Libri & Libri

di Valerio Calzolaio

LE PAROLE DI UN UOMO. INCONTRO CON PRIMO LEVI

Milvia Spadi, Storia, Di Renzo Roma, 2021 (precedenti edizioni 1997 e 2003)

Pag. 202 euro 12, Valerio Calzolaio

 

Primo Levi (Torino, 1919-1987), ebreo e partigiano, fu chimico e scrittore prima e dopo Auschwitz, di cui ci ha lasciato indimenticabile memoria. Con curiosità e grazia, sensibilità e dottrina, praticò pure un terzo amato mestiere: fu linguista, filologo, dialettologo. Fra innumerevoli lasciti molto noti e ripresi vanno sempre ricordati tre cruciali indirizzi assumibili da ogni cittadino nelle proprie consapevolezza e azione: il parlare chiaro (in un’intervista del 1976 Levi mostrò fastidio per l’esibizione linguistica e per i venditori di gergo), il sistema periodico (la chimica è antifascista perché è disciplina in cui le parole corrispondono alle cose), le due culture (sia tecnici che letterati svolgono lavori sotto il segno del fare, lavori anche pratici, un tutt’uno per gli umani sapienti). A pochi mesi dalla morte, nell’autunno 1986 l’ottima giornalista italiana Milvia Spadi lo intervistò lungamente per la rete radiofonica tedesca Westdeutscher Rundfunk. La trascrizione di quella conversazione è poi divenuta il prologo a un bel libro che contiene interviste a personalità, riflessioni storiche, brevi saggi, raccolti dall’autrice per approfondire successivamente i diversi temi trattati con levi, ben affrontati o poi riproposti in occasione della celebrazione della giornata della memoria del 27 gennaio (dal 2001).

Milva Spadi ricorda che Primo Levi usò più volte la lingua tedesca nella conversazione del 1986, alla ricerca dell’espressione adeguata al suo pensiero. I nazisti si rivolgevano ai prigionieri solo nella “propria” lingua, sicché comprendere il tedesco era vitale per la sopravvivenza, frasi e concetti hanno continuato a vivere nell’animo dei reduci in vario modo, sociale e psicologico. Ogni paragrafo della seconda parte del volume riprende un argomento di Levi con una sua frase nel dialogo (il titolo combina appunto l’attenzione alle parole e la denominazione del testo più famoso e tradotto): la scuola e la memoria con alcuni studenti dell’Istituto Leonardo di Vinci di Roma; gli ebrei fascisti e i tedeschi internati, attraverso riferimenti a Riccardo Ovazza, Alexander Stille, Fey von Hassell; il nazismo, il fascismo e i loro figli, con riflessioni lunghe di Rolf Uesseler, Erri De Luca, Alberto Franceschini; i figli e il dolore, attraverso Esther Koppel; la normalità del reduce, attraverso Liana Millu; e tante altre preziose storie poco conosciute. La terza parte affronta cruciali elementi paralleli: la Resistenza tedesca, uno su cento; la Shoah e le leggi del regime; il ruolo della Chiesa; la ragion di Stato, attraverso l’opinione di vari storici ed esperti. In appendice altri opportuni materiali su discriminazioni e intolleranze, pure contemporanei. La prima edizione del testo di Spadi risale al 1997, la seconda al 2003 dopo l’istituzione della giornata della memoria, la nuova appare nel 2021, sempre utile in vista del 27 gennaio.

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LA PROMESSA

Damon Galgut, Traduzione dall’inglese di Tiziana Lo Porto, Romanzo, Edizioni e/o, 2021 (orig. 2021), Pag. 282 euro 18

 

Pretoria. 1986-2017. Nella primavera 1986 siamo in pieno apartheid. In una fattoria isolata dell’Alto Veld, muore l’orgogliosa socievole 40enne Rachel Cohn Swart, da oltre sei mesi ammalatasi di tumore, e il funerale è colmo di tensione, lei era tornata da poco alla sua vecchia religione ebraica anglofona, il marito Herman Albertus Swart e la relativa famiglia, della chiesa riformata olandese, culturalmente rigidamente afrikaner, non lo avevano proprio accettato. I figli sono da tempo in vario modo turbati: il 19enne Anton è sotto le armi, ha forse appena ucciso una donna che stava per tirare un sasso alla manifestazione di protesta e vuole disertare; la bionda procace 17enne Astrid ha appena fatto la prima volta l’amore con l’aitante sincero aiutante alle stalle Dean de Wet e vuole continuare; la piccola bruttina strana 13enne Amor è relegata in un odiato pensionato (il padre non è nemmeno convinto sia la sua, anche se era stato lui a tradire spesso la moglie) e sta per avere la prima mestruazione. Proprio Amor quindici giorni prima aveva ascoltato di soppiatto le ultime volontà della morente, Ma chiedeva a Pa di lasciare alla coetanea domestica nera Salome, che l’aveva servita e accudita per venti anni, molto durante la terribile malattia, una misera casetta storta non distante dalla loro, detta casa Lombard, dove viveva con il figlio Lukas. E se lo fa promettere. Amor lo ricorda a tutti nel disinteresse generale e lo ripeterà sempre. Ritroviamo i figli tutti distanti oltre nove anni dopo, nel giugno 1995, quando è appena morto il padre, morso da un serpente al suo parco dei rettili, ma non vi è traccia dell’impegno sulla casupola nel suo testamento; poi, ancora altre due volte nei momenti topici di vite e morti in famiglia, fino al febbraio 2017.

