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Storia, Cultura e Società

NAPOLEONE BONAPARTE

ERA DI ORIGINI GRECHE?

di Crescenzio Sangiglio
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Una situazione o, se vogliamo, un caso analogo a quello relativo alla nazionalità dell’attuale britannico poeta e massimo drammaturgo William Shakespeare, tra il XVI e il XVII secolo, in rapporto con la formalmente congetturata,  in base nondimeno a precisi, validi e indiscutibili  testimonia, realtà e verità di una sua nazionalità italiana potrebbe ravvisarsi, mutatis mutandis, anche per quanto attiene a Napoleone Bonaparte, una situazione, questa’ultima, avuta luogo nell’ ultimo quarto  del XVIII secolo in Corsica.
   Partiamo intanto dalla effettività di un evento e di uno stato di cose avuto luogo nel XVII secolo appunto in Corsica dove, ancor oggi, nella città di Cargese vive una minoranza greca a tutti gli effetti riconosciuta e protetta.
   Si sa che in epoca classica popolazioni greche fondarono in Corsica la città-colonia, di Alalia, oggi Aleria. Gli attuali Greci di Cargese però sono i discendenti di un cospicuo gruppo di 730 greci nativi nella regione di Mani (o Maina in italiano, Magne in francese), nel sud del Paloponneso, i quali il 3 ottobre 1675 abbandonarono la terra d’origine occupata dai Turchi e devastata dal condottiero ottomano Amurat.
   Giova tuttavia precisare che tale partenza, divenuta effettiva nel 1675, fu preceduta da una lunga ricerca di una nuova patria iniziata sin dal 1663, quando il vescovo Parhenios Kalkandìs intraprese trattative con la Repubblica di Genova, alla quale all’epoca apparteneva la Corsica, allo scopo di ottenere un territorio da colonizzare.
   Le trattative durarono ben 12 anni fino a che i Genovesi si convinsero di concedere ai Greci l’autorizzazione di occupare un piccolo territorio in Corsica, nella regione della Paonia, non lontano da Ajaccio, a condizione di convertirsi alla chiesa cattolica pur mantenendo però il rito greco-ortodosso.
   Ioannis Stefanòpulos Comneno fu il maggiorente greco che condusse le trattative con Genova.
   A questo riguardo si precisa che due furono le ragioni dell’emigrazione greca in Corsica: l’insofferenza alle angherie e violenze ottomane, da una parte, e dall’altra lo stato di vendetta scaturito tra la famiglia dei Γιατράδες, Jatrades, in italiano Medici e la famiglia dei Στεφανόπουλοι, Stefanòpuli, in italiano appross. Coronari. La gens dei Stefanòpuli fu quella che decise di lasciare la propria terra.
  Dal porto di Ítilo (Οίτυλον), a bordo della nave francese Sauveur, i profughi greci partirono alla volta di Messina, dove rimasero in quarantena. Il 1o gennaio 1676 giunsero a Genova da dove, dopo due mesi di permanenza, partirono alla volta della   Corsica dove raggiunsero poi Paomia il 14 marzo 1676, poco dopo raggiunti anche dal vescovo Parthenios Kalkandìs insieme ad un altro gruppo di coloni greci.
   Comunque sia, durante il soggiorno genovese ebbe inizio altresì l’italianizzazione dei nomi greci. Non bisogna peraltro dimenticare che all’epoca la Corsica era un’isola genovese, cioè italiana in tutto e per tutto, con una propria lingua di natura italiana, il dialetto còrso.
   Appunto in merito alla italianità della Corsica e della sua popolazione, seguiamo il pensiero di Pasquale Paoli, capo della rivolta indipendentista il quale, nel 1750, così ebbe ad  esprimersi in un fondamentale discorso pronunciato a Napoli: “Noi siamo Còrsi per nascita e sentimenti, ma prima di tutto ci sentiamo italiani per lingua, costumi e tradizioni... E tutti gli Italiani sono fratelli e solidali davanti alla Storia e davanti a Dio... Come Còrsi non vogliamo essere nè servi (dei Genovesi, n.d.r.), nè “ribelli” (ai Genovesi, n.d.r.) e come Italiani abbiamo il diritto di essere trattati allo stesso modo degli altri Italiani (.). La nostra guerra di liberazione è santa e giusta... e qui, suoi nostri monti, spunterà per l’Italia il sole della libertà”.
   Intanto, nel 1676, la colonizzazione greca ebbe un esito più che felice, tant’è che entro un anno dall’insediamento riuscirono a realizzare ben cinque frazioni: Rondolino, Salici, Poncone, Corona e Monte Rosso. A Rondolino nel 1678, cioè appena due anni dopo, fu costruita la chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione.
