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BERLINGUER 100

ENRICO BERLINGUER,

NOTE BIOGRAFICHE E POLITICHE

di Corrado Morgia

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Enrico Berlinguer, è nato a Sassari il 25 maggio del 1922, in una famiglia antifascista di tradizione repubblicana, democratica e socialista. Compie studi classici e si iscrive al partito comunista italiano nel 1943.

Tramite il padre Mario, importante uomo politico dell’epoca, conosce Benedetto Croce e Palmiro Togliatti e dopo una breve esperienza locale, in Sardegna, dove diventa anche anche segretario di sezione, nel 1944 entra nella segreteria nazionale del movimento giovanile comunista.

Eletto nel ’46 nel comitato centrale del partito e membro candidato della direzione, nel 1950 è portato alla segreteria della ricostituita Federazione Giovanile Comunista, incarico che ricopre fino al 1956.

Inizia così una vita politica intensissima che condurrà Berlinguer fino alla segreteria nazionale del Pci, una vita caratterizzata da incarichi sempre più importanti e gravosi, tutti sostenuti con grandissima serietà, scrupolo e senso del dovere, contraddistinta da una ininterrotta e appassionata ricerca riguardante le vie per arrivare al socialismo.  Berlinguer prendendo le mosse dalla lezione gramsciana e dalla esperienza togliattiana arriverà fino alla famosa affermazione della democrazia come valore universale, dichiarazione di significato  dirompente ancora oggi, visti i tempi in cui viviamo, caratterizzati da un arretramento generale su tutti i fronti in favore del capitale finanziario, e traguardo mai raggiunto prima da un comunista, né in Occidente e nemmeno in Oriente.

Si può dividere il curriculum politico di Berlinguer in alcune fasi, la prima vissuta nella Federazione Giovanile, fino al ’56; una seconda in cui, tra l’altro, è direttore della scuola centrale di partito delle Frattocchie e poi responsabile nazionale dell’organizzazione a livello nazionale, membro dell’ufficio politico e della segreteria e successivamente segretario regionale del Lazio.

La terza parte infine inizia con la sua elezione, nel 1969, a vicesegretario del partito,, di fatto vicario, dopo il malore che aveva colpito Luigi Longo, segretario dal 1964, dopo la scomparsa di Togliatti,; questo periodo culmina con la nomina a segretario generale, nel 1972, responsabilità che occupa fino alla morte, avvenuta l’11 giugno del 1984.

La sua vita quindi è strettamente intrecciata non solo con la vicenda del partito comunista italiano, di cui al più alto livello incarna tutta l’originalità e la peculiarità, forte appunto dell’insegnamento gramsciano e togliattiano, ma è anche legata alla storia spesso drammatica dell’Italia repubblicana, contrassegnata da grandi e contrastati progressi economici e sociali, ma anche travagliata da attacchi provenienti da più parti e sempre volti a mettere in discussione le conquiste e le avanzate democratiche.

L’opera di Berlinguer si inserisce dunque nel solco della tradizione comunista italiana, che esalta insieme la funzione nazionale della classe operaia e del mondo del lavoro in genere, contro ogni forma di cieco settarismo, ma anche la capacità di lotta del proletariato, che non deve mai rinunciare alle proprie aspirazioni di fondo, l’instaurazione di una società di liberi ed eguali, emancipata dai vincoli del capitalismo, secondo  una concezione democratica, pluralista e antiburocratica del comunismo, propria, sottolineo ancora della storia politica e filosofica del marxismo  italiano, che da Labriola si presenta come elaborazione critica e antidogmatica.

Berlinguer, per raggiungere questi obiettivi, si muove nel solco della costituzione repubblicana, democratica, pacifista e antifascista, di cui mette in luce i tratti di esplicita ispirazione socialista; si propone inoltre come originale continuatore di una tendenza culturale di tipo storicista, fondata, insisto e sottolineo ancora, sulla lezione del marxismo italiano, da Labriola a Gramsci a Togliatti stesso. Allevato a tale scuola, Berlinguer  propone sempre le più ampie alleanze sociali e politiche, rivolgendosi al ceto medio produttivo, agli intellettuali, agli studenti, alle donne e a quelle “masse” socialiste e cattoliche, senza le quali sarebbe molto difficile, non solo costruire una società socialista, intesa come inveramento di tutte le libertà, promesse, ma non realizzate, dalla borghesia, ma anche la stessa difesa della democrazia, sempre in pericolo in un paese come l’Italia, ancora caratterizzato da rigurgiti di tipo fascistico ed estremistico e da diffuse sacche di arretratezza se non addirittura di feudalesimo.

