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Per la Critica

Gualberto Alvino

RETHORICA NOVISSIMA

prefazione di Francesco Muzzioli

Roma, Il ramo e la foglia, 2021

di Giorgio Patrizi

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Nel panorama della cultura letteraria contemporanea, due mondi della critica e della scrittura sembrano essere tenuti ai margini della frequentazione più diffusa: l’universo della poesia sperimentale, da intendersi come operazioni innovative di ricerca sui vari aspetti della versificazione, dal lessico al ritmo, dal piano semantico a quello fonico, ecc. E l’universo della critica filologica, quella che dedica la propria acribia ad interpretare le scelte stilistiche, attraverso la ricostruzione della storia del testo e l’individuazione dei suoi peculiari tratti caratterizzanti.

Gualberto Alvino, studioso di testi e di linguaggi, è alla confluenza di questi due filoni, come si è detto, relegati ai margini dei discorsi — letterari o paraletterari — oggi di moda, con questo bel libro di testi poetici che evidenzia nel titolo una presa di posizione precisa quanto radicale. I due termini che intitolano il volume edito da Il ramo e la foglia si muovono proprio nella duplice direzione che si indicava: la rethorica, nella grafia classica, richiama l’universo delle modalità del discorso della persuasione e della conseguente persuasività del linguaggio, mentre novissima appare un richiamo esplicito a quella poesia novissima che, dall’antologia introdotta da Giuliani del ’61, forniva un canone della versificazione neoavanguardistica. Da qui dunque due direzioni molto chiare in cui si muovono i testi di questa variegata raccolta.

            Una precisa chiave di lettura ce la fornisce la puntuale introduzione di Francesco Muzzioli, che così sintetizza la pluralità di temi e registri che incontriamo in queste pagine: «Il testo di Alvino dimostra che, poiché l’emozione autentica è un fattore di disordine, il disordine non può essere comunicato altro che disordinatamente». Ed infatti numerosi sono i toni di questi versi, all’insegna di una norma che occorre trasgredire costantemente, per mantenere viva quella tensione che è propria di un discorso poetico strategico: Salvo trasgredir norma è il titolo della prima sezione qui incontrata, che offre subito al lettore un discorso fluviale, disteso in un ragionamento che si svolge e travolge, racconta, sentenza, afferma, alludendo agli eventi di una scoperta filologica («urge spogliare i mss operare con criteri di sana empiria») o di una revisione testuale, con l’attenzione a quando «la parola può rivelarsi nella sua interezza». Ma presto il discorso, con la forza di un ragionamento trascinante, approda ad una allusione esplicita quanto intransigente. Nelle Questioni preliminari, mette a punto gli obbiettivi polemici della strategia in atto: «1 perdere aura / 2 annientare sacralità del testo / 3 livellare tono /…/ 5 aborrire enfasi autocelebrativa».

            Fin qui le “norme” da trasgredire. Ma ora un altro (in fondo ulteriore, non diverso) discorso all’insegna — come ci indica il titolo della sezione — della Humanitas. Un passo ulteriore nel percorso della scrittura. Quasi a voler ritrovare un capo del filo che poi si snoda nell’oggi, c’è il ricorso al latino, in una minuziosa e appassionata ricostruzione degli organi del corpo animale, con echi del primissimo Sanguineti del Laborintus, con quell’erotismo tra l’onirico e il gioco linguistico che segnalava la perspicuità del Novissimo. Queste presenze dello sperimentalismo novecentesco sono fitte in tutto il volume, il senso della versificazione è tutto sapientemente giocato su un fluire del discorso che si snoda su ampie misure ritmiche, su una discorsività che oscilla tra il dato tecnico offerto alla fluenza del verso, in una limpidezza enunciativa che è asserzione(«ma non bisogna credere che l’ermeneutica / sia deformazione è un controsenso / posto che l’opera non è forma è tensione») e l’appassionata enfatizzazione dell’universo circostante, su cui la riflessione metalinguistica si proietta ed agisce: «se per sbaglio ha scritto una parola mentre / intendeva scriverne un’altra / i sensi dell’opera non sono affatto inesauribili / c’è sempre un punto in cui l’universo / deve per forza riportare in nota le lezioni». Ne deriva una sorta di diario frammentario e incalzante, che raccoglie immagini, suggestioni, riflessioni, parenesi, spezzoni di narrazione: «io dico l’arte ha il dovere preciso / di costruire immagini sottrarre scavare / tane tale indecifrabilità e esorbitanza / non achevée ma solo interrompue /…/ ho un figlio armato la smonta in tre pezzi prima / di dormire la cellula generativa del testo / sgorga senza che noi com’onda al primo margo/ dall’interno della costa verso il mare giù giù/ per i declivi non è affatto essenziale…». Incontriamo mìcronarrazioni, svolte sul filo di una riflessione privata su rapporti, esistenze, processi: «Sono dici sempre a un filo dal capire / work in progress ma di scrivere / il libro della vita non se ne parla benché / non me ne lagni d’altronde potesse questo essere il mio / stato perpetuo non vedi la macchia sulla schiena…».

            La “retorica novissima” si pone alla base di questo universo intrecciato di azioni e di pensieri, di parole e di gesti. Alvino, conoscitore di testi e di lingua di rara consapevolezza, costruisce un attrezzatissimo canzoniere pieno di echi, tra la cultura che c’è dietro la tradizione della retorica (scienza della persuasione, non dimentichiamolo, che nasce nei tribunali, nel mondo ellenistico, e finisce, oggi, per insinuarsi nella più innovativa cultura delle neuroscienze applicate alla letteratura) e l’ansia del nuovo che spinge a scrollare (a scrollarsi di dosso) le più viete e immobili modalità del discorso poetico. La conflagrazione tra la parola e la cosa, nel pensiero teorico e nel quotidiano pragmatico è alla base di questa programmatica mescidanza che Alvino propone. Giustamente Muzzioli scrive: «di fronte all’ordine depauperato del linguaggio-merce, non resta infatti (uso una locuzione tratta dal libro) che “spezzare la lingua spazzarla/ farne un’altra».

            È dall’inizio del 900 almeno — tanto per trovare una data vicina e familiare — che l’intellettuale europeo s’interroga sulla possibilità di pervenire ad una lingua che permetta di parlare anche di ciò che è più riposto, più che nel cuore, nella mente degli uomini. Il Lord Chandos di Hoffmansthal, smarrito in questa ricerca, giungeva a scegliere il silenzio. Alvino, con la sua retorica, percorre sentieri e prospettive in parte vicine a quell’altro inizio secolo. Come parlare del mondo che ci circonda e che ci permea? Quale è la retorica che può consentire di passare da una riflessione ad una passione, da un rifiuto intellettuale ad un amore carnale? E’ la «retorica del disordine» come suggerisce Muzzioli nella sua bella prefazione. Certo: il disordine costruito e elaborato che ha la forza e l’efficacia di mettere in scena in disordine delle esistenze, delle culture, del “male di vivere”. Ma è anche, quella qui in atto, la “retorica della consapevolezza” — vogliamo dire della cultura e dell’intelligenza — lo strumento che è capace di scardinare i chiavistelli ottusi dell’incapacità di conoscere e di apprendere, che si spinge a condividere il desiderio di far emergere, tra le nebbie dell’ottusità circostante, il balenare delle armi che ci aiutino a far luce, a comprendere. E a gioire della comprensione.

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