Splendido e vincitore del Booker Prize 2021 il nuovo romanzo del grande scrittore sudafricano afrikaans Damon Galgut (Pretoria, 1963), un originale spaccato di istantanee sull’epopea familiare e sulla storia sociale. I pochi giorni posteriori a quattro eventi culminanti servono a ricostruire le esistenze dei tre fratelli bianchi all’ombra dell’antica promessa materna-paterna (da cui il titolo) e di altre promesse mancate, all’interno di un paese che passa dall’oppressione alla prevalenza della maggioranza nera. Loro non cambiano per questo, piuttosto per propri autonomi divergenti caratteri e percorsi individuali che suggeriscono anche specifici adattamenti: Anton vorrebbe scrivere un romanzo di rivolta, Astrid si fa amante di un potente politico nero, Amor diventa infermiera e omosessuale (ed è lei l’iniziale e maggior protagonista, colpita a sei anni da un fulmine). La narrazione è varia, c’è una voce narrante che spesso si intervalla alla terza persona varia; lo sguardo comunque terzo ed esterno trasfigura talora nella prima o nella seconda seguendo pensieri e azioni del personaggio, anche in altre città; fra i personaggi cruciali non vi sono solo genitori e figli, con contorsioni varie pensano e agiscono gli zii, i ministri dei culti, più o meno occasionali compagne e compagni di esperienze o di vita; il passaggio dall’uno/a all’altro/a non è scandito e passa dentro le connessioni emotive o contingenti, sempre con grande maestria e poesia; la lettura talora sembra inciampare, mantenendo però il magico fluire di menti e corpi vicini che si guardano reciprocamente da lontano, come se il narratore avesse una cinepresa mai spenta su cambi di scena e prospettiva con lunghissimi piani sequenza (Birdman, ma non siamo a teatro; La la land, ma non è musical). In esergo una domanda a Fellini: “ma perché nel suo film non c’è neanche una persona normale?” Peraltro, “il denaro fa emergere gli aspetti più brutti della natura umana” e sia per gli ebrei che per gli afrikaner “il sangue è la colla più densa di tutte” (e forse anche per altri). Sullo sfondo, Mandela vecchio al lavoro e Mbeki assurdo sull’Aids. Musiche dissonanti. Molto buon vino rosso.

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I COLPEVOLI SONO MATTI. QUATTRO INDAGINI A MÀKARI

Gaetano Savatteri, Racconti gialli, Sellerio, 2022, Pag. 277 euro 15

 

Sicilia. Ultimo decennio. Sono finora usciti 3 romanzi e 8 racconti lunghi dell’ottimo giornalista e scrittore siciliano Gaetano Savatteri (Milano, 1964), con protagonisti il pigro disincantato disoccupato di successo Saverio Lamanna (che narra in prima), l’amico e compagno d’avventura Peppe Piccionello, la tendenzialmente fidanzata magnifica Suleima, il vicequestore Randone in “zona Màkari” (San Vito Lo Capo, Trapani, Mondello, Valle dei Templi). Dal 7 al 21 febbraio 2022 vedremo in prima visione su Rai 1 la seconda stagione, una fiction sull’autofiction come suggerisce lo stesso autore, con attori televisivi ispirati a esilaranti personaggi letterari, genere commedia gialla. La raccolta dei primi racconti è stata pubblicata un anno fa, in contemporanea con la prima stagione. Le vicende poliziesche sono l’occasione per una sarabanda di situazioni comiche e dialoghi scoppiettanti: “I colpevoli sono matti” è il secondo racconto e dà il titolo al volume di piacevolissima rilettura.

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SEX AND THE CLIMATE. QUELLO CHE NESSUNO VI HA ANCORA SPIEGATO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Stefano Caserini, Scienza, People Gallarate, 2022, Pag. 173 euro 14

 

Pianeta. Ovunque si fa sesso. Il clima sulla Terra cambia da sempre all’interno e fra i vari ecosistemi e nell’ecosistema globale, influendo sulle relazioni fisiche ed emotive. Ecco: “Sex and the Climate” dell’ottimo ingegnere ambientale e dottore di ricerca Stefano Caserini (Lodi, 1965) esamina con acume e curiosità le connessioni con sentimenti o desiderio di congiunzione fra gli esseri umani. L’autore lavora sulle strategie di riduzione delle emissioni e segue la produzione culturale sui cambiamenti climatici antropici globali; qui passa in rassegna gli indizi su “eros e clima”, disseminati nelle riviste scientifiche, e le tracce ulteriori in giornali, social, libri, canzoni. Sono dodici bei divertenti colti capitoli; per capirci, quello “Evoluzioni” è così sottotitolato: “Dove viaggiando nello spazio e nel tempo per capire come gli umani si sono amati nel passato non arriviamo a capire come potrebbe andare in futuro ma scopriamo alcune cose buffe sul perché siamo come siamo”.

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40 CAPPOTTI E UN BOTTONE

Ivan Sciapeconi, Romanzo storico, Piemme Milano, 2022, Pag. 207 euro 17,50

Europa. 1938-1943. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, la Notte dei Cristalli, scattò il vero e proprio pogrom antisemita, l’attacco fisico contro gli ebrei e i loro beni in tutti i territori sotto il controllo tedesco, coordinato e ordinato dal Ministro della propaganda Goebbels con il pieno consenso di Hitler. Il piccolo ebreo Natan lo sperimentò a Berlino sulla propria pelle, verificò l’indifferenza di molte delle persone che facevano parte del suo quotidiano, vide l’arrivo dei fuochi e le camicie scure trascinar via il caro divertente padre, gran raccontatore di illuminanti barzellette, e caricarlo su un camion. Qualche anno dopo una signora amica avvisa la mamma che è meglio far partire i ragazzi più grandi, Natan sì, il fratello minore Sami no. Prendono il treno, unico mezzo di meno incerto trasporto, prima verso Vienna e Graz in Austria, poi verso Zagabria in Croazia, dove restano un paio di mesi; un gruppo tenta di proseguire verso Turchia e Palestina, Natan e gli altri (di tante nazioni) restano in un castello a Horjul in Slovenia, più di un anno, giungono in Italia nell’estate 1942, arrivano a Modena, finché il rabbino della sinagoga li destina a Nonantola. A Villa Emma giungono quaranta ragazzi e nove adulti, ci sarebbero quarantatré stanze, riescono subito a tenderne vivibili due, una per i maschi, una per le femmine. Fanno lavoretti, ascoltano lezioni, imparano mestieri, si riuniscono in assemblea, incrociano cittadini e ragazzi del paese, spediscono e ricevono lettere, riescono pure a procurarsi il pianoforte per Boris, il pianista russo. La Delegazione per l’assistenza degli emigrati ebrei (DELASEM) fa molto, ma sono soprattutto i cittadini locali ad aiutarli, i contadini portano cibo, i falegnami forniscono letti, le sarte cuciono vestiti. E il loro sostegno diventa decisivo quando arrivano le SS e bisogna trovare il modo di nasconderli e farli fuggire verso la teoricamente neutrale Svizzera (c’è un primo tentativo fallito rispetto al quale viene alla mente la vicenda di Liliana Segre).