In tale contesto alcuni interpreti hanno parlato di due distinti momenti della segreteria di Berlinguer, quello del cosiddetto “compromesso storico”, strategia lanciata nell’autunno del 1973, all’indomani del colpo di stato fascista in Cile, che prevede un incontro, non solo di governo, ma volto a rifondare la società e persino la civiltà italiana in generale, attraverso l’incontro fra le grandi componenti popolari, di matrice cattolica, socialista e comunista,  proprie della vicenda nazionale. La seconda fase sarebbe quello dell’”alternativa democratica”, progetto lanciato dopo il terremoto dell’Irpinia, nell’autunno del 1980, in opposizione frontale alla Democrazia Cristiana, ma non al mondo cattolico in quanto tale.

In realtà tra le due fasi ci sono elementi di continuità e anche, com’è ovvio, di rottura, per cui si può parlare anche dello sviluppo e della relativa coerenza di una ricerca che riprende anche il tema della riforma intellettuale e morale di gramsciana ispirazione.

Va ricordato ed evidenziato ancora che la cultura politica di Berlinguer si fonda su una concezione filosofica di tipo storicistico, che prende le mosse, come già si è accennato, da Gramsci e dall’impostazione di fondo del marxismo italiano, storicismo come immanentismo assoluto, pensiero che lo accompagna fino all’ultimo; inoltre Berlinguer  concepisce sempre l’eventuale ascesa del partito comunista al potere come evento epocale, non solo di cambio del personale politico, ma di rottura con forme precedenti di opportunismo e trasformismo, caratteristiche costanti e negative della vita politica del nostro paese, e quindi come occasione per una vera, profonda politica di rinnovamento e di trasformazione..

In questo quadro egli indicava la prospettiva del raggiungimento di una nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista, dopo la Resistenza e la Costituzione, nella vita politica nazionale, da realizzare però, dato il clima della guerra fredda e della contrapposizione tra i blocchi, egemonizzati da Usa e Urss, con l’adesione della maggioranza del popolo italiano, per evitare contrapposizioni troppo laceranti e quindi pericolose per la stessa stabilità democratica del paese, insidiata come sappiamo da reiterati tentativi autoritari e golpisti sempre respinti dalla imponente reazione democratica e popolare.

D’altro canto quando egli lanciava la proposta del compromesso storico da un lato il cattolicesimo italiano era attraversato da profondissime correnti di rinnovamento,  mostrandosi quindi disponibile a politiche di progresso e cambiamento, mentre in Europa e in altri continenti del pianeta, molti paesi, vedi il Cile del colpo di stato di Pinochet, erano ancora sotto il giogo di regimi fascisti, come anche nel sud del continenti europeo, la Greca dei colonnelli, la Spagna del franchismo e il Portogallo di Salazar, sostenuti, più o meno apertamente, dagli Stati Uniti.

Per Enrico Berlinguer inoltre il “compromesso storico” non si esauriva in una mera proposta di governo come le altre, interpretazione tuttavia avanzata anche da molti esponenti della cosiddetta “destra migliorista” del Pci, a cominciare da Giorgio Napolitano, ma rappresentava, insisto, l’occasione per la ricostruzione anche morale del paese, secondo le premesse e le speranze del Risorgimento e della Resistenza, speranze tuttavia in parte tradite, nell’uno e nell’atro caso, grazie al prevalere degli interessi della conservazione e dell’immobilismo.

Berlinguer però fu sempre attento anche alla realtà del socialismo italiano, inteso come Partito Socialista, ma non solo; tenne ottimi rapporti con Francesco De Martino, e con Ugo La Malfa, ma contemporaneamente colse, sottolineo ancora quest’argomento, tutte le novità che scaturivano dalla Chiesa conciliare, al punto che il successo del 1974 nel referendum sul divorzio, da parte dello schieramento confermativo, si può dire sia stato  debitore dello spostamento a sinistra di qualche milione di voti cattolici, che contribuirono anche al conseguimento di molti degli ulteriori risultati positivi negli anni settanta sul piano legislativo.. Aver evitato lo scontro frontale con il variegato mondo cattolico, come per esempio chiedevano i radicali di Pannella e altri settori minoritari del fronte laico, significò la crescita dello schieramento divorzista, al punto che persino un padre conciliare, l’abate della basilica di San Paolo Giovanni Franzoni si schierò a fianco del Pci, insieme, per esempio, all’ex direttore del Popolo, l’organo ufficiale della Democrazia Cristiana, Piero Pratesi e molti altri ancora.

