gentili 1.jpg
Storia cultura società

INTERVISTA

A SERGIO GENTILI

COP 26 E RIGENERAZIONE POLITICA

di Alessandro Mauriello

gentili 1.jpg

Nella discussione pubblica europea e globale ritorna fortemente il tema del cambiamento climatico. Tema centrale nei consessi internazionali sulla transizione ecologica sia per l’impatto ambientale sia per l’impatto sull’occupazione e sui sistemi produttivi globali.

Proveremo a dare analisi di questi complessi fenomeni, attraverso il dialogo con Sergio Gentili, saggista e storico, che in questi giorni è in libreria con il libro “Il Partito Comunista italiano, storia di rivoluzionari, 1921-1945”, Edizioni Bordeaux.

 

Iniziamo con il tema della rigenerazione della politica e dell’assenza di partecipazione, qual è la sua opinione?

 

È vero, la grande assente è la politica con la p maiuscola, quella alta, quella che governa i processi e i conflitti, che trova la mediazione tra gli interessi, quella che rappresenta gli interessi del lavoro e quindi generali, che è in connessione con il sociale, con le spinte di solidarietà e di giustizia sociale. Se manca questo tipo di politica significa che ce n’è un’altra, basata su interessi ristretti e fatta solo per alcuni che, come abbiamo visto, allontana i cittadini e lascia spazio alla politica corporativa, egoistica e divisiva.

Facciamo un esempio. Domando. Quali sono le risposte che la politica dà al movimento dei giovanissimi del Friday for Future personificato da Greta? La risposta è ancora debole. La Cop 26 dell’ONU, che pure è stato un fatto globale e significativo, ancora una volta ha indicato obiettivi generali insufficienti di riduzione dei gas serra, per di più, come sempre, non ha indicato strumenti e azioni concrete per raggiungerli. I paesi ricchi, poi, si sono impegnati a dare aiuti finanziari ai paesi più poveri, cosa che avevano già deciso nel 2015 a Parigi, ma delle some promesse ne sono arrivate pochissime. Ora, ci auguriamo che la musica cambi. La grande contraddizione non risolta è l’avanzare veloce dei mutamenti climatici e della biosfera mentre è lenta la risposta di mitigazione e di adattamento, cioè di riforme strutturali per la sostenibilità cominciando dai paesi ricchi. La transizione ecologica nel concreto cos’è, che tempi ha, quali sono gli strumenti attuativi? In Italia ciò dovrebbe significare obiettivi e strumenti per ridurre drasticamente l’uso delle fonti fossili, per recuperare e riusare i materiali dalle merci cioè dai rifiuti, per ridurre il trasporto su gomma e potenziare il trasporto su ferro per le persone (priorità ai pendolari) e le merci (ferrovie, logistica, nodi di scambio), per la cura del territorio, la politica dei parchi, il riuso degli immobili ecc.

Sono tutti settori che difendendo l’ambiente e creano lavoro.

Quei giovanissimi che criticano il chiacchiericcio e l’immobilismo che si fa sul degrado dell’ambiente ci stanno dando una lezione di passione politica concepita come visione e difesa degli interessi comuni dell’umanità e della natura.  Papa Francesco è in sintonia e vicino al neo-movimento ecologista con la sua proposta dell’ecologia integrale. Mentre rimangono ritardi eccessivi nei sindacati e nei partiti politici di sinistra e democratici che si richiamano ai valori del socialismo.

Una causa dei ritardi la possiamo individuare nel fatto che le trasformazioni avvenute nei partiti politici di sinistra hanno offuscato, o rimosso, l’obiettivo di essere rappresentanza e strumenti di partecipazione delle forze del lavoro e popolari. Al di là delle parole, vedo una rinuncia culturale e politica ad essere strumenti di formazione di nuove classi dirigenti popolari e del lavoro.

Non è un caso che in Italia, da anni, si è rinunciato a forme collettive di formazione delle classi dirigenti, a percorsi di selezione politica e di governo che non siano legate a gruppi particolari, alle correnti, a forme plebiscitarie per la scelta dei dirigenti che sono fenomeni propri di una concezione della politica intesa come gestione del grande e del piccolo potere amministrativo, potere come fine e non come mezzo di cambiamento. I fallimenti e le diseguaglianze, poi, create dalla crisi del sistema liberista globale ha orientato grandi masse verso risposte neo-nazionaliste, razzistiche e di difesa corporativa che sono il brodo di cultura della destra.

I partiti di massa del secolo scorso, erano forme popolari organizzate per “fare politica”, erano “università” popolari che divennero fattori di modernizzazione democratica del sistema paese con una duplice funzione: 1. Elevare culturalmente le masse popolari per renderle classi dirigenti 2. Rappresentare socialmente quelle che venivano chiamate classi sociali subalterne nelle analisi sociologiche e politologiche.

