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Per la Critica

Note su di un’epica a contraggenio

IL NOVELLONE

DI PAOLO BORZI

di Marcello Carlino e Donato Di Stasi

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MARCELLO CARLINO

IL NOVELLONE di Paolo Borzi

Se, restando alla sola radice del nome, indirizza verso una tradizione letteraria definita e sembra far conto di mettervi casa, quando si calcoli la sua suffissale giunta accrescitiva, il titolo dà preavviso di una intenzione parodica inequivoca e di una parallela ipertrofica dissolutezza; e il sottotitolo, di suo, rinvia a screziature disordinate e fiammeggianti, che non è facile sistemare in uno schema già sul manto di un piccolo, domestico felino.

E di fatti un possibile ordine novellistico, con tanto di cornice e schidionate e apparenti staffette di racconto, è presto sconvolto e infranto per via della ‘scostumatezza’ dei comportamenti delle voci narranti, e della discontinuità che taglia sequenze lineari di temi, e della contaminazione di alto e basso che destabilizza la rappresentazione fin dal luogo e dal contesto del suo prodursi, e delle inquadrature grottesche che accostano e trapassano i potenziali generi di letteratura, e delle situazioni o degli accadimenti con i loro attanti ripresi il più delle volte tra proliferazione barocca e fantasia surreale, e della complessione onnivora ed entropica del linguaggio. Cosicché la maschera del pastiche, in un piccolo picaresco areale ai margini, trucca un’epica piccola, marezzata e picaresca, che Paolo Borzi dà come la sola da portare utilmente in scena, oramai.

 

 

DONATO DI STASI

IL NOVELLONE di Paolo Borzi

 

Fanfara per il lettore comune

 

Scrittura maestosa e esplosiva: l’incipit è per basso elettrico e batteria (tipica sezione ritmica del rock), segue un pieno orchestrale per corni in fa, trombe in si bemolle, tromboni, tube, timpani, gran cassa e tam-tam.

Postmoderno e tribale nella stessa partitura, cortocircuito letterario di Tradizione e Innovazione.

Scrittura di apparente Retroguardia (il novellar Trecentesco dell’italica cultura alta e curiale), invero torrida Avanguardia, annoverando tra i personaggi Leonida Esterrefatti, poeta psichedelico, metafora della irripetibile e rivoluzionaria stagione creativa dei Settanta del Novecento. Questa bivalente linfa Paolo Borzi prova a succhiare e a immettere in una ossimorica narrazione, tutta giocata sull’improvvisazione e sull’applicazione rigorosa di regole prosodiche e poietiche al fine di comporre recitativi a effetto e arie musicali di sarcastico impatto, come se il libro fosse capace di spalancare le nostre finestre e ci proiettasse in altri luoghi, all’aperto, in piazza, coram populo.

Paolo Borzi, teoreta e novellatore, occulta la sua raffinatezza con l’apparente grossolanità di luoghi e fatti che si succedono sotto l’egida del Gatto Mammone, emblema di sacralità e mitologia, scacciate ormai dall’immaginario collettivo, nutrito quotidianamente a centri commerciali e letteratura (sic!) SPAZZATURA.

Qui, fratello lettore, si tratta di arte con la “t” maiuscola: assisterai a una indimenticabile concertazione di linguaggi e storie. Siediti comodo e aspetta con un po’ di trepidazione di voltare le prime pagine del Novellone di Paolo Borzi, un redivivo e geniale John Cage che si appresta a dirigere per te, e solo per te, tutte insieme le nove sinfonie di Beethoven, mescidate con i canti carnascialeschi e con le corrosive versificazioni a braccio degli scomunicati chierici vaganti.