La risposta dei conservatori, sostenuta con tutta evidenza dagli Stati Uniti e dalla Nato, in combutta con le peggiori forze politiche e anche criminali, interne al nostro paese, fu tuttavia asperrima. Tutti gli anni settanta, nonostante un’avanzata travolgente delle forze democratiche tra il ‘74, il ‘75 e il ‘76, furono segnati dalla cosiddetta “strategia della tensione”, espediente, con il quale organizzazioni palesi ed occulte, di segno inequivocabilmente reazionario e golpista, operarono per fermare l’avanzata delle riforme, quelle vere, fatte per spostare in avanti i rapporti di forza a favore del mondo del lavoro e della democrazia e per fornire risposte positive alle esigenze delle grandi masse lavoratrici attraverso la costruzione dello stato sociale, con interventi innovativi sulla casa, la sanità, le pensioni, la scuola, la lotta all’inflazione, gli incrementi salariali e la democrazia sul posto di lavoro. 

Tuttavia stragismo di matrice neofascista e terrorismo delle sedicenti brigate rosse, insanguinarono per anni il paese. Sia ii primo che il secondo nacquero certamente dal lavorio di gruppi estremisti, ma furono poi alimentati e gestiti per fermare l’evoluzione democratica italiana, come dimostrano le rivelazioni, che periodicamente sono fatte sul quel momento della nostra storia, in seguito all’apertura di ciò che rimane degli archivi, insieme con le dichiarazioni di alcuni dei protagonisti sopravvissuti e con  i risultati di quei procedimenti giudiziari che fortunatamente non si sono fermati, nonostante tutti i tentativi di insabbiamento.  Inoltre numerosi e qualificati studi sono stati pubblicati negli ultimi anni, gettando nuova luce su drammatiche vicende come gli attentati e le stragi sui treni. Accanto a quei gruppi, manovrati come marionette da poteri occulti e da pezzi dello stato, agivano servizi segreti di molti paesi oltre naturalmente alle organizzazioni di intelligence italiane, a cominciare dal Servizio Affari Riservati del Ministero degli Interni, guidato da uno dei capi dell’eversione, Federico Umberto D’Amata, la cui missione era quella di impedire con tutti i mezzi l’evoluzione democratica della nostra martoriata penisola. Uccisione di magistrati leali alla repubblica, depistaggi, e tutto quello che potesse servire allo scopo furono utilizzati, in combutta con la famigerata Cia, il criminale servizio degli Usa e con i “confratelli” delle analoghe strutture britanniche e probabilmente anche di Israele.

Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, eventi sui quali sui quali ormai è stata fatta piena luce come culmine della strategia della tensione e del terrore, fu l’evento centrale di tutto l’insieme delle manovre, chiaramente utilissimo allo scopo già indicato, e cioè destabilizzare per stabilizzare lo statu quo, con la cristallizzazione delle forme date di potere. Il delitto Moro, il vero colpo di stato in Italia, mise infatti fine al rapporto tra il Pci di Berlinguer e quella parte di Democrazia Cristiana disponibile a un discorso di rinnovamento, ma che ormai virava a destra, priva della sapiente guida morotea.

Nello stesso tempo Berlinguer andava elaborando una nuova idea di comunismo democratico, del tutto svincolata dal modello sovietico, ma sempre ispirata a valori e ideali di tipo anticapitalistico, internazionalista e socialista.

L’eurocomunismo rappresentò una tappa di questa elaborazione; il socialismo in Occidente come sintesi di eguaglianza politica e sociale e libertà civili e democratiche, e come critica al modello sovietico, di cui si denunciava la “fine della spinta propulsiva”, ma senza però rinunciare  all’obiettivo della “rivoluzione in Occidente”, cioè di una trasformazione in senso socialista dello stato e della società da realizzarsi gradualmente e nel rispetto, anzi, nell’esaltazione di tutte le libertà, a cominciare dalla liberazione del lavoro dai vincoli dello sfruttamento di tipo capitalistico.