   Nel 1729 durante la ribellione dei Còrsi contro Genova, i Greci rimasero fedeli alla Repubblica subendo l’attacco dei rivoltòsi che saccheggiarono gli insediamenti. I Greci si rifugiarono ad Ajaccio dove rimasero in sicurezza prima di stabilirsi poi definitivamente a Cargese, appunto a 21 chilometri da Ajaccio.
   A questo punto e prima di affrontare il  nodo cruciale della relazione di Napoleone Bonaparte con la regione greca di Mani, nel Peloponneso, poco lontana da Sparta, si deve ricordare come, oltre alla migrazione in Corsica, numerosi altri abitanti di Mani allo scopo di per porre fine alla truce pressione e occupazione dei Turchi, lasciarono la terra natìa trasferendosi all’isola di Corfù e sopra tutto in Toscana (Volterra, Bibbiena, San Giminiano).
   In Toscana tuttavia i 1500 Maniati non ebbero molta fortuna. Non avendo accettato di latinizzarsi, furono deportati in zone paludose dove la malaria e altre malattie li decimarono fino all’estinzione.
   In Corsica, invece, ad Ajaccio, i Greci prosperarono e costituirono una delle più fiorenti minoranze etniche, sopra tutto il casato dei Stefanòpuli Comneni, discendenti del casato imperiale bizantino dei Comneni rifugiàtisi nel Peloponneso dopo la caduta di Costantinopoli in mano turca nel 1453.
   Discendenti di Konstantinos Stefanòpulos Comneno, capo stirpe, furono Theòdoros Stefanòpulos Comneno e Kalomeros Stefanòpulos Comneno.
   Si è detto dianzi del processo di italianizzazione dei nomi greci iniziàtosi già a Genova nel 1676 e proseguito in Corsica, all’epoca ovviamente regione genovese. In tale ambito e in particolare una basilare menzione va fatta all’italianizzazione del nome di Καλομέρος Στεφανόπουλος Κομνηνός, Kalomeros Stefanòpulos Comneno, figlio di Konstantinos Stefanopulos Comneno: da “kalòs” (Καλός) = buono e “meros” (μέρος) = parte, il nome “Buonaparte” che ne derivò era certamente l’esito più naturale dal punto di vista linguistico.
   Il ricercatore e storico cipriota Lambis Konstantinidis in una conferenza tenuta presso il Centro Culturale della Banca di Cipro il 7 maggio 2014 ebbe ad esporre, mediante una documentazione anagrafica e storica, la sua persuasione secondo cui Napoleone Bonaparte traeva le sue origini dalla famiglia dei Comneni bizantini e di Kalomeros di Mani (it. Maina).
   Nell’albero genealogico di Napoleone Bonaparte gli ascendenti risultano essere nell’ordine: Konstantinos Stefanòpulos Comneno, i due figli Theodoros Stefanòpulos Comneno e Kalomeros Stefanòpulos Comneno, cioè Kalomeros (= Buonaparte) Stefanòpulos Comneno, e poi Carlo o Charles Kalomeros diventato Buonaparte, sposato a Maria Letizia dalla quale ebbe 8 figli, Joseph, appunto Napoléon,  Lucien, Marianne, Louis, Marie-Paulette, Caroline e Jerôme.
   Da quanto precede, se ne deduce e risulta che Napoleone Buonaparte, poi Bonaparte, era il secondo figlio di Kalomeros, in italiano appunto Buonaparte Comneno, nato ad Ajaccio il 15 agosto 1769.
   Kalomeros dunque italianizzandosi è diventato Buonaparte e quindi Bonaparte.
   Concludendo la conferenza Lambis Konstantinidis ha sottolineato l’importanza che la Repubblica Francese riconosca nelle origini di Napoleone l’elemento greco emigrato in Corsica quasi un secolo prima, un elemento greco di nobilissime, imperiali ascendenze bizantine, tale da conferire ulteriori e maggiori titoli non solo alla Repubblica Francese di cui Napoleone è esimio erede, ma anche alla stessa nazione francese di allora e di oggi.
   Ora, a completamento delle osservazioni  che precedono si ritiene non essere ozioso riportare qui di seguito alcune notizie attinenti a Napoleone e alla sua famiglia.
   Negli anni 1730-1775 vivono ad Ajaccio i Maniati fuggiti da Paonia. È lì che nasce nel 1769 Napoleone Buonaparte, figlio, come s’è detto, di Carlo Buonaparte Kalomeros. Ad Ajaccio vivono anche molti altri membri della casata dei Stefanòpulos o Stefanopoli italianizzato. Appunto con la famiglia di Panòria Stefanopùlu (o Stefanòpoli) Carlo Buonaparte intrattiene estesi rapporti: addirittura accade che muoia praticamente nelle stesse mani di Panòria.