Il creativo insegnante di scuola primaria (a Modena) Ivan Sciapeconi (Macerata, 1969) ha al suo attivo già vari testi didattici e di narrativa per ragazzi e ora racconta con maestria una bella storia vera, un riuscito esordio nel romanzo. Con tono giusto e garbato, sceglie il punto di vista di un bambino ai bordi della pubertà, la narrazione è in prima persona al presente, con mescolanza sapiente di tempi e contesti, di ricordi e illusioni, di pensieri e dialoghi. Il titolo fa riferimento all’ultima necessità della fuga, le donne del paese tutte a produrre cappotti eguali in poche ore, con bottoni e asole al posto giusto, come se fosse una gita di adolescenti. Il romanzo può essere letto da 8 a 98 anni, niente astruserie, sigle, prosopopea. Lo stile e le parole sono curate, le emozioni di un giovanissimo, il dramma di alcune generazioni. Un vecchio e un bambino riescono a seguirlo e a capirlo, a divertirsi e a commuoversi, allo stesso modo. Nella Villa le lingue parlate erano tante, ci si intendeva in molti modi. In fondo al testo si trovano i nomi veri dei ragazzi di Villa Emma e dei loro accompagnatori. Natan ripete spesso che si sforza di memorizzare l’identità di chi li stava aiutando, deve loro la vita, vuole che se ne conservi la memoria. L’autore ha raccolto materiali, testi, racconti e testimonianze parziali, informazioni storiche, pur segnalando che possono esserci dimenticanze, si tratta appunto di un romanzo storico. Del resto, esiste ancora oggi una Fondazione Villa Emma che svolge un eccezionale lavoro culturale e di documentazione. Gli ospiti ebrei di allora fuggirono davvero tutti insieme, solo un piccolo gruppo tentò la via verso sud (e gli americani), un paio si unirono alla Resistenza nelle Marche. Una volta partiti, la vita a Nonantola riprese e vi sono pubblicazioni di piccoli editori locali a raccontarla, alcuni cittadini non sopravvissero alla Shoah, altri furono nominati Giusti tra le Nazioni dallo Yad Vashem; così come iniziò la nuova esistenza degli arrivati in salvo, alcuni dei quali tornarono nel modenese a guerra finita.

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IO, TINA MODOTTI. FELICE PERCHÉ LIBERA

Gérard Roero di Cortanze, Traduzione di Chetro De Carolis

Biografia. Elliot Roma, 2021, Pag. 308 euro 18,50

 

Da Udine al Messico, con mille transiti. 17 agosto 1896 – 5 gennaio 1942. Si può sempre trovare una buona occasione per incontrare o reincontrare un’italiana interessante e misteriosa, migrante e sfuggente come Tina Modotti. Fate come se vedeste Monica Bellucci, un secolo prima ovviamente. Assunta Adelaide Luigia Tina Modotti Mondini, era nata a fine Ottocento in Friuli ed è considerata una fra le più grandi fotografe del ventesimo secolo. Figlia battezzata della sarta “cucitrice” Assunta Mondini (1863-1936) e del carpentiere tornitore “tuttofare” socialista Giuseppe Saltarini Modotti (1863-1922), terzogenita di sei sorelle e fratelli, Tina non poté studiare a lungo; fece presto a dodici anni l’operaia in una filanda e in una fabbrica tessile, dodici ore al giorno come dipanatrice, sbobinatrice, torcitrice, orditrice; nella bottega dello zio Pietro imparò a essere fotografata e a scattare foto, poi a capire qualcosa di negativi e positivi. Nel 1913 decise di lasciare l’Italia e raggiunse a San Francisco il padre emigrato (per le idee politiche e la carenza di lavoro), nei decenni successivi divenne una famosa richiesta fotografa e un’indomita rivoluzionaria in vari continenti, parlò molte lingue e amò molti uomini, alcuni particolarmente significativi per la sua vita. Esistono innumerevoli materiali (pur se purtroppo numerose sue foto sono andate perdute per svariare ragioni), varie corrispondenze e curati cataloghi di mostre, alcune buone biografie, tuttavia fu partecipe di così eminenti eventi storici, frequentò con reciproci fascino e stima così grandi personalità, lasciò una traccia così profonda nei tanti che ebbero modo di incontrarla che non si finisce mai di godere leggendone gesta, manufatti, scritti, relazioni.