Passate le elezioni del ’79 con un arretramento, ma anche con la tenuta del grosso della forza del partito, Berlinguer quindi avvia un’ulteriore fase della sua ricerca, confortato dalla adesione della grande massa dei militanti, come è testimoniato non solo dal voto, ma anche dalla partecipazione di popolo a innumerevoli manifestazioni in difesa della pace, della costituzione repubblicana e contro eversione e terrorismo e a tutela del tenore e delle condizioni  complessive di vita dei lavoratori, dei giovani, delle donne.

Tuttavia si deve considerare anche il mutamento del clima politico a livello internazionale, con l’avvio di quella che è stata definita la rivoluzione neoconservatrice, Nel 1979 infatti viene eletto presidente degli Stati Uniti il repubblicano Ronald Reagan, fortemente spostato a destra, mentre nel 1981 assume la guida del governo inglese la signora Margaret Thatcher, esponente di punta del partito conservatore britannico. I due portano avanti un attacco senza precedenti alle sinistre e conseguentemente a tutte le conquiste realizzate nel corso dei cosiddetti “trenta gloriosi” dal secondo dopoguerra fino alla seconda metà degli anni settanta, aprendo la strada anche nel resto del mondo occidentale ad analoghe operazioni, con risultati più o meno positivi, o negativi, secondo i casi, in Francia per esempio la presidenza del socialista Mitterrand va in controtendeza. 

E’ l’ultimo momento della segreteria di Berlinguer, periodo nel quale l’uomo politico sardo compie un’operazione magistrale; da una parte difende il partito, il suo patrimonio elettorale di suffragi e di insediamento, ma d’altro canto si cimenta in un’opera di ricostruzione dell’idea stessa di comunismo, sganciandosi definitivamente da una Unione Sovietica paralizzata dalla burocrazia e avviata ad un inarrestabile declino, ma al contempo rilanciando il pensiero critico insieme a un nuovo internazionalismo, fondato sulla esigenza della pace, sulle aspirazioni alla libertà dei paesi emergenti, sul rapporto con la teologia della liberazione, sul confronto con la sinistra socialdemocratica europea, allora particolarmente vivace, sulla difesa dell’ambiente e su nuovi e “vecchi” soggetti sociali, la classe operaia, i giovani, le masse femminili protagoniste  del femminismo della differenza e della liberazione dal patriarcato, senza inoltre  trascurare l’iniziativa per la costruzione di una Europa democratica e unita su valori di pace e di coesistenza e di superamento dei blocchi.

La proposta dell’alternativa democratica viene lanciata da Berlinguer. in una conferenza stampa tenuta a Salerno, nell’autunno del 1980 e poi ribadita in una successiva riunione della direzione del partito. In precedenza, il 26 settembre di quello stesso anno, Berlinguer, davanti ai cancelli della Fiat aveva confermato l’appoggio del Pci ai lavoratori in lotta contro licenziamenti e cassa integrazione, minacciati dall’azienda torinese, vicenda fondamentale per la ricostruzione di cui ho parlato poc’anzi.

Il devastante terremoto di quell’anno aveva messo in evidenza tutte le insufficienze organizzative, ma anche politiche e persino morali del sistema di potere democristiano, ormai arrivato a una fase di putrefazione. Il caos e il ritardo dei soccorsi erano stati denunciati in modo veemente da Sandro Pertini, allora presidente della repubblica, che non aveva taciuto di fronte all’indegno spettacolo della disorganizzazione dello stato.

Di fronte a questo dramma Berlinguer porta a compimento una profonda revisione della sua proposta politica, avviata appunto con la scomparsa di Moro e con il riemergere della vecchia Dc, non senza incontrare una opposizione, ora sorda ora più leale ed aperta, all’interno della stessa direzione del partito e in settori dell’organizzazione e del sindacato, in una fase in cui il craxismo, ormai vincente nel partito socialista,, attirava ambienti dell’area cosiddetta “migliorista” del Pci, disposti anche a un incontro subalterno con Craxi.

