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Storia cultura società

FORSE È PROPRIO ORA DI SMACCHIARE

IL (NOSTRO) PENSIERO BIANCO

di Valerio Calzolaio

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L'ex calciatore Thuram mentre gioca con i ragazzi di una scuola per rifugiati.

Foto: Reuters

Lilian Thuram è un famoso francese nero, è stato uno dei più grandi giocatori professionisti di calcio degli ultimi decenni, vanta il primato assoluto di presenze con la maglia della sua nazionale, titolare sempre (o quasi) in 14 lunghi anni, campioni del mondo 1998 (poi secondi nel 2006), campioni europei 2000, un paio di gol, innumerevoli eccelse prestazioni. Nelle serie maggiori ha giocato con il Monaco dal 1991 al 1996, poi a Parma (1996-2001), a Torino con la Juventus (2001-2006), a Barcellona (2006-2008), circa 17 anni ai massimi livelli per quattro squadre impegnate anche a livello europeo. Nel giugno 2008, quando stava per trasferirsi al Paris Saint Germain, durante le visite mediche scoprì di avere una malformazione cardiaca (qualcosa di simile anni prima aveva ucciso un fratello): ci “pensò” due mesi e ad agosto annunciò il ritiro dall'attività agonistica.

I meno e le meno giovani lo ricorderanno bene: corretto ordinato potente veloce elegante trascinante, un difensore abile di testa, già molto tecnico e reattivo a tutto campo. Lilian ha due figli nati in Italia, entrambi calciatori professionisti, spesso convocati nelle nazionali francesi: Marcus Lilian Thuram-Ulien (Parma, 1997) gioca ora in Germania nel Borussia Mönchengladbach; Khéphren Thuram-Ulien (Reggio Emilia, 2001) gioca ora in Francia nel Nizza. Thuram compirà cinquant’anni tra un paio di mesi, è alto (1,82) e prestante (circa 75 chilogrammi quando giocava), un bell’uomo. Non è bianco. Ruddy Lilian Thuram-Ulien nacque il primo gennaio 1972 a Pointe-à-Pitre, un comune francese dei territori d’oltremare, a Guadalupa nei Caraibi, noto anche come punto d’arrivo della regata transatlantica Route du Rhum, una tentazione per velisti e golosi poco astemi.

La madre crebbe da sola i cinque fratelli e, quando Lilian aveva nove anni, si trasferì a lavorare duro nei pressi di Parigi (nord-ovest), a Bois-Colombes, nel dipartimento Hauts-de-Seine della regione dell'Île-de-France. Lui studiò ed emersero presto le qualità di calciatore. Iniziò tutt’altra vita e, appena attaccate le scarpette al chiodo, divenne ambasciatore dell’Unicef (nel 2010) e promosse una propria fondazione per educare contro il razzismo, raccogliendo dati e materiali, chiamando a raccolta esperienze vissute, organizzando mostre, scrivendo libri. L’ultimo è splendido, proprio da leggere e praticare (come un sport), con essenziali riferimenti biografici e molti cenni sull’Italia: Lilian Thuram, Il pensiero bianco. Non si nasce bianco, lo si diventa, Add Torino 2021 (orig. 2020, trad. di Marco Aime e Maria Elena Buslacchi).

La sostanza del ragionamento di Thuram è semplice: consapevoli o meno, noi bianchi tendiamo a ragionare e agire attraverso un pensiero razzialista bianco, con il quale abbiamo permeato anche opinioni e percezioni dei non bianchi, oltre alle relazioni sociali di gran parte dei paesi del pianeta. In misura diversa a seconda del Paese, il razzismo è una delle costanti nella storia del mondo bianco, nelle forze dell’ordine e nella scuola, negli ospedali e negli algoritmi. Il meccanismo è paragonabile a quello che porta alla dominazione degli uomini sulle donne, gerarchie e ruoli introiettati, dei quali pochi sono soggettivamente colpevoli, ma che quasi tutti usano normalmente e danno per scontati. Occorre studiare la “bianchezza”: in che modo i bianchi, che rappresentano il 16,8% della popolazione mondiale, vivono il fatto di dominare i non-bianchi, sia all’interno delle rispettive società sia come costante nelle relazioni internazionali? In che modo tale dominazione ha cambiato volto nel corso dei secoli (prima e dopo il 1492)? Come e quanto esiste un senso di appartenenza razziale nei nostri paesi occidentali?