L’ottimo scrittore e letterato francese Gérard Roero di Cortanze (Parigi, 1948) ben riesce nella difficile impresa di ricostruire coerentemente, con nuove luci e scene, la biografia di Tina Modotti, da leggere! La definizione più corretta è quella di romanzo biografico, non perché non sia accuratamente documentato, quanto perché la narrazione cerca con successo di essere raffinata ed empatica, in ottemperanza con la frase della protagonista nell’esergo: “So che il problema di vivere influisce profondamente sul problema della creatività artistica”. Ecco, l’infanzia e la prima adolescenza abbozzano un’identità sociale culturale politica di Modotti che si affinerà e resterà cruciale: la solidarietà degli operai, dei poveri, degli emarginati contro sfruttamento e discriminazione; la necessità di muoversi ed emigrare per sopravvivere; l’opportunità di lottare per i propri diritti in una libera organizzazione collettiva. Poi la seconda adolescenza e la maturazione californiana aggiungono il desiderio e la capacità di esprimersi in forme artistiche, teatro cinema fotografia poesia giornalismo, condividendo sentimenti e contingenze (non potendo avere figli). I diciassette capitoli hanno il titolo di un’emozione scritta di Tina e tracciano la rotta cronologica dei suoi principali spostamenti. Divenne comunista, visse sempre senza certa stanzialità e senza pace (nemmeno dei sensi), fu spia e crocerossina durante la guerra civile spagnola, morì giovane per un infarto nel suo Messico. Era bellissima e conturbante, non molto alta, flessuosa, capelli color prugna, curve soavi, volto espressivo: ebbe un’esistenza travolgente. Roero di Costanze ce la racconta con garbo, senza pruderie, usando spesso dialoghi esplicativi, evidenziando con equilibrio le questioni controverse, illustrando con parole le foto notissime o perdute. Sempre emergono i turbamenti, i dolori, le malattie, gli inghippi, i guai finanziari, accanto a intensi legami familiari, passioni, gioie, successi, rivoluzioni, generosità. Tina Modotti patì per potersi sentire anche libera e felice (da cui il titolo), continuiamo casti ad esserne fortemente ammirati e inutilmente innamorati, un secolo dopo.

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IL PROFUMO DELLO STRAMONIO. IL RICHIAMO DELLA STREGA. STORIE SARDE DEL MISTERO

Nicola Verde, Racconti noir, La Lepre Roma 2021, Pag. 235 euro 16

 

Sardegna. Ultimi decenni. L’ottimo scrittore d’adozione romana Nicola Verde (Soccivo, Caserta, 1951) raccoglie nel volume “Il profumo dello stramonio” una quindicina di brevi racconti (genericamente noir), scritti in anni diversi e lontani, perlopiù già pubblicati (qualcuno anche premiato), tutti in vario modo dedicati al fantastico contesto sociale e ambientale della Sardegna, a lui caro. Non si tratta di una semplice antologia, piuttosto forse di un “anto-romanzo”, così prova a definirlo l’autore stesso. Infatti, d’accordo con l’editore, Verde ha cercato di legare tutte le narrazioni con “il richiamo del sangue”, un racconto cornice per il prologo, undici intermezzi, l’epilogo, conseguentemente “limando” i testi originali: un maresciallo dei carabinieri molto anziano narra in prima persona di quando chiese di trasferirsi da Roma sull’isola, a Bonela, e di come sono poi per lui emerse le vicende dei vari racconti del mistero, fra mito e realtà, fra popoli antichi e leggende moderne.

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IL SEGNO ROSSO DEL CORAGGIO. UN EPISODIO DELLA GUERRA CIVILE AMERICANA

Stephen Crane, Romanzo storico, Sellerio Palermo, Traduzione (edizione Frassinelli 1998) e cura di Alessandro Barbero, 2022 (1° ed. americana 1894 sui quotidiani, 1895 in volume; innumerevoli edizioni italiane dal 1942), Pag. 256 euro 14

 

Chancellorsville. 30 aprile - 6 maggio 1863. Due eserciti in battaglia nella Guerra di Secessione 1861-65: Nord contro Sud, unionisti contro confederati, blu contro grigi, liberali contro schiavisti, potente Armata del Potomac di Hooker contro sparpagliata Armata della Virginia Settentrionale di Lee, sconfitti contro vincitori (quella volta). Il grande scrittore-giornalista Stephen Crane (1871-1900, morì giovanissimo di tubercolosi) scrisse “Il segno rosso del coraggio” dal (suo) punto di vista settentrionale, una disfatta dei generali e dei soldati unionisti contro i ribelli. Il romanzo è una delle prime narrazioni di guerra, magistrale e disincantata, in terza persona al passato, perlopiù su un ragazzo desideroso di eroismo e colmo di paura, inevitabilmente vile e violento, come in tutti i conflitti armati di massa. L’ottimo storico Alessandro Barbero (Torino, 1959) lo tradusse oltre 20 anni fa, il testo segnò le sue ricerche successive, oggi lo presenta con una bella introduzione.

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IL FRANCESE

Massimo Carlotto, Noir, Mondadori Milano, 2022, Pag. 211 euro 17

 

Veneto, Nord Italia. Almeno un paio d’anni fa, abbastanza prima della pandemia comunque. È primavera a Padova e il 46enne Toni Zanchetta sta accompagnando la 23enne Claire da un cliente di Arezzo, in un hotel vicino all’autostrada. Verso l’una la lascia all’ingresso del parcheggio in una zona non coperta da telecamere, deve urgentemente raggiungere l’altra sua 34enne escort Valérie, alle prese con un direttore di filiale di banca dalla forte propensione all’autolesionismo; subito dopo dovrebbe occuparsi di altri impicci simili. Tuttavia, lo chiama il portiere dell’hotel, il cliente è incazzato perché Claire non si è presentata. Va nell’appartamento che lei divide con una studentessa, la quale non ne sa nulla. La stanza sembra in ordine, i soldi nascosti ci sono, non trova indizi e si preoccupa davvero: capisce che quando i genitori non avranno più notizie della loro Serena Perin, la doppia vita di Claire verrà fuori e gli sbirri andranno a cercarlo. Nell’ambiente tutti sanno che Toni è un pessimo violento magnaccia, riconvertitosi come Il Francese, un macrò ora cortese per gestire la maison, un’agenzia di dodici affascinanti prostitute, ognuna con un personaggio creato e costruito con cura (da lui) per una clientela con alte esigenze, diversificate e strane, disposta a spendere cifre notevoli, del cui ammontare elegantemente si tiene (solo) la metà, facendole sentire in apparenza più socie di un’impresa che sfruttate (pur se affrancarsi dovrebbe loro costare duecentomila euro, molto complicato). Toni avvisa Angela, la ricca raffinata donna sposata cui è legato da anni, che è meglio (per lei) troncare. Settimane dopo arriva la polizia, il commissario Franca Ardizzone vuole incastrarlo e se la sta prendendo comoda. Una gang serba gli propone un alibi se cede loro tutti gli affari, ragazze e contatti. La vicenda s’ingarbuglia, la criminalità è organizzata, incombono concorrenze vendette spiate omicidi.