Berlinguer non accetta questa linea e anzi passa al contrattacco, con un impulso che consegue anche successi, come la vittoria nel referendum del 15 maggio 1981 sull’aborto e con un’incessante attività. Interna e internazionale, in cui colloca il partito al centro di dell’iniziativa politica secondo il progetto cui ho accennato, fondato su un nuovo internazionalismo, su una rinnovata spinta anticapitalista, sulla lotta per la pace, sulla cooperazione tra varie componenti della sinistra europea, in un momento in cui molti esponenti dell’Internazionale Socialista si collocavano a sinistra, ricordiamo fra tutti il leader svedese Palme, e sul protagonismo di vecchi e nuovi soggetti sociali.

La famosa intervista a Repubblica, del 27 luglio 1981 sulla “questione morale”, in cui indica i livelli di corruzione raggiunti nel paese a causa della cattiva politica e della degenerazione di settori ampi della Democrazia Cristiana, ma anche del Partito Socialista, si inserisce in questo contesto, ma essa non è, come alcuni tendono ad accreditare, per sminuirne il valore, soltanto la denuncia fatta da un politico onesto e per bene, ma il tentativo di portare un ulteriore contributo allo sforzo di ricostruire un pensiero politico di tipo critico, in cui il tema dell’etica pubblica è un tassello nel quadro di un più generale impegno, volto a riformare lo stato e la politica e a riproporre una visione in grado di cogliere tutte le contraddizioni delio sviluppo delle società di tipo capitalistico.

Questo sforzo culmina con l’opposizione al decreto Craxi, divenuto ormai capo di un governo neocentrista, sulla scala mobile, con il quale iniziava un attacco al tenore di vita, e al potere del mondo del lavoro che dura ancora oggi e che purtroppo ha raggiunto anche consistenti risultati,, ma il malore che colpì il segretario dl Pci durante l’ultimo comizio, in occasione della campagna elettorale per le elezioni del parlamento europeo, il 7 giugno 1984 a Padova, gli impedisce di portare avanti quella ultima battaglia, nella quale , va ricordato, venne lasciato troppo solo da numerosi componenti della direzione, a cominciare da Giorgio Napolitano, che, come Lama, non si impegnò minimamente nel successivo referendum abrogativo, vinto da Craxi, ma nel quale il Pci, senza alleati, prese quasi il 45 % dei voti.

La morte colse Berlinguer l’11 giugno. I suoi funerali furono l’occasione di una imponente manifestazione di lutto e di cordoglio, a testimonianza dell'affetto e della stima profonda che nutrivano nei suoi confronti settori amplissimi del popolo italiano. Nelle elezioni successive il Pci superò per la prima ed ultima volta la Democrazia Cristiana, divenendo il primo partito in Italia.

Berlinguer ha lasciato un patrimonio inestimabile di elaborazioni, suggestioni, intuizioni, che purtroppo è stato solo in parte raccolto dopo la sua scomparsa, ma che oggi, opportunamente aggiornato, sarebbe utilissimo per ricostruire in Italia una sinistra degna di questo nome.

Va ribadito comunque che proprio per la ricchezza e la profondità del suo pensiero politico e per la rilevanza delle sue innovazioni il Pci non meritava di rimanere schiacciato dalla caduta del muro di Berlino, il Pci rappresentava viceversa un modello cui si si ispiravano per esempio molti partiti progressisti dell’America latina, era studiato nelle Università., persino in quelle degli Stati Uniti, suscitava l’interesse anche nel Sud Africa di Mandela, come lui stesso ci dice. aveva rapporti intensissimi con la sinistra europea, anche socialdemocratica, alcuni suoi dirigenti erano apprezzati e stimati dentro e fuori dell’Italia e anche in Unione Sovietica, nonostante tutto, cominciava a suscitare un certo interesse, come testimoniò la partecipazione di Gorbaciov al suo funerale. L’eliminazione brutale del partito determinò invece, come vediamo oggi, il collasso della sinistra italiana, priva ormai di un vero, grande movimento di ispirazione democratica e socialista.

Ricominciando a studiare Berlinguer si potrebbe riprendere un discorso di sinistra per rifondare un partito non subalterno ai poteri costituiti, non liberista, ma socialista, ambientalista, pacifista e decisamente antifascista; un partito del lavoro e della Costituzione, la cui difesa e piena realizzazione deve rimanere ancora oggi il punto programmatico principale di ogni cittadino che abbia a cuore la democrazia.