   La figlia di Panòria, Laura Stefanopoli-Jenot, Duchessa d’ Abrantès e moglie dell’attendente di Napoleone pubblica in Francia, all’inizio dell’Ottocento,  i suoi “Ricordi”, un testo che, a quanto risulta, mai Napoleone successivamente ebbe a contestare o smentire e che dava conto dell’origine greca sia di Napoleone stesso che dei suoi ascendenti.
   Scrive, tra l’ altro: “In casa Bonaparte parlavamo in greco col padre di Napoleone”. Un antenato di Bonaparte apparteneva alla generazione dei Stefanòpuli e portava il nome di Kalomèros.
   Gli Stefanòpoli-Comneni quando parlano dei Bonaparte utilizzano sempre il loro nome greco e li chiamano Kalomeri, Kalomeros o Kalomerianì. La famiglia di Carlo Bonaparte era legata con stretti vincoli di amicizia anche con altre famiglie di Maniati ad Ajaccio.
   Quando Napoleone a 15 anni  rimase orfano di padre e si recò per la prima volta a Parigi,  fu accolto ed ospitato da Demetrio Stefanopoli(Stefanòpulos) Comneno, allora ufficiale dell’esercito francese, fratello di Panòria Stefanopùlu e già intimo amico di Carlo-Maria Bonaparte, padre di Napoleone.
   Lo stesso Demetrio Stefanòpoli Comneno, che nel 1782 con lettere patenti di Ludovico XVI sarà riconosciuto come discendente ed erede di David II Comneno, ultimo imperatore bizantino di Trapezunda, fu altresì tutore di Napoleone negli anni in cui egli era studente alla Scuola Militare di Brienne-le-Château, alla quale era iscritto sin dall’età di 10 anni, dal 1779, e vi studiò fino al 1784.
   La Scuola Militare a Brienne-le-Château era una “filiale”  della centrale Scuola Militare di Parigi.
   Le origini greche di Napoleone attesta anche il professor Haquine, ambasciatore francese a Monaco, in una ricerca sulla famiglia Buonaparte redatta prima della rivoluzione francese, cioè prima del 1789.
   A questo proposito, quindi, v’è da notare come la “tradizione” delle origini greche di Napoleone “nacque” proprio in Francia, in Corsica, e di seguito fu veicolata in Grecia dove non pochi, principalmente letterati, sperarono in un suo intervento in favore del popolo greco sottomesso ai Turchi negli anni dei preparativi alla rivoluzione (1795-1815).
   Adamàntios Koraìs, una delle grandi figure della lotta per l’indipendenza della Grecia individuava nel percorso di Napoleone il nuovo Alessandro il Grande.
   Peraltro, uno dei maggiori benefattori greci degli anni antecedenti ma anche successivi alla rivoluzione, Apòstolos Arsakis, auspicava pubblicamente la liberazione della Grecia ad opera di Napoleone.
   Alèxandros Sutsos, notissimo poeta satirico, riferendosi alle origini greche di Napoleone, non esitò a scrivere il verso: il Còrso avente per patria Taìgeto.1
   Nel 1797 Zanetos Grigoriadis, signore di Mani, in una sua lettera a Napoleone, gli chiede aiuto per cacciare gli Ottomani. Nel 1801 Napoleone invia a Grigoriadis, al porto di Ghithion, nel sud Peloponneso, una corvetta carica di munizioni e armi.
   L’attrazione sentimentale di Napoleone per i Maniati e gli Spartani è fuori di ogni dubbio. Già all’epoca dei suoi studi alla Scuola Militare di Brienne-le-Château, ancora giovanissimo, dimostra la sua predilezione per i Maniati/Spartani redigendo un compito dal titolo Mémoires sur l’éducation des jeunes Spartiates, un lavoro poi andato perduto.
   Naturalmente parlando di Maniati, non nè possibile non accomunare i vicini Spartani, avendo presente il fatto che entrambi questi abitanti appartengono alla regione della Lacònia (Λακωνία) e pertanto tutti sono Làconi, cioè Lacedèmoni.
   Nell’ampio saggio Napoléon et l’Hellénism Jacques-Olivier Boudon tratteggia magistralmente e storicamente il “culto”, si direbbe, di Napoleone per la Grecia antica e i suoi valori patriottici ed etici, e in particolare per Sparta. Sin dall’epoca delle sue letture giovanili “dans un court texte qu’ il rédige, intitulé L’amour de la patrie, il brosse un éloge de Sparte”. In quel testo Napoleone sottolinea: “Ogni tratto, ogni parola di uno Spartano manifesta un cuore incendiato dal più sublime patriottismo”.
