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Le parole tra noi

LUIGI BALLERINI

NOVE POESIE DA DIVIETO DI SOSTA

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divieto di sosta

 

fu come un passaggio a nord-ovest: poi vennero gli anni

dell’obbedienza (il fuori tempo massimo, l’abbraccio

arroventato) e quasi tutti furono contenti: i cani nel canile,

il fieno nel fienile, la rena sull’arenile dove i vetri

diventano sassi di mare

 

poi fu come l’attrito di una colpa, la proposta di vendette

contro ignoti e degli aggiornamenti teologici: il disappunto,

non trovando espressioni adeguate, finì col tradursi

nell’inglese degli aeroporti

 

fu, infine, il divieto di sosta, delle astuzie cadute nel grembo

di un’ansia, di una luna permalosa, dei singhiozzi a metà

prezzo di chi, scabro ed essenziale, deglutiva grammatiche

inevase, piccoli calvari a go go

 

 

chaplinesca

 

se qualcosa conta, oggi, è l’idea dell’ubi consistam,

del vestito chiaro, la mattina, fumo di Londra la sera,

e magari, per cena, lo smoking, come nei film muti, dove

andirivieni è lo stesso che non ancora, e uno dei pugili

è nascosto dietro l’arbitro, mentre l’avversario che lo cerca

per cazzottarlo, gli sta di fronte, e allunga il collo e tutti

e tre si muovono all’unisono, un po’ a destra e un po’

a sinistra, fino a quando i contendenti fanno un mezzo

giro, e le loro posizioni, diametralmente rovesciate, ora

le sostiene un forte con brio, tripudio di agilità e paura,

di grafica e occultismo per cui rifiorisce il riso sulle labbra

dei neofiti, dei vedovi, dei divorziati, e degli schiavi addetti

ai lavori agricoli pesanti dai quali, scrive Thomas Jefferson, 

si devono sempre escludere le donne, i vecchi e i bambini 

 

 

omaggio a Ezra Pound

 

io dò ragione a Pound quando scrive che uno stato

se sostiene di non avere i soldi per costruire strade

è come se dicesse di non poterle fare per mancanza

di chilometri. E lascio dir li stolti, che ferman sua

oppinïone prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

S’intendono meglio d’inverno le grida incenerite

di chi non si dà pace, conta ogni gradino, e procede

sulla via di Damasco, perseguitato dalle ali disgiunte

di un disegno redentivo: se aumento rimandi a digiuno,

e letargo a voglia di scommessa, a crimine premeditato,

o, faute de mieux, a equazione fraudolenta di reddito

e finanza. Ancora di più gli dò ragione se come acqua

mischiata di bella neve sollecita anime intorpidite

da un’illibata pulsione di morte all’onere di un ferma-

immagine, di un plusvalore impervio, lungamente

atteso e rapinato, che manda secondo ch’avvinghia

 

 

hic manebimus optime 

 

                                                                                   a Cesare D. M.

 

primi anni sessanta, sole invernale, domenica mattina.

Tra l’Hudson e l’East River una brezza promette mari

e monti. Times Square, sguardo fisso al fumo che esce

da una bocca gigantesca: la reclame delle Camel.

Grazie a questa inquadratura l’immaginativa organizza

la propria passione secondo il ritmo di un’infedeltà

che non tradisce, ma suscita un allarme che ha smesso

di corrispondere alle proprie esalazioni, che trattiene,

con un sotterfugio, la propria disinvoltura. Siamo oltre

il troppo umano, in uno spazio dove le parole non hanno

né qualità né voglie insolute, né proposte simboliche.

Mezzo secolo dopo: “Siamo caduti nella bonaccia

che narcotizza gli spasimi al neon di Lucio Fontana”

 

 

di una riunione al vertice

 

“tutte cazzate”, gracidò il poeta Elio Pagliarani alla fine di un incontro consultivo alla Farnesina (l’Italia ha un ministero degli esteri con migliaia di funzionari d’ogni grado, d’ogni forma e d’ogni età, ma tutti, a guardar bene, cives romani, di fede, o di cuore e, ben inteso, di volontà) al fine di studiare nuovi approcci [sic] per diffondere negli USA qualche lacerto culturale prodotto nel nostro paese che in fatto di lacerti culturali non è secondo a nessuno. Un poeta, è chiaro che ci voleva, e d’avanguardia per giunta, senza peli sulla lingua, e passi che il packaging della cultura non era il suo forte. Che bell’idea però, questa dell’export in un paese specializzato in import! Ma i quattrini che il MAE spende per garantire l’insipienza degli artropodi di stato (alcuni dei quali estinti), non sarebbero meglio impiegati per trattenere le nubi che fumano, dai tempi dell’arduo Carducci, sull’Appennino? Irrinunciabile Paglia, per non arrendersi all’idea che i marxisti abbiano cessato di evolversi, e debbano quindi sparire, sarà utile porgere orecchio al contubernale risucchio di qualche tuo celeberrimo furore: “Ogni volta che dio sta per punire i peccati del mondo manda avanti la parola”. E soprattuto “Tommaso Muntzer disse che cacava addosso a quel Dio che non parlava con lui”.