Il pensiero bianco non è solo il pensiero dei bianchi, anche i non bianchi lo hanno interiorizzato fin dalla più tenera infanzia; non è una questione di pigmentazione della pelle (bianca non esiste, di chiare a migliaia o milioni e tutte diverse), è un modo di stare al mondo almeno dai tempi delle Crociate. Prendere coscienza della prospettiva da cui pensiamo e parliamo – sono un uomo, sono una donna, sono più chiaro, sono più scuro, sono credente (cattolico o musulmano o ebreo o altro), sono ateo – è il primo passo per capire che parliamo di presunta “scoperta” delle Americhe, schiavitù, colonizzazione, razzismo e globalizzazione sempre attraverso distorsioni storiche e culturali molto radicate. Il pensiero bianco è il filtro ideologico che è stato imposto a tutti da una storia raccontata da minoranze avide e interessate, con la complicità, più o meno passiva o esitante, di una gran parte di coloro che ne traggono beneficio. Noi compresi, me compreso. Basta indifferenza, basta cieca neutralità, basta complicità!

Il volume di Thuram è uno zibaldone di informazioni, citazioni, spunti e vicende di imposizioni e ribellioni, ben organizzato in tre parti: la critica alle narrazioni storiche dal solo punto di vista bianco; l’analisi scientifica del razzismo sistemico nelle società contemporanee, a partire dall’esperienza francese; eventuali pensieri e possibili forme per diventare tutti (più) umani. Nel retro della copertina e della quarta, un’immagine: la carta di Peters, capovolta, la lunga immensa Africa al centro (lì tutti abbiamo avuto origine, siamo tutti migranti africani), la piccola Europa in basso, ci impone di moltiplicare i punti di vista geografici e storici. La Carta della Terra è declinabile in innumerevoli modi, si è tentato anche di scriverla:. La cultura della cancellazione è stata messa in atto dai colonizzatori (travestiti da civilizzatori), non è un fenomeno recente. Chi detiene il potere mette in atto organizzazioni funzionali al mantenimento della propria posizione. La giustizia non è cosa da chiedere solo con gentilezza, va pretesa.

La classificazione degli esseri umani in diverse razze e la loro gerarchia sono state create per giustificare la supremazia bianca, per trasformare le persone bianche nella norma cui tutto deve fare riferimento. L’intento è stato raggiunto, anche se le regole dell’Apartheid sono state via via abolite. Thuram fa riferimento a personalità politiche, intellettuali, studiosi di tutto il mondo, con ovvia particolare attenzione per la cultura francese. Anche la stragrande maggioranza dei pensatori illuministi non condannò né la ferocia della tratta né l’idea che i neri fossero considerati inferiori. I 64 articoli del Code noir rimasero in vigore dal 1685 al 1848, alcuni anche dopo, nei fatti. Il pensiero bianco è esistito ed esiste, la questione della sua “non” superiorità va affrontata, ma viene troppo spesso elusa, accampando strategie giustificative: non ne avremmo contingente responsabilità individuale, sarebbero possibili strutture biologiche innate. Non cerchiamo scuse poco scientifiche. Il pensiero bianco è, inoltre, innanzitutto maschile: nella conquista e nel possesso del corpo femminile troviamo la convergenza tra machismo e razzismo. Nel volume si fanno di continuo esempi di parallelismi, a un certo punto anche con la realtà di tutti i migranti, non solo neri, non solo donne.