   In tal senso nelle vicende dei dibattiti dei filosofi dell’Illuminismo che opponevano “i partigiani di Atene a quelli di Sparta”, Napoleone chiaramente parteggia per gli Spartani.
   Secondo il competente parere di Boudon, la scelta ideologica di Sparta anzichè Atene nelle riflessione di Napoleone colloca quest’ultimo “nel solco di Rousseau” e, in connessione, si trasferisce durante la Rivoluzione nelle accese discussioni critiche che, a proposito del medesimo sottofondo ideologico, oppongono ”i Girondini, seguaci della democrazia ateniese ai Montanari (Montagnards) con Robespierre in testa, ammiratori dell’ egualitarismo  preconizzato dal modello spartano”.
   Bonaperte esprime in vari modi la sua adesione alle idee dei Montagnards nelle premesse della sua originaria attrazione per Sparta, comunque nel generale quadro della cultura greca antica (Plutarco, Tucidide, Erodoto, Platone e le esemplari figure di Aristotele e Temistocle.
   Questa spontanea tensione attrattiva di Napoleone verso tutto quello che rappresenta Sparta e la sua generale filosofia politica non può essere solamente e semplicemente la conseguenza delle letture scolastiche o meno o semplicemente qualche rivelazione di punti comuni nell’analisi delle proprie virtù militari confrontate con quelle dei maggiori condottieri spartani (“Quale sentimento domina la nostra anima all’aspetto di Leonida e dei suoi Trecento Spartani”, riporta ancora Jecques-Olivier Boudon nel suo saggio).
   Non si può quindi non sostenere che qualcosa di molto più profondo, diremmo genetico, insito nel carattere e congenito nella struttura spirituale, all’infuori di ogni influenza di studi, conduca la mente e modelli l’intelletto di Napoleone Bonaparte nella direzione orientativa dell’irreversibile e inevitabile paesaggio maniato-spartano, un viscerale comportamento laconico, tipico ed essenziale, presente in ogni sfaccettatura della poliedrica personalità napoleonica.
   È certo che i Maniati che si stabilirono a Paomia, e poi a Cargese, erano Greci e pure in un ambiente greco, ad Ajaccio, nacque e si nutrì lo stesso Napoleone, figlio di Carlo-Maria Buonaparte/Kalomèros.
   Chiaramente il passaggio della Corsica nel 1768, con il Trattato di Versailles, da regione genovese a possedimento francese, pertanto da un regime di italianità (per il quale purtroppo sfortunatamente si battè Pasquale Paoli) ad un regime di imposizione francese, creò tutti i necessari, e perfino coercitivi, presupposti per una rapida diffusione della nazionalità francese nell’isola.
   Lo stesso padre di Napoleone, Carlo-Maria Buonaparte, segretario di Pasquale Paoli, che nel 1769 ebbe a tentare un’estrema resistenza allo strapotere delle armi francesi, alla fine dovette cedere alla fazione francese ed accettare l’invasione-occupazione francese della sua patria italo-genovese.
   Forse non è ozioso rammentare ancora una volta l’attaccamento dei Greci di Corsica alla madrepatria italiana e genovese durante la rivolta indipendentista dei Còrsi dal 1729 in poi.
   Napoleone divenne francese e come tale visse fino al 1821, imperatore francese e garante dello stato e degli interessi della Francia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


  
Nondimeno il “volto greco” non ha nessuna difficoltà ad emergere con chiarezza il 15 luglio 1815, tre settimane dopo aver abdicato, quando Napoleone affida la propria sorte al principe-reggente d’Inghilterra in una lettera indirizzatagli nella quale “fa riferimento al ricordo dell’Ateniese Temistocle, eroe di Salamina, costretto all’esilio e accolto dal re persiano, suo nemico di ieri” (J.-O. Boudon): “En butte aux  factions qui divisent mon pays, et à l’inimitié  des plus grande puissances de l’Europe, j’ ai terminé ma carrière politique. Je viens, comme Thémistocle, m’ asseoir sur le foyer du peuple britannique; je me mets sous la protection de ses lois, que je réclame de Votre Altesse Royale, comme celle du plus puissant, du plus constant, du plus généreux de mes ennemis”.
   Indubbiamente la cultura classica greca impregnava profondamente la mente e l’educazione di Napoleone Bonaparte, molto probabilmente non tanto a seguito degli studi di storia a scuola, quanto per insita natura e costituzionale formazione nativa di genetica ereditarietà.
   Il contrario non sembra possa riscontrarsi da nessuna parte. 
   

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