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Storia, Cultura e Società

VLADIMIR ILIČ LENIN

da “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”

di emmequ

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Nel 1916 (pubblicato nel 1917) V. I. Lenin scrisse il saggio L’imperialismo fase suprema del capitalismo. Lo studio, come egli stesso scriveva, attingeva giudizi e dati dai principali economisti borghesi ed era perciò incontrovertibile. Noi sappiamo ora che se per suprema vogliamo intendere ultima, quella fase suprema non è. Questa che stiamo vivendo, quella della globalizzazione, apparirebbe essa sì l’epoca suprema dello sviluppo capitalistico. Ma il condizionale è d’obbligo poiché, sebbene io (e mi pare nessuno scientificamente) non sappia immaginare quali possano essere nuovi futuri scenari, ulteriori sviluppi (o magari il contrario) si sentono non solo possibili ma assai probabili. Specialmente guardando a due elementi delle condizioni oggettive che “in ultima istanza” sono alla base di ogni processo: la rivoluzione permanente della scienza e della tecnologia; i processi antropocenici e il permanere dei contrasti inter-imperialistici che investono (non sappiamo ancora fino a quale esito più o meno catastrofico o addirittura apocalittico) il pianeta e l’umanità. 

Del resto Lenin, nel suo saggio, indicava chiaramente la storicità del fenomeno imperialismo: il quale «concepito in tal senso, rappresenta un particolare stadio di sviluppo del capitalismo».

Anni fa, al tempo della leadership dalemiana, un giovane ma molto preparato compagno (che in seguito rischiò di diventare lui il leader di turno) rigettò con fastidio un mio sommesso invito a rileggere il saggio in questione di Lenin. Lenin è morto, mi rispose. Come Dio e Marx replicai in interiore…, anche perché come quel tale nemmeno tutti noi si sta tanto bene.

Ma oggi invece, in questa nostra trasgressiva webzine, mi azzardo di nuovo a riproporre alla lettura una breve parte della parte conclusiva di quel saggio. Non per nostalgia, non per uno sconsolato dicebamus hesterna die, o come epitaffio al monumento della sinistra socialista da poco defunta…, cioè ammazzata…, ma per tentar di riflettere, se qualcuno ancora ne comprende la necessità, sullo stato di cose presente. Rileggendo infatti quelle pagine di oltre un secolo fa sembra a me che: a) la fase che Lenin esaminò e descrisse appare con ogni evidenza l’aurora del dominio capitalistico attuale così come leoninamente affermatosi dopo la ricostituzione del mercato unico mondiale; b) che quella fase storica di inizio secolo XX non solo non è stata superata ma, dopo i 70 anni di dualismo economico politico – esistenza dell’URSS e di un campo socialista…, comunque non capitalistico – e dopo il cosiddetto trentennio glorioso, si è, mutatis mutandis, riprodotto e rigenerato più grande e glorioso che pria… e soprattutto più grande terribile e nefando di quello. Almeno così pare a me. E a voi?

 

 

Vladimir Ilič Lenin

«L’imperialismo, particolare stadio del capitalismo»

«Dobbiamo ormai tentare di sintetizzare quanto sin qui abbiamo detto intorno all’imperialismo e di concludere. L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato ed assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso ad un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza.

La libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest’ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo di una decina di banche che manovrano miliardi.

Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma esistono con essa e al disopra di essa, originando così una serie di aspre e violente contraddizioni, attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio dal capitalismo ad un ordinamento superiore.

Se si volesse dare la più concisa definizione possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l’essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche, fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e d’altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendentesi senza ostacoli ai territori non ancora dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita.

Ma tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l’essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire.

Quindi noi — senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo — dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intiera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.

Vedremo in seguito come dell’imperialismo possa e debba darsi una diversa definizione, quando non si considerino soltanto i concetti fondamentali puramente economici (ai quali si limita l’anzi-riferita definizione), ma si tenga conto anche della posizione storica che questo stadio del capitalismo occupa rispetto al capitalismo in generale, oppure del rapporto che corre tra l’imperialismo e le due tendenze fondamentali del movimento operaio. Occorre subito rilevare come l’imperialismo, concepito in tal senso, rappresenti un particolare stadio di sviluppo del capitalismo.

Per dare al lettore una rappresentazione dell’imperialismo più saldamente fondata, abbiamo appositamente cercato di citare quanto più giudizi si potevano di economisti borghesi, che si vedono costretti a riconoscere i fatti ineccepibili della nuovissima economia capitalista. Allo stesso fine abbiamo prodotto circostanziati dati statistici, che mostrano fino a qual punto sia accresciuto il capitale bancario, ecc. e in che cosa si sia manifestato il trapasso dalla quantità alla qualità, dal capitalismo altamente sviluppato all’imperialismo. Senza dubbio, tanto nella natura quanto nella società, ogni limite è convenzionale e mobile, cosicché non avrebbe senso discutere, per esempio, sulla questione dell’anno e del decennio in cui l’imperialismo si sia “definitivamente” costituito.

Richard Calwer, nella sua breve «Introduzione all’economia mondiale», ha fatto il tentativo di raccogliere i più importanti dati, puramente economici, che ci consentono una idea concreta dei rapporti reciproci in seno all’economia mondiale sul limitare del XX secolo. Egli suddivide il mondo in cinque “principali sfere economiche”: 1) l’Europa centrale (tutta l’Europa all’infuori della Russia e dell’Inghilterra); 2) la britannica; 3) la russa; 4) l’orientale- asiatica; 5) l’America, includendo le colonie nelle “sfere” degli Stati cui esse appartengono, e “lasciando in disparte” alcuni pochi paesi, per esempio la Persia, l’Afghanistan, l’Arabia in Asia, il Marocco, l’Abissinia in Africa, ecc.»

Vladimir Ilič Lenin

[da L’imperialismo fase suprema del capitalismo, 1916]

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