Non abbiate paura: non c’è odio o settarismo in Thuram, cita studi di storia, diritto, geopolitica, biologia, psicologia, sociologia, economia, climatologia, filosofia, letteratura e segnala sempre che qualcuno si oppose a un certo pensiero bianco, in ogni epoca, anche bianchi. Fatto sta che perlopiù noi individui bianchi, salvo quelli, sottolinea l’autore, che “da secoli hanno accettato di decentrare il loro sguardo e di de-razzializzare i loro immaginari”, noi bianchi siamo parte integrante di un insieme di credenze e di “evidenze” che li (ci) glorifica e abitua a svalutare i non-bianchi. Ovviamente, nessuno è davvero bianco, il bianco è un’invenzione politica ed economica, ancor più oggi. I meccanismi di esclusione dell’altro sono all’opera dappertutto, persino contro di noi. Le comunità contemporanee tendono a vivere in un confuso “desiderio di apartheid”, all’inizio si diventa un poco razzisti solo per trovare una collocazione al proprio io, poi lo si resta o perché conviene o perché fa gruppo o proprio perché siamo tutti un poco ambivalenti. Il libro di Lilian Thuram va capito e studiato, senza scuse: ognuno di noi dovrebbe comunque verificare su di sé e tentare di smacchiare, estirpare il senso di supremazia bianca e attivare collettivamente azioni per mettere fine alle gerarchie fra le persone e le culture umane (pure le religioni). Il riferimento a Darwin all’inizio è impacciato, poi il richiamo diviene chiaro e corretto. La copertina è coerente col testo, non bellissima. In fondo ricca bibliografia e accurato indice dei nomi (davvero tanti e appropriati).

Prendere di petto il pensiero bianco può, forse, indurre ulteriori riflessioni che vanno oltre i colori e lo stesso razzismo. Non siamo lineari e coerenti, per biologia e definizione, nel tempo e nello spazio delle nostre vite. La conoscenza umana ha dei limiti: sia quella della mente individuale, sia quella che pensiamo di aver accumulato a livello di specie. Osservare non basta né a capire né a prevedere. Abbiamo un cervello senza un centro unico di comando, emotivo e naturalmente ambiguo, visto che usiamo le stesse risorse cerebrali sia per interpretare le nostre emozioni e agire che per riconoscere le emozioni e le azioni altrui. Siamo meno e diversamente sapienti (sapiens) rispetto a quel che crediamo, al conoscere e al riconoscere, a livello collettivo e ancor più a livello individuale. E siamo ine­vitabilmente meticci e sociali, egocentrici e scissi, più o meno. Con le parole orali e pure scritte, con o senza distorsione cogni­tiva, siamo talora falsi o bugiardi o plagiati o in errore, sempre un poco fraintesi. Nessuno è ben capace di immaginare le discriminazioni che non lo toccano direttamente.

Il fraintendimento è elemento costitutivo della comunica­zione umana interpersonale, genera effetti imprevedibili in tut­ti i comportamenti. Risulta normale anche nelle dinamiche di gruppo e sociali, verbalizzate e scritte; la politica tende a usarlo e pure la ricerca scientifica deve farci i conti, per quanto defi­nisca e condivida codici decifrativi. Fare i conti con gli errori e l’errare, questo è un problema. Probabilmente si riesce a ridur­ne gli effetti solo accettando un metodo collettivo di pensiero e comunicazione, di revisione e correzione, introiettando un multilinguismo (non bianco) e trovando una lingua rigrammaticata comune (inevitabilmente per ora a partire dall’inglese “esperantoso”), relativiz­zando la certezza solo a una “very high confidence” (come fanno gli scienziati dell’Ipcc), rivalutando con rigorosa continuità le coerenze e gli ossimori e trasmettendo valori vantaggiosi per l’insieme della comunità umana.

L’ambivalenza (probabilmente una plurivalenza) caratteriz­za tutti noi, chi più chi meno, sempre, ovunque. I binomi spesso ci aiutano a capire: o siamo vivi o siamo morti; le leggi separano la legalità dall’illegalità; gli organi genitali il maschile dal femmi­nile; le ragioni culturali la moralità dall’immoralità. Raramente i binomi di opposti ci fanno capire tutto: il reale ha più variabili, il confine è più fluido di quel che crediamo. Senza giustificare alcuna “doppiezza”, adottiamo allora un criterio storico e geo­grafico di plurivalenza meticcia (comunque non bianca) come carattere dei sapiens. Alla consapevolezza della plurivalenza dovrebbero corrispondere una formazione infantile bi- o multilinguistica, un rigoroso uso vitale di parole e costrutti delle lingue nazionali, un apporto critico esteso delle minoranze linguistiche, un’accorta tutela di dialetti e forme dialettali come utili pezzi delle culture meticce. Essere umani significa andare oltre il suono della propria lingua e oltre il colore della propria pelle. Smacchiamo, allora, il pensiero bianco e condividiamo pensieri umani, solidali, di specie sapiens in mezzo a tante differenti specie vive in ecosistemi vitali!