 

 

coro dei pensierosi

 

una volta per sempre santi Feech e Tour, e Cosma

con Damiano, Corona con Vittore, Filemone con

Appia, Melasippo, Cassina, Epistème, e in più

Galazione, nonché – martiri insieme ai figli Aradio,

Evodio, Callisto, Felice, Eufemia e Primitiva –

Atanasio e Teòpista. Davanti a tale pistis chi vuoi

che pensi a Priamo, a Ecuba che si muta in cagna e nuota,

per darsi sepoltura, fino all’Ellesponto dove anche

il piloto del Pindemonte drizzò l’antenna? O a taxi,

da Franz von Taxis, ministro delle poste di Filippo

di Borgogna, di lontane origini bergamasche come

Torquato Tasso, o da taxis, a sua volta da τάσσω,

nel senso del disporsi secondo un ordine, in vista,

mettiamo, di una battaglia, e oggi ridotto a viaggio

che, anche se disordinato, merita un augurio: kalò

taxidi. E però attenti a Scilla, a Cariddi, ai lestrigoni,

ai lestofanti! E poi al treno, al cane, ai mesi con la erre,

ai camion in uscita, ai carichi pendenti, alle insidie

velenose di un voto sprecato, di una tregua immatura

che degenera in salmodia, in autodafe, nel miraggio

di un lavoro che se uno ce l’ha deve tenerselo stretto

 

 

coro degli impensieriti

 

c’è chi dice “ma figurati” e si spella gli occhi in cerca

di conferme: alcuni aggiungono “amen”; altri,

più smaliziati, “come mai?”. Qualcuno bussa

a invisibili porte e, nella prestanza degli anni,

si fa guidare dal tonfo di una pietra nel pozzo

o di un corpo che cade nella foiba. Torturato

dalle mormorazioni, c’è chi guarda il cielo

coprirsi della cenere randagia delle ali a gabbiano

degli Sturzkamp in picchiata. Chi ha perduto il

punto di fuga, lo abbatte il dio degli alveari,

delle mani giunte che cedono al pudore, il dio

delle aziende, dei tuguri, delle gambe accavallate.

Chi scantona, lo perseguita il dio degli azzeramenti,

dei “vedremo”, dei rammendi, degli odori stantii

 

 

se

 

se i vagoni, a contarli, ti viene pacco, posta, visita

o partenza, e se la fame è oscura, e qualcuno magari

se la fura, come il vexillum con cui Cordelli giura

di aver turlupinato una prof. di latino attribuendo

ai nipoti di Romolo il gioco del rubabandiera: se il

nostro treno è già una mongolfiera, una vela che ci

disvicina, e sballotta e ci schiuma, e forse ci aduna

nella piazza dei bersaglieri che correndo suonano 

“Garibaldi fu ferito / …in una gamba”: prigionie

che sono state il mascàra ossessivo dell’assoluto,

di un quadrato svedese in cui tirano a campare sia

l’odio dell’uomo per l’uomo , sia l’amore che muove

il sole e l’altre stelle: se quel piatto di sale davanti

all’uscio di casa, quell’odore spiombato di fresco,

ma sì, se la penna sul cappello che noi portiamo,

se l’ultimo guado è derelitta sineddoche a minore

 

 

a un passo, un tiro di schioppo, a un’ora di marcia

 

a un passo, un tiro di schioppo, a un’ora di marcia

dall’inizio del sentiero: è lì che incomincia la lusinga

che consola gli afflitti, sopporta con pazienza

le persone moleste, dà da bere agli assetati, veste

gl’ignudi e, riflettendo su improbabili premesse,

seppellisce i morti.

 

È il regno del fuori catena, dell’operaio che conosce

tutte le fasi del montaggio e ti da il cambio, o in caso

di palese violazione (o errata sillabazione) ti denuncia.

Non vi aleggiano domande che inducono al perdono,

consigliano i dubbiosi o curano gl’infermi, o visitano

i carcerati.

 

Dell’albero carbonizzato bisogna indovinarne il genere,

la specie, l’ordine e la famiglia, prima di fare il nome

di chi vi è stato impiccato, e da quale ossessione

fosse circondato: adesso sì, adesso no, fino alle balaustre

della profezia e oltre, fino a Hic sunt leones. “Anche

lei reziario?” “No, hoplomachus”, e poi con una punta

d’invidia, “però a volte sannita, o senzatetto”