Massimo Carlotto (Padova, 1956) conferma di essere un Maestro internazionale del noir. Parla ancora di noi, della nostra quieta provincia metropolitana e della connessa dimensione criminale, questa volta soprattutto della fiorente crudele industria della prostituzione. Il sesso, in vario modo, riguarda ogni animale e ogni sapiens: fra gli umani non è mai solo un fatto privato o individuale, influisce sulla relazione specifica e su ogni relazione emotiva, determina fenomeni e gerarchie sociali, può inevitabilmente essere venduto e comprato. La narrazione è in terza fissa al passato (la vicenda occupa due anni), sempre e solo sul Francese (da cui il titolo). In tutti i garbati colloqui con le sue “protette” emerge, in forme meno o più consapevoli, quanto sia un autentico schavista, un proprietario di corpi, un altro prodotto della cultura patriarcale (capace di ricatti, stupri, botte con una racchetta da tennis). In particolare, è Fabrizia Isabelle Masiero, ancora magnifica e solitaria per l’amputazione del braccio sinistro dovuta a un sarcoma, a sbattergli in faccia la realtà: le era stato vicino solo perché sperava tornasse a lavorare per lui (“la puttana monca era una chicca”), le prostitute dovrebbero tenersi il novanta per cento del guadagno e dovrebbero essere libere di gestirsi: offrire sesso a pagamento (sex workers), non il proprio corpo. Il romanzo, invece, non intende offrire schemi sociologici o soluzioni consolatorie. Carlotto, dopo un’intensa verifica di dati e testimonianze sul territorio (da giornalista investigativo), con eccelso stile come sempre, mostra il fariseismo bigotta dell’ideologia prevalente nel nordest (la terra del nero e dei maghi dell’evasione, con la magia del contante), viviseziona l’anatomia diffusa delle ipocrisie sociali, opera chirurgicamente su fratture e contraddizioni reali, segnala implicitamente come ogni forma di violenza e sopraffazione chiami altre violenze ottuse e sfruttamenti implacabili. Ci si aggrappa spesso a cognac e grappa. A Lorella piacciono gli Stadio, lo confessa al Francese al loro primo (pagato ma dolce) incontro.

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L’ERA DEGLI SCARTI. CRONACHE DAL WASTEOCENE, LA DISCARICA GLOBALE

 

Marco Armiero, Traduzione di Maria Lorenza Chiesara, Ecologia, Einaudi Torino, 2021 (orig. 2021), Pag. 123 euro 15

 

Pianeta Terra. Dopo il Neocene, o Neolitico che dir si voglia. Lo scarto non va considerato solo una cosa, ogni scarto allude a un insieme di relazioni socio-ecologiche tese a (ri)produrre esclusione e diseguaglianze. Certo, oggi i rifiuti sono un tema estremamente di moda, nella vita quotidiana come nella letteratura scientifica, dall’antropologia alla storia, dall’ecocriticismo alla sociologia, passando per l’economia, il diritto, le scienze politiche, la geografia, l’archeologia, il design, la filosofia e chi più ne ha ne metta. Gli scarti possono essere considerati la caratteristica planetaria della nuova epoca in cui viviamo che forse va definita proprio come Wasteocene (Scartocene, dall’inglese: scarto, rifiuto). Invece, l’ipotesi di una nuova era geologica chiamata Antropocene rischia di porre l’accento sull’immagine neutrale di una generica età degli umani (cieca nei confronti delle differenze sociali, storiche, di genere ed etniche) e di dare poco conto dell’impattante sistema economico e sociale protagonista sia delle specifiche attività umane contemporanee che delle wasting relationship, le relazioni di portata davvero planetaria che producono ovunque luoghi, comunità e persone di scarto. Dentro l’attuale lunga secolare fase, othering, ovvero la produzione coloniale dell’altro, e saming, ovvero l’invenzione retorica del “noi”, sono due facce della stessa medaglia. Molte riflessioni sono ineccepibili, il focus resta consapevolmente abbastanza antropocentrico, l’obiettivo esplicito è stimolare un’alleanza di liberazione multispecie attraverso commoning relationship, collettivi che producono benessere per mezzo della cura e dell’inclusione.

L’ottimo studioso e docente di storia ambientale Marco Armiero (Napoli, 1966) da anni partecipa, con grande rigore scientifico e passione militante, a ricerche negli Stati Uniti e in Europa sull’ecologia, la giustizia sociale e ambientale, i cambiamenti climatici, risultando certamente fra i protagonisti del miglior dibattito accademico e culturale sull’attuale crisi socio-ecologica. All’interno del progetto Occupy Climate Change ha pubblicato in inglese questo bel testo di efficace descrizione della realtà, subito utilmente tradotto anche per i lettori del suo paese, il nostro. Il primo capitolo ripercorre le vicende del discorso sull’Antropocene, propone il Wasteocene come inquadramento alternativo (da cui il titolo) ed esplora le narrazioni fantascientifiche multimediali sullo Scartocene e il modo in cui questi immaginari configurano le nostre idee riguardo all’apocalisse dei rifiuti. Il secondo capitolo illustra la parzialità delle narrazioni dominanti che “scartano” anche le storie di tossicità (cancellando e addomesticando memorie, colpevolizzando le vittime e naturalizzando l’ingiustizia) e rivolge l’attenzione ad alcune specifiche manifestazioni delle wasting relationship negli Stati Uniti, in Brasile e in Ghana. Il terzo capitolo utilizza Napoli come laboratorio, esplorando al microscopio il fenomeno globale nelle vicende della città (le epidemie di colera, il “male oscuro” dei Settanta e la successiva crisi dei rifiuti). Il quarto capitolo evidenzia le forze che stanno provando a sabotare quelle wasting relationship, sperimentando nuove relazioni socio-ecologiche, pratiche collettive che generano al tempo stesso beni comuni e comunità. Ricchi e puntuali i riferimenti bibliografici finali. Al di là della discutibile ipotesi terminologica (come se il Neocene non fosse abbastanza associabile ad altre diseguaglianze e al lavoro soprattutto schiavistico; come se da secoli e decenni non fosse cruciale l’impatto globale delle attività umane, ingiuste e giuste; come se la ricerca critica dell’ipotesi maggiormente semplice e ampiamente consensuale fosse di per sé un difetto; come se un’era geologica fosse smantellabile), il volume offre un contributo molto utile, abbina interessanti ragionamenti teorici a importanti casi empirici, sottolinea giustamente intrinseche connessioni tra capitalismo e razzismo e aiuta a evidenziare ancora una volta la non neutralità della scienza e delle scienze, le conflittualità sociali interne a ogni periodizzazione geologica e storica e la necessità di non restare indifferenti e di impegnarsi scientificamente contro diseguaglianze, discriminazioni, sfruttamenti.

