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Per la Critica

BUZZATI A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE

UN DESERTO DA REALISMO MAGICO

di Marcello Carlino

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Non avrei alcun dubbio al riguardo: come si usa dire, Dino Buzzati si può considerare autore di un solo libro. Con l’unica eccezione di Un amore, un romanzo che è la storia di una singolare educazione sentimentale e che per temi, luoghi e atmosfere sconfina, con risultati non brillantissimi, dai territori consueti della scrittura buzzatiana, le opere che precedono, Barnabo delle montagne e Il segreto del bosco vecchio, i tanti racconti successivi – con cadenze regolari pubblicati in una serie di raccolte –, l’esperimento del Poema a fumetti – che di fatto, in aderenza al titolo, realizza una commistione dei generi –, la pittura d’autore – spesso prestata ad una ancillarità illustrativa –, lo stesso giornalismo che buzzatianamente sa molto di letteratura sposandone stile e toni: l’insieme di queste esperienze converge nel Deserto dei tartari sia perché ne anticipa ambientazioni e sistemi attanziali, sia perché ne rilancia motivi, figure, simboli. Occasionato, come l’autore asserisce, da una condizione di noia e di disaffezione del cronista al “Corriere della Sera”, in vana attesa di un evento, una svolta, in grado di metterlo alla prova e di qualificarne competenze e mestiere, Il deserto dei tartari è dato alle stampe nel 1940. Le opere degli anni Trenta hanno preparato il terreno: Barnabo delle montagne e Il segreto del bosco vecchio hanno selezionato, quale scenografia caricata di valori di senso, le montagne (care per altro a chi aveva una speciale e affettuosa familiarità con le cime del bellunese) e hanno inoltre configurato personaggi da carriera militare disponendoli alla logica binaria che schiera a contrasto buoni e cattivi. L’attività giornalistica, per suo conto, addestra il narratore ad una scrittura semplice epperò letterariamente risolta in una ricerca di accentuazioni emotive, programmate per colpire e coinvolgere il lettore (una strategia che, dalle colonne del giornale, Buzzati non rinnegherà mai, sempre infarcendo i suoi pezzi di descrizioni e di scorci, di inquadrature commosse in soggettiva, che pertengono ai modi convenzionali del racconto e comunque trascendono la nudità dei fatti: l’articolo sui funerali dei piccoli morti di Albenga, i resoconti dal giro d’Italia e la cronaca della tragedia del Vajont ne rendono testimonianza). Il deserto dei tartari fa tesoro di questi lasciti; e tesse sul loro ordito una trama ispirata al tema dell’attesa.

Certamente stona non poco che il fulcro tematico del romanzo concerna un nemico da fronteggiare quando i venti di guerra in Italia soffiano impetuosi e chiamano a scelte sciagurate il regime, che così perfeziona la sua aberrante, dispotica ottusità; ma quello di Buzzati è il profilo di un impolitico, chiuso nel suo mondo; e i tartari hanno i tratti di un popolo lontanissimo, di un popolo che non c’è, alla stessa stregua del luogo desertico dove la vicenda trova il suo svolgimento; sicché l’attesa nel romanzo del 1940 si prolunga in una prospezione metafisica e rappresenta uno status ineluttabile del vivere.

Proprio questo assetto, tuttavia, individua alcune note caratteristiche del Deserto dei tartari e ne sconsiglia facili domiciliazioni. Lo spazio del fantastico, che le teorie relative vogliono dischiuso da una esasperazione delle percezioni sensoriali ovvero da una interdizione del principio di realtà che genera nel personaggio esitazione, appare escluso, tanto più per la sovradeterminazione da romanzo a tesi (intorno al tema dell’attesa) che dispone della narrazione. A meno che non si voglia adoperare tali parametri di definizione prescindendo dalla loro puntualità storico-contestuale, ciò che è errato e fa per lo più improponibile un cosiddetto surrealismo italiano, ad una postura surrealistica oppongono diniego l’ordine narrativo e la forma del linguaggio, la cui medietà implica una sorvegliatezza contraria a ritorni del rimosso, al riaffioramento di stati alterati della coscienza, a riverberi dall’inconscio. E altrettanto lontana appare la rappresentazione alla maniera di Kafka, pressante e stringente come una morsa, sulla quale pesa l’incontrovertibile e ossessionante oscurità delle regole e delle procedure, delle sequenze incoercibili che determinano i destini.

