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Pe la Critica

RICERCHE D’IDENTITÀ:

TRA LA COMPIUTEZZA

E IL FALLIMENTO

BREVE POSTILLA SULLA POESIA DI DONATA PASSANISI

di Giorgio Moio
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(Ma cosa sono queste “Ricerche d’identità”? Semplicemente, si tratta di un tentativo, risultante da alcuni libri o testi disparati ma significativi, in riviste e antologie che abbiamo letto in questi anni, sin dagli anni scolastici e giovanili ‒ in alcuni casi aggiornati da letture più recenti ‒, molto illogico, come la struttura semantica delle postille stesse. Organizzate spesso per frammentazione, per frasi “singole”, cioè con gli accapo dopo ogni punto, in quanto sono essenzialmente sensazioni estemporanee, si propongono di individuare – appunto – lineamenti d’identità con cui riconoscere, per grosse linee, al di là delle dottrine e suggerimenti partigiani, alcuni poeti. Nella composizione degli abbinamenti, facendo comunque attenzione al fatto di evitare di coinvolgere il lettore nel vortice della confusione, non si è tenuto conto della diversità di stile, di generazioni, di formazione o di notorietà  tra gli autori dello stesso gruppo.

Ciò che andiamo dicendo ‒ occupandoci anche di quei poeti che hanno prodotto o producono poesie a margine delle loro principali attività di critici, di narratori o di artisti, per cui sono conosciuti ‒, a volte in poche righe e non sempre con un giudizio favorevole, con semplicità e sovente ricorrendo al sostegno di citazioni e lacerti di alcuni critici, creando tra i due concetti ‒ quello nostro e quello del critico citato ‒ un filo logico, un principio di compattezza, un sentimento comune ‒ ma anche una dialettica costruttiva ‒, vuol essere un piccolo orientamento non scientifico sul corpus poetico di alcuni autori, lasciando al lettore, attraverso l’approccio con i testi che chiudono le varie postille, ogni giudizio finale).

 

* * *

 

 

Di Donata Passanisi, catanese del ʼ50, specie leggendo gli ultimi volumi, si può dire che ciò che risalta è la cifra psicanalitica e la dicotomia del dentro/fuori, essere/non essere, vita/morte che riconducono, ma meno misticheggianti e meno ossessive nei confronti del reale, con metafore quasi de-sublimate e in piena autonomia, sulle tracce zanzottiane del significante.

Già a partire da Le vuote sorelle1 (ma per questa breve postilla, prenderemo a modello Uno sguardo caduto2, «concepito quando era già malata – ci informò il marito Settimio Motta, in una lettera datata un anno dopo la sua morte quando gli scrivemmo per chiedergli alcune poesie inedite della Passanisi da pubblicare sulla rivista «Risvolti» – e la maggior parte delle poesie incluse, scritte in quel periodo», nei confronti delle quali spese «la propria vita – ancora Motta –, bruciandola in una passione totale») il segno poetico sottace sensuali codici che spesso fanno lo sberleffo alla lingua dei “padri”, oltre i lineamenti femminili del porsi come si attenderebbe da una donna («E mammelline / del fieno / zuppe di quiete / e d’ansia / sazia a giacere / della sua stessa / sconturbata / sostanza»)3 sull’arco spazio-tempo, di una scrittura “turbata”, come denota Maria Grazia Lenisa sul retro di copertina, derivante appunto dalla lezione zanzottiana.

Lezione che si protrae nel tempo, che passa anche per Esce la mente4 – coi prodigi del frammento però – fino ad arrivare ad Uno sguardo caduto, ultima fatica editoriale realizzata un poco prima della sua dipartita, avvenuta a Parma, dove viveva, nel 2001.

Lezione del divenire tra la percezione e il magma dell’origine delle cose, dove tenta di ridisegnare la propria origine («a quel poco / d’autunno / aggrappato / al petto / scostalo / tragico / a scomparire / arretrando / Immaginalo / tornato / Al vento…, »5, la memoria, la capacità di qualcosa che vada riprendendosi quell’ostinata irrequietezza, tra corpo e silenzio o il soccorso al desiderio tumultuoso, «fra l’immoto / ardente / e il mio dubito / dubito / del furto / al nulla / e del dubbio»6.

Ma rispetto a Zanzotto – ed è una cifra tutta passanisiana – si denota in questi testi una diversa proposta del significante e di un certo sperimentalismo che è sì riorganizzazione mentale al limite di un atteggiamento “ermetico” ma “controllato” di moduli ancorché combinatori dell’inconscio sofferente del reale (le sofferenze della gente di Pristina, p. es., della Moldava, della Bosnia tutta e del Kosovo, riecheggiate in più testi di questo volume), entropici e di mediterranea solarità infine (ritorna il dualismo, la tesi e l’antitesi), non tanto il proprio intimo o il proprio dettato quotidiano, ascrivendo ‒ appunto ‒ questi testi di diritto alla sperimentazione del vissuto, dove ‒ per dirla con Giuliano Mesa ‒ in queste poesie «si attenua il “furore” per l’incompiutezza, o il fallimento, della nominazione. Le storie, le biografie, non sopportano il tradursi in oggetti estetici: ne vengono tradite, sempre, e sempre disilludono la presunzione di storici e biografi porgendo di sé un’altra, ulteriore oscurità […] Nessuna parola combacerà mai con ciò che vorrebbe nominare»7: «la tegola / di sicilia / parla / a una mavàra- / donna / di terra / e d’acqua: / qui posa / l’anima / senz’ala / Dopo che / sazia / svaria…»8.

Traslando il senso della parola attraverso concatenazioni casuali, un’intonazione curvata sul tempo indecifrato tiene dentro la valenza di uno spiraglio di una forma aperta, pur adoperando per le sue composizioni, metricamente parlando, forme chiuse («il bel fragore / con nubi / in pericolo / al mio piccolo / orecchio /costernato / resta / dipinto…»)9; e più indietro, cammina addirittura sugli orli degli abissi, senza soffrire di vertigini («nel precipizio / del vedere / tra materie / aeree / rema / la clematide / suadente / ha miniere / violette / alterne / presenze / assenze…»)10, incuneandosi nei vuoti del dicibile e del tempo.

È anche un tentativo di riformulare una possibile metamorfosi della scrittura, del tempo appunto, rimarcata dal desiderio di creare e ri-creare r-esistenze paradossalmente al loro corso naturale, dove le forme de-formandosi formano infinite combinazioni di un qualcosa d’irraggiungibile, indicandoci ciò che manca e no ciò che c’è nei meandri del linguaggio, della scena intrapresa.

 

il ventunesimo

 

Zanzotto

il campo

per diniego

               verticale             

tale quale

l’orizzonte

sbreccare

                volle

di sbieco

tocca

il nome

                ponente

l’insieme

dei cennipietre

inerme

                annotta

il tumulo

o legge

dell’albero

                 cresce

antesaecula

serve

l’erede

                 circondare.

(da Uno sguardo caduto, op. cit., p. 78).

 

___________________________

1  Bastogi, Foggia, 1993.

2  Manni ed., 2000.

3  In Le vuote sorelle, op. cit., p. 32.

4  Nuove Amadeus Edizioni, Cittadella-PD, 1996.

5  Donata Passanisi, interno con figura, in Uno sguardo caduto, op. cit., p. 24.

6  Giuliano Mesa, Postfazione a D. Passanisi, Uno sguardo caduto, op. cit., p. 107.

7  In D. Passanisi, Uno sguardo caduto, ivi, p. 86.

8  tetti morti, ivi,  p. 90.

9  Ivi, p. 69.

10  Ivi, p. 26.