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LE OSSA PARLANO

Antonio Manzini, Noir, Sellerio Palermo, 2022, Pag. 401, euro 15

Val d’Aosta e dintorni. Aprile 2014. Il vice questore Rocco Schiavone può ormai tornare al lavoro. Ha testimoniato al processo romano contro il primo dirigente di polizia Mastrodomenico, a capo della banda armata sulla quale aveva indagato nel 2007, poi nel 2012 responsabile del suo trasferimento in montagna (pur per giustificati motivi disciplinari); ha finalmente bruciato le scarpe e gli abiti della moglie Marina uccisa per gli sviluppi di quell’indagine, lei comunque continua ad apparirgli e a parlargli; ha venduto a un buon alto prezzo l’attico a Monteverde Vecchio, sente di non avere più davvero nessun legame con Roma; ha dormito in una stanza d’albergo a piazza Vittorio, “’sta città m’ha cacciato e a tornarci non vedo il motivo”; ha salutato con affetto gli amici d’infanzia Brizio e Furio, tutti e tre traditi da Sebastiano complice della banda. Al rientro scopre che Lupa ha partorito tre cuccioli ma viene subito coinvolto da una brutta storia: nei boschi vicino Saint-Nicolas (a una trentina di chilometri dal capoluogo) durante la passeggiata un ortopedico in pensione ha rinvenuto ossa umane, di bimbo. Chiamano subito vari esperti e l’antropologo forense di Torino offre un nome ai resti (finché non trovano quello vero): Pillo era alto un metro e 25 e doveva avere tra dieci e undici anni, si vede una vecchia frattura alla gamba sinistra, difficile dire da quanto è morto, forse nel 2008. Trovano pure una spilletta con lo stemma scudo di Capitan America e cominciano a fare ricerche fra gli scomparsi e i pedofili, domande in giro. Presto riusciranno a scoprire l’identità dell’ucciso, la spilla è di Mirko di Ivrea, quasi certamente strangolato, probabilmente violentato, tutta la squadra della Questura non se ne dà pace, bisogna trovare chi è stato. In tutti i modi. Rocco è la quinta volta che incappa nell’omicidio di un minore, non riesce a ignorare orrori malattie sangue lacrime, si concentra solo sull’indagine, con tanta pazienza e il solito acume (anche nel gestire i suoi uomini e donne).

Undicesimo godibilissimo romanzo letterario dell’eccelsa serie Schiavone per l’attore e regista di teatro Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato diciannove mesi valdostani del suo personaggio romano, sempre con uno straordinario meritato successo (anche in televisione, strumento diverso e separato, a breve la quinta stagione). Qui il processo di desertificazione interiore (il continuo circuito di illusioni e delusioni) è confermato dal senso di solitudine amoroso ma affievolito dal totale disgusto e dalla fattiva rabbia verso il pedofilo assassino. “I fatti corrono, scivolano via come oggetti in una scarpata e vanno a finire in luoghi nascosti dove recuperarli è impossibile. Solo le parole, a volte, possono fermarne la corsa”, enunciate o lette o scritte. Tutto avviene in terza persona varia al passato (quasi sempre su Rocco), lo stile appare sempre curato e coerente fra commozione e sorriso, i dialoghi affiatati e divertenti, il titolo connesso alle vere attività del Labanof di Milano per i cadaveri senza nome (ancor più meritorie in relazione al naufragio di Lampedusa il 3 ottobre 2013), così sintetizzate dall’antropologo nel caso concreto: “Ossa luquuntur. Le ossa parlano. I denti…la tibia sinistra…l’osso ioide…”. Il protagonista non rinuncia a Loden e Clarks, si rattrista per Mirko ucciso e il figlio che non ha avuto, sottolinea alcune significative rotture di coglioni dell’ottavo livello: le rimpatriate fra colleghi (è tornata anche Caterina), ginnastica e sport, l’acquisto di un nuovo telefono. Tutti gli altri e le altre della squadra aggiornano propri casini e passioni: per esempio Italo le pericolose illegali truffe al poker o Michele la conquistata normalità del rapporto con Federico. Come sempre tanti libri nelle righe o fra di esse, tanti personaggi definiti dagli animali cui assomigliano. Segnalo il molto fico capo ufficio stampa del FAI a Milano che potrebbe aver conquistato la mamma di Gabriele: chi mai sarà? Whisky sì, se è vino queste volte bollicine oppure rosso. L’anatomopatologo Alberto Fumagalli è pure esperto di musica, considera Kikujiro di Joe Hisaishi in L’estate di Kikujiro una delle più belle colonne sonore di sempre e Atom Earth Mother dei Pink Floyd qualcosa di definitivo.

