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LA RATA BASSOTTA

di Ugo Piscopo

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Meno male che lei ci stia. E’ una confessione che spesso si fa in segreto sul conto di quella e che si gira volentieri agli amici, ai parenti, ai conoscenti. E perfino a noi stessi. Siamo tutti d’accordo, è bene dirselo subito, anche perché ne siamo realmente convinti e contenti. E’ nn’acqua re maggio, direbbe qualcuno nel nostro Sud, secondo un modulo augurale antico, in cui un’abbondante pioggia nel corso del mese più promettente e decisivo della primavera, maggio cioè, risulta un regalo e una garanzia di fertilità e di concretezza produttiva.

Ma di che mai si tratta? Si tratta della “rata bassotta”, una ratina torzotta, picciotta, ciotta ciotta, cioè rotondetta e festosa che, come una cagnolina golosetta fa parte ormai organicamente della famiglia e corre di qua e di là per la casa ingentilendone l’atmosfera. E’ una rata semplice semplice, una cosa simpatica, un piccolo versamento mensile di soldi, di cui quasi non ci si accorge, che non costituisce, non può assolutamente costituire serio motivo di angoscia. Un qualcosa, che fa tanta simpatia a tutti, anche fuori delle pareti domestiche, dove fra gli estranei fa comparire in genere un sorriso di consenso.

Una cosina, insomma, comoda, rassicurante, polposetta e tanto garbata, ordinaria, insomma, per chi, come noi altri, vive su un pianeta, entro un’atmosfera avvolgente, sotto la volta di un cielo rotondo quanto basta per il giro del sole, per la durata del giorno, per il ritorno delle stagioni.

E’ una conferma che ciò che è rotola, rotola  attorno a sé e attorno agli altri. Una cosa gradevole, invitante a prendere la vita senza drammatizzazioni e senza funerali, anzi a mantenere rapporti ludici con essa, la vita, a godersela facendo con questa tanti giri di valzer, come se si fosse tutti giovani, come se si dovesse ricominciare sempre daccapo. Come se, da un rotolo senza fine e senza fondo, gli attimi si rovesciassero sul mondo, non avendo volenti o nolenti altra funzione che quella di correre ognuno in piena autonomia e secondo un suo destino. Ogni attimo, come ogni evento, infatti, corre e rotola, rotola e corre entro vicende le più varie, le più intrecciate, le più imprevedibili, le più policrome.

Entro questo flusso di barbagli, di accensioni e di spegnimenti, di morbide suggestioni che ti prendono per mano e ti invitano a un morbido variegato girotondo, che cosa mai si può fare in concreto? Ci mettiamo a compiangere la nostra sorte, ad attendere chissà che magia che dia tutt’altro ordine alle situazioni e agli svolgimenti? Ci rifugeremo in un eremo, a distaccarci dalla realtà in cui si è immersi?

Come se un eremo ci fosse in un contesto estremamente parcellizzato e gioiosamente tripudiante quale questo nostro. Che, in fondo, però, ha anche tante promesse di intrattenimento, di incantamento, di seduzione, tutte verniciate di fresco e profumate di imprevedibilità.

E’ tempo, in realtà, questo nostro, in cui è legittimo per tutti sognare svolgimenti ed eventi mai accaduti e possibili a porsi  in essere. Il sogno, a ogni modo, ha sue regole di gioco e sue imprevedibilità.

Allora, facciamoci un nido nel presente e valorizziamo tutte le occasioni che esso generosamente ci mette a disposizione, come la concreta possibilità di servirci della “rata bassotta”, che fa generosamente l’occhiolino e un sorrisetto d’intesa a tutto e a tutti. Lei non fa storie, distinzioni, preferenze. Non ha risentimenti, se  tu sei passato cento volte dinanzi a lei e hai fatto finta di non accorgerti neppure della sua presenza pastosa, lievitante gioiosamente entro una radialità avvolgente palpiti pastosi e gustosi insieme. Per lei, ogni sussulto è incoraggiamento di vita, è un consenso alla circolarità e alla circolazione, una testimonianza di esserci qui fra noi affamati di conferme e di consensi.

Pertanto,  dismettiamo senza esitazioni ogni sterile alterigia e corriamo incontro alla nostra generosa, cara e carnosa pagnottella della “rata bassotta”, che ci sta aspettando con gioia sporgendosi in avanti per farsi notare. Che gioca a dadi con la circolarità, che è la forma per eccellenza delle forme.