Se mai dovessimo assegnare Il deserto dei tartari ad una specifica tipologia di scrittura narrativa, azzarderemmo una formula quale il realismo magico (quello alla Bontempelli, stile novecentismo) corretto con alcuni costituenti della fiaba.

L’opera-chiave di Buzzati, infatti, sospende lo spazio e il tempo e inscena la parte nodale e quelle collaterali del racconto in altrettanti contesti sotto la giurisdizione del mito: hanno lineamenti mitici il deserto con la ricchezza dei suoi significati e gli stessi tartari, in forza della tipologia della loro etnia e delle vicende che li hanno relegati ai margini della storia d’occidente, facendo misteriosa quanto proverbiale – e solo proverbiale, da finzione narrativa – la loro combattività. Inoltre nell’apprendistato di Drogo, il protagonista, c’è una pletora, allo stesso modo che nella fiaba, di antagonisti, di aiutanti, di donatori, di ripostigli segreti, di oggetti fatati. Come nella fiaba, le funzioni attanziali sono distinte e poste in netto rilievo, anche a scapito delle sfumature, delle giunte psicologiche a corredo. Il mondo dell’ufficiale che parte verso la fortezza Bastiani (poco più di un piccolo edificio pressoché in disarmo) e l’umanità che egli incontra hanno vita solo nel presente del loro stare in avamposto; nulla di essi si sa e nessuno dei militari di frontiera è raccontato attraverso le sue memorie, o di riflesso dai tabù e dai desideri riferiti ad una realtà non semplicemente risolta tra le mura di quel remoto presidio. I personaggi sono al dunque figurine e come soldatini il narratore li schiera alcuni tra i buoni altri tra i cattivi, alcuni tra gli smaniosi di fare carriera altri tra coloro che si votano con generosa eleganza e perfino con eroismo all’adempimento del loro dovere e che perciò con totale dedizione, assecondando una fissazione come maniacale che ne risucchia l’esistenza e la costringe tra le mura della Bastiani, scrutano l’orizzonte giorno dopo giorno, nutrendo la speranza dell’arrivo dei tartari.

Buzzati ama la vita militare ed un ordine come militare presiede alla struttura del suo racconto. Il quale si svolge per cicli e per incroci tra chi parte per la l’avamposto in montagna e chi torna, chi sale sulla torretta cercando un avvistamento e chi scende ripiegandosi nella routine o dovendo smettere la sua ricerca di un obiettivo esistenziale grande e fortemente risarcitorio, come in ultimo Drogo, che invano con tenacia inscalfibile ha sognato i suoi tartari e che, ad un passo dalla morte, è costretto a lasciare la fortezza, proprio quando sembra annunciarsi lo scontro, quando forse sta per realizzarsi l’evento, inseguendo la cui illusione egli ha vissuto anno dopo anno senza tentennamenti, senza uno straccio di dubbio che la vita possa essere anche altra e altrove.

La dominanza di questa economia strutturale, che non prevede sprechi, ottiene una secchezza e una unità compositive, una cogenza dello schema, che incrementano il valore-forza dell’attesa; nondimeno una tale configurazione destina il romanzo alla tradizione del genere, decurtandone le potenzialità. Anche perché, dinanzi al destino di un uomo e al suo desiderio inesaudito, un destino comune all’umana compagnia la cui vita è scandita da mancanze che restano mancanze (un destino delusivo in cui è smarrito un senso pieno dell’esistere, e non si compie la svolta che dà profondità allo stare al mondo) e dinanzi ad una sorta di iniziazione alla morte, che è la storia del viaggio di Drogo e della sua particolare antifrastica fiaba, il narratore si fa pietoso.

Il romanzo deve colpire, coinvolgere il lettore, sostiene Buzzati. E cosa di meglio, allo scopo, che far calare il sipario del racconto sul loro congedo dalla vita, accompagnando i personaggi con note melanconiche, prendendoli in un a tu per tu, parlando loro da vicino per confortarli?

Il narratore nel Deserto dei tartari offre il suo soccorrevole intervento entrando lui pure in scena per portare la sua solidarietà e quasi un viatico sacramentale ai buoni, ai puri, agli sconfitti, ad Angustina e a Drogo, accomunati da una sorte drammatica che li ha traditi, epperò capaci di andare incontro alla morte con decoro, con dignità, con serena compostezza. E così offre il suo braccio ad una tradizione del romanzo che nel Novecento è premiata dal successo, epperò appare estranea, refrattaria alla sperimentazione, alla ricerca di altre più complesse forme di espressione e di conoscenza.