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LA SCIENZA SUI GIORNALI. LA COLLABORAZIONE CON “L’UNITÀ” E “STRISCIAROSSA“ (1987 - 2020)

Pietro Greco, A cura di Maria Enrica Danubio, Cristiana Pulcinelli e Fabrizio Rufo, Giornalismo e scienza, Carocci Roma, 2021, Pag. 251 euro 23

Ogni luogo in cui si trovò e poté scrivere. Per i lettori di allora, per i cittadini del presente. Il volume firmato da Pietro Greco è postumo, il 18 dicembre 2020 la vita è sfuggita di cuore e di mano all’amico chimico e giornalista (Barano d’Ischia, 1955 – Ischia, 2020). Alcuni bravissimi colleghi e amici hanno selezionato una sessantina degli oltre 1500 articoli che scrisse per il quotidiano “l’Unità” lungo 27 intensi anni (1987-2014) e altri tre successivamente ospitati dal quotidiano online “Strisciarossa”. Pietro, a metà degli Ottanta, lasciò l’incarico di borsista presso il laboratorio chimico dell’istituto di ricerca e tecnologia dei polimeri del CNR di Pozzuoli e divenne giornalista, collaboratore a tempo pieno presso il quotidiano nazionale del Pci che stava decidendo di lasciare più spazio alla scienza, addirittura un’intera pagina quotidiana per oltre un decennio. Scelse quel mestiere, non smise più di informare con competenza di causa. Divenne il miglior educatore scientifico italiano degli ultimi decenni, scrivendo spesso anche approfondimenti in saggi di volumi specifici e articoli di riviste, allargando via via l’impegno alla formazione professionale e alla ricerca culturale, poi a lungo formatore dell’intera categoria di ragazzi e ragazze che oggi potete leggere con gusto scientifico su tanti organi di informazione. Ogni luogo che consentisse di ampliare la cittadinanza scientifica delle italiane e degli italiani fu il suo, sempre disponibile e generoso, capace di valorizzare in interviste e commenti chi continuava a frequentare laboratori e università, attento a sollecitare dirigenti politici e rappresentanti istituzionali (del suo e di altri partiti) ad accrescere finanziamenti e ruoli per la ricerca scientifica.

La docente di Ecologia umana Maria Enrica Danubio, la giornalista scientifica Cristiana Pulcinelli e il docente di Bioetica Fabrizio Rufo hanno ottimamente curato un’antologia degli articoli quotidiani di Pietro Greco, mostrando chiaramente la loro fertilità oltre la cronaca: è utile leggerli oggi per capire l’oggi. Certo, con intelligenza e spirito critico (come furono scritti). I testi sono presentati in ordine cronologico, evitando le interviste (usate per rappresentare fedelmente il pensiero e il contributo di illustri personalità), limitando le recensioni (inevitabili visto quanto leggeva per dovere e piacere), sottolineando i temi ricorrenti (fisica delle particelle, cambiamenti climatici antropici globali, neuroscienze, biotecnologie, epidemie, biologia evoluzionistica) e riportando alcuni straordinari “ritratti” con i quali aggiornava lettori ed esperti sulle diverse correnti del pensiero scientifico e filosofico. I curatori chiariscono che la maggior parte degli articoli tralasciati “sono di bellezza, valore e interesse pari a quelli scelti” e che sarebbero necessarie autonome pubblicazioni per i pezzi della rubrica “Commenti” e forse per le cronache delle grandi conferenze ambientali internazionali cui fu inviato meticoloso e militante. Rileggerli aiuta tutti a comprendere meglio cosa davvero è accaduto negli ultimi decenni nel rapporto tra scienza e società e nella crescita (oggettiva) del ruolo assunto dalla scienza “sconfinata” per il funzionamento della società contemporanea e della stessa democrazia. In fondo al volume l’elenco dei quasi sessanta volumi da lui firmati e di una quindicina di curatele (sarebbero centinaia le prefazioni, introduzioni, postfazioni), poi le postfazioni di Pietro Spataro, Walter Tocci, Lucia Votano. Chi pensa e scrive sa di essere sempre debitore non solo di proprie letture ma soprattutto di pensieri e scritture altrui, a quanti Pietro Greco ha fatto maturare un credito di opinioni e testi? O anche solo di scambi di autorevole opinione, di risposte a domande mirate, di revisione di bozze? Era il suo modo di tentare di far godere altri delle proprie competenze e capacità, quanti più altri possibile, anche a costo di guadagnare meno, di tralasciare momenti intimi, di correre troppo, mai sfacciato. Indimenticabile Pi greco.

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UN OLOCAUSTO ITALIANO. VOCI DI SOLDATI ITALIANI DAI LAGER

Autori vari, A cura di Paolo Paganetto, Storia, Oltre Sestri Levante, 2022, Pag. 347 euro 21

 

Dall’Italia all’Europa di Hitler. Subito dopo l’8 settembre 1943. Successivamente all’armistizio terminò formalmente il regime fascista e larga parte dell’Italia fu occupata dagli ex alleati tedeschi. Ufficiali e soldati, di vario orientamento politico e religioso, ebbero il coraggio di rifiutare l’arruolamento nella ancora fascista Repubblica di Salò, furono “patrioti” per non tradire la propria patria italiana. I nazisti ne inviarono allora tanti nei lager e nei campi di lavoro sparsi in Germania e nei paesi limitrofi. Il volume “Un olocausto italiano”, curato da Paolo Paganetto (Castiglione Chiavarese, 1950), amministratore della casa editrice ligure Oltre, raccoglie trentasei toccanti testimonianze degli internati militari italiani, redatte in forma sia narrativa che poetica (talora con relativi disegni), nell’immediata vicinanza temporale agli eventi raccontati, distinte in tre parti: verso l’abisso, nei regni della morte pianificata (la maggior parte dei testi), dopo l’inferno.