 

Ma torniamo al tema Sostenibilità, come giudica i lavori della Cop 26?

 

I temi affrontati dalla Cop 26 non sono purtroppo una novità. Sono questioni serissime che fin dagli anni settanta e ottanta del secolo scorso furono oggetto di lotte sociale, culturali e politiche. Oggi i cambiamenti climatici, dovuti in gran parte all’uso delle fonti energetiche fossili e dalla deforestazione, determinano disastri enormi in termini di innalzamento dei mari, di riduzione della biodiversità, di cicloni e alluvioni, di siccità ed estensione della desertificazione. Popoli interi, e soprattutto i più poveri, sono colpiti duramente dai cambiamenti climatici e dalla pandemia. Il pianeta intero è in una situazione gravissima che va immediatamente rovesciata e per farlo occorre partire col rimuoverne le cause. Abbiamo cause tecnico-scientifiche che riguardano il livello e l’estensione degli apparati tecnologici indispensabili per superare il modello energetico centrato sulle fonti fossili, così come vanno riusate le materie e affrontare le questioni che dicevamo prima. Ci sono, poi, da rimuovere cause culturali che basano le scelte economiche e sociali su due concetti killers come quello dell’indifferenza verso la natura e quello del massimo profitto privato a discapito della dimensione sociale e ambientale dello sviluppo, cioè sostengono, e difendono, lo sfruttamento del lavoro e della natura come giusto e indispensabile. Ovviamente per i dividendi dei soci.

Sono questioni che abbiamo affrontato negli anni passati come Sinistra Ecologista insieme ad altre organizzazioni ecologiste, ma che hanno trovato inadeguatezze e sordità anche a sinistra.

Comunque, vedo come un fatto positivo la discussione su questi temi e l’aver messo insieme i grandi player globali, come Cina, India, Usa, Europa.

Le conclusioni dell’assise mondiale, con i numeri scaturiti dai piccoli step sulle emissioni e sulla strategia a lungo termine, indicano che il freno è ancora tirato quando invece tutti gli studi ci indicano una urgenza.

In seconda istanza, vedo un deficit sulla progettazione degli obiettivi e su come realizzarli. Il raggiungimento degli obiettivi è lasciato alla volontà dei singoli paesi che come abbiamo visto, e purtroppo molto spesso, possono cambiare radicalmente opinione come fu nel passaggio da Obama a Trump.

Qui si misura drammaticamente la mancanza della grande politica condivisa.

Mi faccia dire che manca anche la indispensabile spinta del movimento progressista socialista e dei sindacati. Dalla dimensione ecologista delle contraddizioni sociali e del futuro, le forze di sinistra dovrebbero trarre una nuova identità per dare maggiore linfa e vigore alla piattaforma ambientalista e al tema della transizione ecologica, indicando un progetto sociale partecipato, una nuova visione del mondo fondata sulla pace, l’uguaglianza e la responsabilità ecologica.

Altra partita politica importante per i processi democratici sarà quella della partecipazione democratica alla cosa pubblica dei cittadini e dei lavoratori, in connessione con la formazione/informazione dell’opinione pubblica e della formazione politica delle classi dirigenti.

Dentro il tema del rilancio e dell’innovazione della partecipazione, che è una visione opposta al presidenzialismo e all’uomo solo al comando, metto anche quella legata ai luoghi di lavoro, alla creatività e all’innovazione dei processi produttivi, all’organizzazione del lavoro e al destino delle aziende in tutte le loro forme e articolazioni, si guardi all’esperienza tedesca.

Con la nascita dello Stato sociale, poi, si è sempre più esteso ed è cresciuto d’importanza il lavoro verso i cittadini sia del pubblico impiego sia di soggetti imprenditoriali e sociali. Ci sono milioni di persone che ogni giorno lavorano per la collettività e non per il profitto privato. Questo tipo di lavoro, se mobilitato e organizzato in forme nuove di partecipazione aziendale, potrebbe rappresentare una enorme risorsa democratica e di civiltà, come del resto già si intravede nella sanità, nella scuola o nelle aziende pubbliche. In particolare nelle aziende pubbliche si abbisogna di nuove forme di strategia di governance interna, di partecipazione decisionale dei lavoratori in quanto persone che lavorano per lo Stato inteso come collettività e rappresentano un lavoro attivo per il bene comune. Ecco, unire le forze del lavoro in una nuova idea di funzione di classe dirigente mi pare una delle necessità delle democrazie in Occidente. Cosa che è realizzabile affrontando simultaneamente le questioni dell’occupazione, dei salari e delle condizioni di vita delle forze popolari.

Perché la Politica non prende in carico queste istanze, non coinvolge pienamente i corpi intermedi che sono una soggettività sociale fondamentale dei processi democratici repubblicani?