

Sandro Ferri (New York, 1952) illustra le tendenze del sistema editoriale dell’ultimo mezzo secolo, usando sia fatti e incontri personali che ricostruzioni e giudizi sistematici, presentando il proprio testo come “un manuale per farvi largo nel torbido (ma anche divertente) mondo dell’editoria”. Si parla soprattutto di editoria per letteratura fiction, con frequenti riferimenti alla migliore produzione noir, rimarchiamolo subito (pur consapevoli della significativa preponderanza di mercato): l’autore ricorda che già da libraio (colto, impegnato, militante) la saggistica lo “annoiava sempre di più”, da cui anche un giudizio infastidito e generico sull’intera onnipresente “politica”. Il testo è strutturato didatticamente in una quindicina di brevi arguti capitoli sui vari argomenti: l’omicidio ovvero la mattanza di cui sopra, i colpevoli, il maledetto marketing, gli agenti letterari, gli editori-soggetto, la soddisfacente scelta dei libri per le Edizioni e/o a partire dall’Est, con la moglie Sandra Ozzola vent’anni nel gruppo dei gregari e mediani alla fine del secolo scorso, le fughe dal gruppo con Christa Wolf e Hrabal ed Elena Ferrante e Massimo Carlotto e Alice Sebold e Izzo e Muriel Barbery, i recenti due decenni di crescita e di viaggi con l’intelligente proiezione internazionale ad Ovest, il passaggio di consegne alla figlia Eva. Ogni capitolo di sagge opinioni (saggistica no fiction) si alterna con un capitolo di autobiografici fatti (biografia no fiction). Ottimo e abbondante, né diplomatico né presuntuoso: acquisiamo molti utili elementi ed informazioni sui prodotti editoriali e conosciamo più da vicino episodi e aneddoti relativi a scrittori e scrittrici che abbiamo letto e imparato ad amare. Commendevole.

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BAD BOY

Jim Thompson, Traduzione di Federica Angelini, Noir (biografia), HarperCollins Milano, 2020 (orig. 1953; prima edizione italiana, Einaudi 2001), Pag. 298 euro 15

 

Anadarko, Oklahoma, 27 settembre 1906. Vi nacque quel giorno il grandissimo mitico scrittore James Myers Jim Thompson, morto nel 1977 senza il pieno successo e la fama che meritava. Aveva pubblicato otto dei trenta romanzi complessivi (ispirati ad esperienze accadutegli, fra avventura e noir), quando nel 1953 (neppure 50enne) decise che già valeva la pena raccontare la vita vissuta, girovaga picaresca pittoresca quasi quanto la sua narrativa: l’avvincente “Bad Boy” ne è il notevole risultato letterario. Il padre di Thompson era stato sceriffo di Caddo County, si candidò per una carica statale nel 1906 ma fu sconfitto. Rinunciò all'incarico di sceriffo a causa di voci di appropriazione indebita e la famiglia si trasferì progressivamente in Texas, con ulteriori continui spostamenti e lavori (imprenditore, avvocato, contabile, rappresentante). Jim si mise timidamente alla ricerca di una propria autonomia (facchino, operaio, tuttofare, vigilante) in compagnia di rari amici e molto whisky.

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