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IL CODICE DELL’ILLUSIONISTA

Camilla Läckberg e Henrik Fexeus, Traduzione di Alessandra Albertari e Laura Cangemi, Noir, Marsilio Venezia, 2021, Pag. 719 euro 22

Stoccolma. Oggi nella pandemia, tra febbraio e ottobre scorsi. La bionda Tuva lavora in un bar del quartiere di Hornstull, è in ritardo di oltre mezz’ora, il figlio Linus la sta aspettando al nido. Si mette un caffè nel bicchierino di carta e corre verso la metro, ma le gambe le cedono, sviene. Si ritrova con gli arti incastrati in una cassa di legno molto stretta, non lo sa ma è la cosiddetta sword casket o sword box. In rapida successione alcune spade la tagliano superficialmente con precisione e poi la squarciano da parte a parte, muore. La polizia non sa dove mettersi le mani quando la cassa viene ritrovata il giorno dopo in un luna park, il corpo non viene identificato, non ci sono né indizi né indiziati; si trova disorientata e senza idee pure l’autonoma squadra speciale al di fuori dell’organigramma, coordinata dalla competente figlia del capo della polizia. Qualche giorno dopo, prima che la stampa intervenga, l’ostinata, agguerrita e paranoica ispettrice Mina Dabiri (viso acqua e sapone, coda di cavallo) suggerisce di coinvolgere nel caso il famoso 47enne Maestro Mentalista Vincent Walder e va a vedere il suo applauditissimo spettacolo al teatro di Gävle, riuscendo a parlarci dopo l’esibizione e a spiegare le ragioni per cui hanno bisogno di un esperto sia di psiche umana che di illusionismo classico: sembra esserci un messaggio nell’omicidio e forse non è la prima e comunque l’unica vittima. Dopo un’altra settimana Mina lo richiama e si rivedono: pur non essendo né psicologo né terapeuta (si considera un intrattenitore), Vincent è invitato il giorno dopo alla sede centrale della polizia per essere presentato alla squadra. Scatta subito la necessità di una manutenzione psicologica del gruppo (i maschi sono vigili e diversi) e i passi avanti stentano ad arrivare, si muore ancora e, forse, bisogna invece andare indietro nel tempo, a Kvibille, al 1982, a quando l’illusionista era bambino.

La brava notissima autrice e imprenditrice Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson (Fjällbacka, 1974, quattro figli) e il mentalista e conduttore televisivo Henrik Fexeus (Örebro, 1971, tre figli) hanno scritto davvero a quattro mani il primo lungo episodio di una trilogia con due nuovi protagonisti “strani”, goffi e affascinanti. La narrazione è in terza varia su due differenti piani narrativi, da una parte ora con tempi al passato, mese dopo mese, dall’altra quasi quaranta anni fa con tempi perlopiù al passato e infine al presente. La misofoba Mina e il simmetrico Vincent sono pieni di manie e ossessioni, inevitabilmente si attraggono con stile e rispetto. Il dipanarsi della vicenda è l’occasione per conoscere e ammirare retorici linguaggi del corpo e ossessivi calcoli numerici, comunicazione non verbale e psicologia pratica, lavori sulle illusioni e giochi di prestigio, decifrazione di codici e fenomeni abduttivi, insomma che succede nella nostra testa per contribuire a determinare i nostri comportamenti. E viceversa. Il titolo ne consegue. Per capirci: il lancio di un’occhiata divertita può comportare attrazione chimica, ovvero un picco della produzione sia di cortisolo, l’ormone dello stress, che di dopamina, la cosiddetta “sostanza del piacere”, e allo stesso tempo far aumentare la secrezione di serotonina, che a sua volta provoca un rialzo del quaranta per cento di testosterone. E ciò vale sia nelle riunioni circoscritte che di fronte alle tanti differenti persone di un pubblico spettacolo. A buon rendere. Ne risulta un avvincente giallo, ricco di cambi e colpi di scena, e un’interessante acquisizione culturale, scritta con stile e maestria.

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CRUDELTÀ

Luigi Lombardi Vallauri, Doppiavoce Napoli, 2021, Pag. 140 euro 14

 

Storie. Ovunque vi siano sapiens. Se violenza è, generalissimamente, un generico infliggere un danno, la crudeltà potrebbe essere definita come il far soffrire sapendo, o dovendo sapere, di far soffrire, dunque la relazione fra (almeno) due soggetti, uno attivo e cosciente, uno passivo e capace di soffrire. Dal nostro umano punto di vista il mondo fisico e l’evoluzione biologica sono forse congegni di formidabile violenza non crudele. Il noto filosofo del diritto Luigi Lombardi Vallauri (Roma, 1936) aveva studiato professionalmente solo alcuni aspetti isolati della materia, per esempio il libertinismo sadiano, l’abortismo libertario, la violenza ecclesiastica e politica della cristianità storica, l’inferno cattolico, l’esclusione sociale, il carcere. Ora nell’interessante volume “Crudeltà” (collana La parola alle parole, curata da Ugo Leone) presenta un vero e proprio inventario delle crudeltà pubbliche, private e sociali, nelle varie epoche storiche dell’Occidente e dell’Oriente.

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IL SEGNO ROSSO DEL CORAGGIO. UN EPISODIO DELLA GUERRA CIVILE AMERICANA

Stephen Crane, Romanzo storico, Sellerio Palermo, Traduzione (edizione Frassinelli 1998) e cura di Alessandro Barbero, 2022 (1° ed. americana 1894 sui quotidiani, 1895 in volume; innumerevoli edizioni italiane dal 1942), Pag. 256 euro 14

 

Chancellorsville. 30 aprile - 6 maggio 1863. Due eserciti in battaglia nella Guerra di Secessione 1861-65: Nord contro Sud, unionisti contro confederati, blu contro grigi, liberali contro schiavisti, potente Armata del Potomac di Hooker contro sparpagliata Armata della Virginia Settentrionale di Lee, sconfitti contro vincitori (quella volta). Il grande scrittore-giornalista Stephen Crane (1871-1900, morì giovanissimo di tubercolosi) scrisse “Il segno rosso del coraggio” dal (suo) punto di vista settentrionale, una disfatta dei generali e dei soldati unionisti contro i ribelli. Il romanzo è una delle prime narrazioni di guerra, magistrale e disincantata, in terza persona al passato, perlopiù su un ragazzo desideroso di eroismo e colmo di paura, inevitabilmente vile e violento, come in tutti i conflitti armati di massa. L’ottimo storico Alessandro Barbero (Torino, 1959) lo tradusse oltre 20 anni fa, il testo segnò le sue ricerche successive, oggi lo presenta con una bella introduzione.

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